Marlene
Dumas
recensione
di Nadia Magnabosco
"Se dipingere è
femminile e la follia è una malattia femminile, allora
tutte le pittrici sono pazze e tutti i pittori sono donne"

"Suspect"
sino al 25 settembre 2003
Palazzetto Tito
Dorsoduro 2826 - Venezia
"Alcune immagini sono più sospette
di altre. La pittura non è un mezzo di massa per la distribuzione
di massa. I quadri vanno guardati, uno ad uno, occhio per occhio.
I quadri sono gelosi" Marlene
Dumas
Marlene Dumas, una delle più conosciute artiste
figurative contemporanee, è per la prima volta presente
in Italia - a Venezia in occasione della Biennale - con una personale
dall'inquietante titolo "Suspect", in cui continua la
sua ricerca su importanti e provocatorie domande che riguardano
il genere, la sessualità, la violenza, la razza, la religione,
la perversione, l'ossessione e l'oppressione. Dei suoi lavori
si era già visto qualcosa nella mostra di qualche anno
fa con Francis Bacon al Castello di Rivoli (due bellissimi dipinti
sono attualmente esposti nella mostra "Paintings" della
Biennale),

dove apparivano i suoi ripetuti volti e corpi,
nudi o vestiti, soprattutto di bambine e bambini. Proprio questo
continuo apparire di immagini di bambine su larga scala mi ha
colpito e interessato nella sua pittura:

The dance, 1992
anche lei, come molte altre sue contemporanee, usa spesso l'infanzia
quale mezzo per ritornare all'origine dei problemi e indagarli.
Le sue sono bambine "decontestualizzate" come tutte
le altre figure che la Dumas rappresenta, bambine senza tempo,
assolutamente slegate dagli stereotipi comuni dell'innocenza dell'infanzia
e che si inseriscono nel filone di un nuovo modo di rappresentare
e usare artisticamente l'infanzia - ancora tutto da studiare -
che sembra essere diventato un denominatore comune per molte artiste
contemporanee che godono, come lei, della reputazione di"bad
girls".
Cover-up,
1994
Sono in genere bambine anonime quelle della Dumas,
private cioè di tutti gli accessori necessari per il riconoscimento
e l'ambientazione, o in cui il vestito, se c'è, perde le
sue caratteristiche di comunicazione con il mondo che è
invece assunto esclusivamente dal corpo e in particolar modo dal
viso e dallo sguardo, spesso malizioso e in contrasto con l'apparente
innocenza del soggetto.
The
benefit of doubt, 1998
In questa mostra sono immagini di bambine che pendono
impiccate ad una trave e che pongono inquietanti interrogativi
a chi le osserva.


Sono opere che trasmettono passione ed emozione,
che scuotono e interrogano la spettatrice, il cui sguardo, quando
si allontana dall'opera, vaga alla ricerca di un appiglio intorno,
di una sorta di spiegazione, insomma di qualcosa che plachi il
tumulto e l'imbarazzo suscitato, senza tuttavia trovare una risposta.
Intorno ci sono opere che provengono in parte da precedenti mostre
che parlano di cadaveri

o di erotismo esasperato

e suscitano altri interrogativi ma sembrano stridere
fra loro come colori non azzeccati e non amalgamati in un insieme.
Un senso di spiazzamento di cui credo l'artista sia ben consapevole.
"L'informazione necessaria all'opera è contenuta
nella stessa opera? Io dico di no. Perlopiù è contenuta
al di fuori del lavoro. Uno può, fa (io lo faccio) e deve,
a volte, mettere le parole in bocca all'opera, e/o toglierle di
nuovo. I nostri occhi sono vicini alle nostre orecchie".
"Resta da scoprire cos'è esattamente questa zona
al di fuori dell'opera" commenta Gulio Romano (bravo
curatore della mostra e co-autore con Emanuela De Cecco del testo
"Contemporanee" sui percorsi delle artiste dall'ottanta
ad oggi) nell'introduzione al catalogo della mostra che così
termina: "Essere sospettosi non significa costruire muri
mentali o limitare il proprio sguardo, ma potrebbe rivelarsi l'ennesima
tattica per dimostrare attenzione verso il mondo, la conferma
che anche un vecchio mezzo come la pittura non sia solo un interludio
estetico, ma serva ancora a proporre posizioni critiche, una rete
propositiva e riflessiva, un sistema aperto da opporre al conformismo,
alle bugie spacciate per verità". Con questa posizione
critica, propositiva e riflessiva, lascio questa mostra, col "sospetto"
che davvero c'è qualcosa che non va (anche nell'organizzazione
stessa della mostra) su cui vale la pena di svolgere ulteriori
indagini.
"Ora che sappiamo che le immagini possono significare
quallunque cosa, da parte di chiunque, non ci fidiamo più
di nessuno, tantomeno di noi stessi".
Nadia Magnabosco
Note sull'artista
Nata nel 1953 in Sud Africa dove vive a lungo, Dumas
percepisce immediatamente il clima di ingiustizia sociale vigente
nel suo paese: "Quando vieni dal Sud Africa, sai che una
virgola o una parentesi, più o meno, può costare
la vita ad una persona" e si definisce un'artista socialmente
impegnata.. Nel 1976 si trasferisce in Olanda dove studia pittura
e psicologia e definitivamente si stabilisce, senza tuttavia mai
smettere di credere al ruolo politico-sociale dell'arte. "La
mia opera ha sempre avuto aspetti politici, la politica dell'emozione
e la politica dell'immagine, non certo la politica dei governi
e dei confini, dell'urbanistica e dei partiti come tanta arte
che era all'ultima Documenta. Sebbene mi piaccia l'arte documentaria,
non sono una giornalista che pretende di essere una testimone
oculare dei fatti, o che li catturi quando questi avvengono. Mi
interessano le politiche dell'ambiguità, dell'illusione,
della pittura e dell'interpretazione"
.
Liberty,
1993
La sua prima personale è del 1979 e da allora
partecipa a numerose iniziative internazionali collocandosi fra
le più importanti artiste figurative.
Larte di Marlene Dumas ruota infatti attorno ad un unico
soggetto: la figura umana, in particolare quella femminile.Volto
o corpo, intero o a pezzi, comunque grande, ti guarda frontalmente,
suscitando spesso inquietudine e disturbo in chi guarda. Nel 1989
lavora sulle modifiche al proprio corpo apportate dalla gravidanza
e successivamente indirizza il suo lavoro verso il tema dell'infanzia.
Le immagini femminili dei suoi quadri provengono in genere da
fotografie che lei stessa scatta o strappa da riviste e giornali
e successivamente reinventa e distorce nelle sue interpretazioni
pittoriche. Una delle sue poche modelle è la figlia adolescente
Helena che diventa anche sua musa e collaboratrice.
Helena,
2001
I suoi dipinti mostrano spesso il lato ambivalente, violento
o mostruoso dell'essere umano, e forzano chi guarda ad ambigue
oscillazioni fra gli estremi: chi è la vittima e chi è
il carnefice? chi è innocente e chi è colpevole?
Di chi ci si può fidar, forse neppure di noi stesse?
Faceless,
1993
Marlene Dumas oltre a dipingere scrive molto. Nell'Archivio
di Documentazione di Oltreluna sono presenti alcune delle
sue più importanti pubblicazioni, tutte in inglese ad eccezione
dell'ultimo catalogo "Suspect".
"Scrivo d'arte perchè credo. Credo nel potere delle
parole particolarmente della parola scritta. Ho visto la gloria
e il potere della parola... Scrivo perchè amo le parole.
O meglio, cosa è più erotico del sex appeal di un
corpo? Il sex appeal di una frase... Scrivo d'arte perchè
mi fa sentire al sicuro. E' un privilegio poter leggere ed essere
letta... Scrivo del mio lavoro perchè voglio parlare per
me. Magari non sarò la fonte più autorevole, o la
migliore, ma voglio partecipare alla scrittura della mia storia.
Non capisco perchè solo gli esperti possano definire il
valore degli artisti...Scriver d'arte chiarisce la mia confusione
e le mie contraddizioni...".
(n.m)
Le citazioni della Dumas riportate nel testo
sono tratte dal catalogo della mostra "Suspect" a cura
di Gianni Romano, Ediz. Skira.
20 luglio 2003