Rompendo le barriere - Donne
artiste del mondo islamico
di Nadia Magnabosco
A Milano c'è una bellissima mostra assai poco pubblicizzata
in cui io e Marilde Magni ci siamo imbattute quasi per caso, fatto
abbastanza curioso per chi, come noi, segue con attenzione, interesse
e passione l'arte delle donne. Si tratta di una mostra itinerante
che vuole sfatare i pregiudizi sulle donne nell'Islam per far
vedere al mondo che dietro i veli ci sono donne dotate che cercano
di incidere sul loro tempo attraverso l'arte.
Della mostra è ambasciatrice la regina Rania di Giordania
che spiega: ''L'arte trascende le differenze di cultura, storia,
razza e religione. Ammirare le opere d'arte non ci arricchisce
solo visivamente ma ci aiuta a comprendere e rispettare le genti
e le culture che le hanno prodotte. Mai come ora, nella
storia, si e' avvertita l'importanza e la necessita' di un dialogo
interculturale improntato al rispetto reciproco: gli attacchi
dell'11 settembre hanno avuto un impatto devastante sull'armonia
e la pace di tutto il mondo. Purtroppo, una delle conseguenze
e' stata la diffusione di un'immagine negativa ed errata dell'Islam,
che ha portato a una valutazione imprecisa del ruolo della donna
nella tradizione islamica''. Per diffondere questo messaggio,
la Royal society of Fine arts di Amman, insieme al Fam (network
di donne artiste che lavorano nel Mediterraneo sotto l'egida dell'Unesco,
per promuovere una cultura di pace e tolleranza), ha organizzato
'Rompendo le barriere', che presenta le opere di 51 artiste
di 21 paesi del mondo islamico, dall'Algeria allo Yemen. Le pittrici
sono tutte di cultura islamica, ma non tutte di religione musulmana,
e i loro lavori affrontano tematiche sociali, politiche e religiose
legate al ruolo della donna. ''Rompendo le barriere
apre una finestra verso un mondo di notevole ricchezza e diversita'
culturale - scrive la regina Rania - e' un profondo tributo
alle donne artiste che rappresentano le molteplici regioni, culture
e tradizioni religiose che convivono nel Dar El Islam. Il loro
genio creativo arricchisce la cultura non solo islamica ma dell'intera
umanità''. E' una presentazione portatrice di un messaggio
di pace che la mostra comunica immediatamente anche attraverso
un allestimento "gioioso", molto accurato e ben spiegato
che ci accompagna piacevolmente nella visita. Peccato la mancanza
di un dèpliant esplicativo, per non dire un catalogo, utile
al pubblico per memorizzare i molti nomi di queste interessanti
artiste e avere una testimonianza dei loro lavori, difficilmente
rintracciabili anche su internet. Abituate - sbagliando - a pensare
all'arte delle donne come all'arte delle donne "occidentali",
il loro alto numero, la loro carriera e la qualità dei
lavori ci ha sorpreso e, proprio per questo, ci ha fatto riflettere
sul grande vuoto culturale in cui spesso cadiamo ignorando altre
metà del mondo, vittime e complici di un non sapere mediatico
fatto di grandi assenze e omissioni. Cito innanzitutto per la
durata della sua attività la turca Fahrelnissa Zeid, nata
nel 1901, che fu una delle prime donne a frequentare l'accademia
di belle arti ad Istanbul e successivamente ad esporre in Europa
e negli Stati Uniti. La sua ultima mostra, un anno prima della
sua morte nel 1991, fu tenuta a Parigi e mostrava la sua volontà
di utilizzare nei quadri anche materiali provenienti dalla sua
terra.
.
Come le foglie di cactus essicato che la giovane artista palestinese
Rana Bisharausa, con altre piante e spezie, per rappresentare
la sua terra. 
O la sabbia utilizzata dalla tunisina Meriam Bourderbala. O le
carte postali del periodo coloniale in Algeria che Houria Niati
ha analizzato in passato coi suoi lavori e che in questa mostra
presenta invece un trittico dai colori forti sulla maternità.
.
Artiste che ereditano le questioni sociali dei loro paesi e
ne fanno campo di pensiero, poesia e rielaborazione artistica.
La palestinese Mounina Nusseibeh interpreta la tematica del genere
con le sue 'Quattro donne arabe', drammatiche figure senza
colore dal volto argilloso nascosto dal chador.

Astratta invece la rappresentazione delle due pakistane Umi Dachlan
e Hana Malallah
che esprimono con colori e oggetti le presenze materiali e spirituali
della religiosità. Ci sono poi le 'Tre donne' a
capo chino, nascoste dal velo, di Fahda Bint Saud, pittrice dell'Arabia
saudita, l'opera dell'artista poeta Etel Adnan,
le sperimentazioni dell'irachena Leila Kawash,

le figure un po' umane e un po' animali dell'algerina Baya, e
infine, a gettare un ponte di ricongiunzione fra due diverse culture,
c'e' il 'Discorso di pace', dominato da una colomba che
cita quella picassiana, della kuwaitiana Thuraya Baqsani. In realtà
le artiste che meritano una visita meno affrettata (la mostra
chiudeva alle 17,30) sono ancora tante altre di cui non ho memorizzato
i nomi. La mostra rimarra' aperta fino al 27 giugno, e, dopo essere
gia' stata a Rodi, Atene, Parigi, Valencia, Siviglia e Alicante,
andra' a Napoli, e poi viaggerà ancora, dalla Germania
agli Stati Uniti, allo scopo di 'rompere le barriere' del
pregiudizio in altri paesi.
5 giugno 2004