Questi appunti nascono da una mostra e da un incontro che io
e Marilde Magni abbiamo allestito e condotto il 27/4/2007al Circolo
Brecht di Milano, dal titolo "Uno sguardo femminile sul mito",
e molte delle foto che appaiono sono state scelte e preparate
insieme.
Uno sguardo femminile sul mito:
artiste alla ricerca delle origini.
n.m.
di Nadia Magnabosco
"Quando
l'amore richiama dentro di sé un tempo remoto,
un luogo del passato, un genere o una razza,
allora noi riusciamo di nuovo a scorgere il nostro vero io."
Louisa
Calio
Natura
madre e matrigna
originata
come isola di fiamma
emergente dallacqua
tu nutri
e talora uccidi
con sussulti di mare e di fuoco.
Maria
Carla Baroni
Nel mio percorso di crescita ho spesso riflettuto sull'immagine
di donna che vedevo intorno a me. Come tante ho trovato difficoltà
a riconoscermi in figure femminili, reali o percepite, che non
mi corrispondevano o che non corrispondevano a quello che avrei
voluto essere. Immagini femminili controllate dalla storia degli
uomini, ingabbiate in rigidi stereotipi. Eppure, man mano che
attraversavo il tempo e mi immergevo nelle contraddizioni e nelle
difficoltà del momento, sentivo sempre più la necessità
di orientare lo sguardo verso una forza di origine femminile per
rispecchiarmi e riconoscermi.
Un bisogno di prendere forza alle radici non solo mio ma così
diffuso che negli anni settanta ha portato molte studiose ad esplorare
i miti creativi di tutto il mondo recuperando antiche immagini
di divinità femminili.
Il contributo più significativo è venuto proprio
dal mondo dell'arte
Le prime rappresentazioni tridimensionali di esseri umani che
risalgono al paleolitico sono divinità femminili più
che maschili. La scultrice americana Merlin Stone ("When
god was a woman", 1976), è stata la prima, negli
anni settanta, che cercando immagini di forme femminili potenti,
ha scoperto le dee del paleolitico e ha denunciato il sessismo
che gravitava intorno alle tematiche delle divinità femminili:
"In the beginning, people prayed to the Creatress of Life,
the Mistress of Heaven. At the very dawn of religion, God was
a woman".

L'archeologa Maria Gimbutas, americana di origine lituana,
nelle sue ricerche ha raccolto prove archeologiche e mitologiche
di una divinità femminile più antica del dio uomo
nel vecchio continente europeo. Nel suo libro "The Goddesses
and Gods of Old Europe" del 1976, diventato poi il più
famoso "The language of the Goddess" nel 1989

ha dimostrato, attraverso l'analisi di manufatti preistorici,
che in Europa, tra il 7000 e il 3500 a. C., esisteva una società
caratterizzata dall'uguaglianza tra i generi, governata da una
Grande Dea, simbolo della nascita, della morte e del rinnovamento.Una
grande madre che è stata riverita per centinaia di anni
e che ha espresso il potere del femminile come dispensatrice di
vita, protettiva e nutritiva, finchè non è stata
cancellata dalle popolazioni indoeuropee.

venere di Willendorf
Un'ipotesi ardita che è stata naturalmente accolta con
scetticismo negli ambienti accademici affermando che non ci sono
riscontri sul piano storico.
In realtà l'ipotesi di una divinità femminile preistorica
ha generato nuovi filoni di pensiero e ha avuto un'importante
ricaduta sul movimento delle donne stimolando nuovi interrogativi
anche in campo artistico, come l'estendersi oltre i parametri
della storia dell'arte per re-inventare il femminile, corpo e
spirito, fuori dai limiti posti dalle religioni patriarcali. L'immagine
della donna ha subito una metamorfosi ed è stata ridefinita
attraverso il lavoro di tante artiste che si sono sentite libere
di stravolgerla e capovolgerla usando liberamente i miti e i simboli
racchiusi nella nostra coscienza collettiva, i cosiddetti archetipi,
ossia immagini che agiscono in modo energetico sulla psiche umana.
Elinor Gadon, che nel suo libro The Once and Future
Goddess (1989)

illustra il collegamento fra le divinità femminili e
l'arte contemporanea, scrive: 'In the late twentieth century
there is a growing awareness that we are doomed as a species and
planet unless we have a radical change of consciousness. The re-emergence
of the Goddess is becoming the symbol and metaphor for this transformation
of culture.'
La Gadon spiega come molte artiste contemporanee re-inventino
nel loro lavoro immagini di dee che riflettono il potere femminile
in forme capaci di parlare alle donne di oggi circa i loro legami
con la terra e con l'eterno: "Goddess spirituality is
political because it transforms our relation to society; the arts
are means of communication. The spiritual is once again being
recognized as the core of art-making and art-experiencing. The
image is the key to our transformation of culture. The change
cannot come about without the reinforcement of new icons and symbols
of female power."
Ci sono però modi diversi per far emergere il senso
della forza femminile, sottolinenando maggiormente gli aspetti
della madre "benigna" o quelli della madre "terribile",
le forze in luce o le forze in ombra. Molte sono le artiste che,
anche prima degli anni settanta, hanno trasmesso, con la loro
arte, un'idea di forza femminile pacifica e giusta come quella
che prevaleva nella cultura della grande madre: una forza che
non evoca la virilità, l'invasione o la conquista. Una
cultura che rifiuta la violenza, proprio perché legata
ai valori 'femminili' del concepimento e del parto (vedi
in questo sito "artiste per la pace"). Già
negli anni trenta le figure femminili dell'artista tedesca Kathe
Kollwitz prendono le distanze dalla violenza del tempo
ma non restano vittime, diventano invece eroine: "Volevo
fare una donna che vede la sofferenza del mondo. Guarda. Niente
parole"

Altre artiste hanno proseguito su questa strada opponendo la loro
immagine di donna alle logiche del potere. Ne citiamo solo alcune,
come ad esempio la giovane afgana Lida Abdul che simbolicamente
cancella con il bianco la follia della guerra,

o come
Doris Salcedo che incorpora nei suoi lavori residui
di mobili o case appartenenti a vittime della violenza della politica
o, per finire, come Regina Josè Galindo che rende,
con il sangue, testimonianza della violenza sulle donne.

Queste artiste, e tante altre, come Antigone hanno fatto sentire
la loro voce o hanno ridato voce a chi non l'aveva. Il loro lavoro
porta in scena le ferite del presente e induce ad una riflessione
sul rapporto delle donne con i conflitti e le torture.
La grande madre rappresenta tuttavia entrambi gli aspetti del
mondo: il positivo e il negativo, il giorno e la notte, la terra
e il mare, insomma ha in sé sia la creazione che la distruzione,
perché morte e distruzione sono considerate tappe fondamentali
nel processo di rigenerazione e rinascita.Questo dualismo è
una fonte di attrazione per molte artiste che lavorano sull'identità.
Per esempio la dea della terra atzeca, Coatilcue, era un simbolo
della terra come creatrice e come distruggitrice. Anche Kali è
l'aspetto distruttivo della dea Devi, che negli altri aspetti
è pacifica e benevolente. Kali è la piena immagine
del Potere Universale. Lei è la Madre Benigna, e la Madre
Terribile, la madre protettrice e la crudele matrigna.. Per questo
è spesso scelta come simbolo dell'ambiguità del
femminile, non certo un'immagine di donna ideale ma che ci ricorda
che esiste anche un aspetto oscuro nei percorsi di crescita femminili,
spesso contraddittori e laceranti, di cui è necessario
tener conto per potersi riprendere quell'interezza di cui ci sentiamo
spesso mutilate.

Quando è morto il culto della dea madre i suoi simboli
si sono riversati negli archetipi dei nostri sogni e hanno fornito
motivi di grande suggestione al lavoro, per esempio, di molte
artiste legate al surrealismo come Leonor
Fini,

Remedios Varo

e Leonora Carrington.

che nei loro lavori fanno emergere figure misteriose che emanano
potere ed evocano un mondo magico fatto di saperi femminili. Usano
la simbologia alchemica e l'archetipo della dea, in modo particolare
Leonora Carrington, artista inglese che, nonostante i suoi 90
anni, è ancora attiva in Messico ed è stata una
delle voci più singolari e autonome del surrealismo, oltre
che una delle fondatrici del movimento di liberazione delle donne
nei primi anni settanta. Movimento che negli anni '70 ha permesso
la nascita di una nuova simbologia visiva capace di mostrare il
potere delle donne a livello sociale e spirituale, al di là
dei limiti storici e geografici posti dall'oppressione patriarcale.
Artiste come Mary Beth Edelson, Monica Sjöö, Ana Mendieta,
Betye Saar, Judy Chicago e molte molte altre, hanno recuperato
dalla cultura della grande madre tutta la simbologia legata alla
fertilità e alla sessualità, al rapporto con il
cosmo e con la natura, ma anche ai saperi specifici femminili
quali la tessitura, la ceramica, l'agricoltura e la cucina.. Nel
loro lavoro appaiono numerosi simboli quali l'uovo, la spirale,
il labirinto, il corno, il cerchio, la luna, il serpente e tutta
la simbologia animale. In particolare i lavori di Mary Beth
Edelson (1933) (di lei ricordiamo l'installazione Memoriale
ai 9 milioni di donne bruciate come streghe nell'era cristiana)
hanno destabilizzato le preesistenti rappresentazioni della donna.

In questo lavoro la Edelson fotografa il suo stesso
corpo con le braccia aperte per ricevere l'energia della dea dal
cosmo. Questo gesto è diventato un simbolo del femminismo
americano degli anni settanta, come appare anche dal lavoro di
Ana
Mendieta

artista cubana di forza creativa dirompente che
ha raffigurato nel proprio lavoro il mito della grande madre,
così come ha fatto, in modo molto diverso, l'ormai apprezzatissima
Louise Bourgeois quando nella
sua ricerca dell'identità ha reinterpretato l'Artemide
di Efeso

facendone il suo autoritratto indossato.


Nello stesso periodo un'altra artista, la svedese
Monica Sjöö, scandalizzava il pubblico con il
suo quadro God giving birth

presentato per la prima volta nel 1973 a Londra
alla mostra Five Women Artists - Images of Womanpower.
Il quadro, ispirato dalla sua esperienza del parto e dalle sue
ricerche sulle antiche divinità femminili, fu considerato
blasfemo e segnalato alla squadra antipornografia di Scotland
Yard.
Anche la francese Niki de Saint Phalle (1930-2002) esplora
la rappresentazione artistica femminile realizzando a partire
dagli anni '70 le famose Nanas, figure di donne gigantesche
e variopinte che trasmettono, a volte anche con atteggiamenti
oltraggiosi, tutta l'energia e il colore della forza femminile
e della maternità. Con il motto Power to the Nanas!
Niki de St. Phalle, che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti,
ha voluto ricollegarsi al movimento femminista di quegli anni:
«Gli uomini sono molto inventivi. Hanno inventato tutte
queste macchine e l'era industriale, ma non hanno nessuna idea
di come migliorare il mondo».

Niki de Saint Phalle, Nanà, Paris Beaubourg,
1982 - foto di Antonella Prota Giurleo
Dagli anni '70 in poi il simbolismo legato al culto
matriarcale si è depositato nell'immaginario delle artiste
che hanno continuato ad indagare il perpetuarsi della forza primordiale
della natura femminile. Così come ha fatto l'americana
Lilian Lijn che evoca nel
suo lavoro figure di una mitologia arcaica "pronte a riscattare
l'espropriazione subita per mano delle divinità maschili
associando valore, coraggio e terribilità: la vita in gioco
fino alla morte, la morte accettata per tornare alla vita, un'ira
titanica che è al contempo distruttiva e creativa".
Come in Lilith, prima compagna di Adamo cacciata per aver
rifiutato di sottomettersi e divenuta di conseguenza demone ribelle
che uccide gli infanti.

"ogni donna è Lilith senza saperlo, e la potenza
matriarcale femminile che da millenni è stata scacciata
e demonizzata, e vive allora nel deserto della nostra psiche,
nella parte meno coltivata di noi stessi.....Nella mia scultura,
Lilith brucia con la sua rabbia la sua indomabile furia per essere
se stessa,
vivere le sue passioni ... lei brucia e vive... il suo ardore
è vita stesa e lascia tracce di vita nel suo corpo di bronzo
... carbone".
Sempre fra le contemporanee, anche l'italiana Antonella
Prota Giurleo nel suo lavoro fa riferimenti espliciti alla
Dea: "So che forme simboliche possono trasmettersi inconsapevolmente
attraverso una memoria atavica; mi piace immaginare e ritengo
possibile che, pur non conoscendo completamente i significati
originali, una donna, io, possa utilizzare forme proprie del divino
femminile."

Antonella Prota Giurleo, Memoria, 2007
"Ho realizzato delle steli e dei resti come provenienti
da scavi, con la tela che avvolge, come un panneggio greco ma
anche con un ricamo di corredo del secolo scorso, a significare
una continuità; con i nodi che non si riescono a sciogliere
perché cè un sentire che non è spiegato
né spiegabile, perché affonda nella notte dei tempi;
un sentire che però si tramanda e appare, a noi donne,
riconoscibile. Un sentire che percepiamo come nostro anche se
avvolto nella cenere del tempo e dei tentativi di distruzione;
un sentire che ci dà forza, quella forza che si esprime
attraverso l'autorevolezza, e che ci dice della preziosità
della vita, e quindi dell'importanza del prendersi cura, di sè,
della altre, degli altri, della natura, della madre terra."
"Un sentire" che può creare continuità
con le nuove generazioni, come ad esempio dimostrano i lavori
delle giovanissima artista Nais, ammirati recentemente
al Pac di Milano in una collettiva di "street art",
a sottolineare come spesso il presente finisca per annodarsi prepotentemente,
consciamente o inconsciamente, al passato.

ALLA MADRE TERRA
Ti amo
Madre Terra dallimmenso grembo
da cui la vita nasce
e dopo morta rinasce
in cicli di continuo divenire.
Ti amerò
fino alla fine del tempo a me assegnato
intreccio di volontà e di caso.
E sogno
che un largo abbraccio di donne
ti salverà.
Maria Carla Baroni
11 giugno 2007