Alice
nel Castello delle Meraviglie.
Il
mondo fuori forma e fuori tempo nell'arte italiana del Novecento
recensione di Nadia Magnabosco

Castello
Sforzesco, Sale Viscontee
Se nei prossimi giorni vi trovaste a passare nella
zona del Castello Sforzesco e vi capitasse di vedere l'immagine
di un coniglio bianco che corre, non esitate a seguirlo: vi troverete
dentro una fiaba senza tempo da cui vi dispiacerà uscire.
E' davvero una bella mostra quella di Alice nel
Castello delle Meraviglie, allestita con raffinatezza creativa
da Marina Pugliese, conservatore del Museo del Novecento, al Castello
Sforzesco di Milano. Scrivo da lettrice appassionata dell'opera
di Lewis Carroll "Alice nel paese delle meraviglie"
e "Alice dietro lo specchio", questo libro senza
tempo (ha già compiuto i 140 anni) capace di rinnovarsi
come per magia ad ogni nuova lettura e di adattarsi come un abito
fatto su misura a sempre nuove metafore culturali. Così
come è stato fatto in questa mostra, che ha utilizzato
Alice come griglia interpretativa del cammino compiuto dall'arte
italiana del Novecento. Un bel modo per mettere insieme 44 opere
diverse, selezionate fra quelle possedute dalle Civiche Raccolte
d'Arte del Comune di Milano, e ricomporle attraverso una storia
libera, divertente e capace di portarci oltre i limiti del reale.
Perchè Alice, come ha detto qualcuno che non ricordo,
è un testo da inseguire e che invece ci ritroviamo spesso
alle spalle, che bussa, che chiede permesso per superarci, che
ha più tempo di noi e tuttavia non ha tempo da perdere,
e ognuno deve stare al gioco secondo il proprio passo e il proprio
ritmo. Un libro metamorfosi quindi, come metamorfosi è
l'arte. Così "I romanzi di Carroll si prestano
quindi a rappresentare la metafora di un viaggio all'interno del
mondo dell'arte, dove, in analogia alle esperienze di Alice, ogni
opera rappresenta il modo particolare dell'artista di vedere le
cose".
La mostra parte dalla tana del coniglio bianco dove
Alice, a un certo punto, "... si trovò a precipitare
per quello che pareva un pozzo assai profondo." Lopera
di Dadamaino, Volume, 1958, l'unica di una donna artista
presente alla mostra,

diventa così ingresso e simbolo del percorso
verso larte del Novecento, che esce dai limiti tradizionali
del dipinto: "La simbologia in arte sul concetto di soglia
e passaggio viene arricchita nel Novecento dal superamento della
superficie piana del dipinto e dalla molteplicità della
visione..."
Eccoci allora in un'ampia sala con tele non figurative di grandi
dimensioni di Agnetti, Boetti, Paolozzi, Palladino, Gastini e
Turcato. Tra un dipinto e l'altro, da un buco di serratura inserito
nella parete bianca

possiamo intravedere la verde immagine di Espansione
di primavera di Giacomo Balla che ci introduce nel Giardino
(quelloche Alice aspirava tanto raggiungere), qui inteso come
spazio naturale, allestito con un finto manto di erba (che ci
conduce però, attraverso le scale, ad un giardino vero
del Castello) e riempito con una serie di paesaggi di Morandi,
Dottori, Oriani, Morlotti e Cavaliere.
Entriamo poi in una casetta, Micromondo, in cui le opere,
questa volta molto piccole, sono allestite ad altezza di bambino
(divertenti le lenti d'ingrandimento poste alla parete per una
migliore osservazione), per dare agli adulti la sensazione di
non avere - come Alice - la misura "giusta" e per insegnare
come, nel dopoguerra, l'approccio alla dimensione cambia radicalmente.
Le "piccole" opere sono di Boccioni, Soffici, Rossi,
Balla, Licini, Sironi, FontanaManzoni e Morandi.
Nella sala successiva opere di Merz, Gilardi, Bergonzoni e altri
ci mostrano come l'arte del Novecento si serva spesso della verosomiglianza
per mostrare aspetti diversi della realtà: così
il libro di Isgrò ha le parole cancellate e la fotocopiatrice
molle di Cecchini non fotocopia e ogni artista decide quale valore
dare alle cose come fa come Humpty Dumpty in Alice: "Quando
io uso una parola questa significa esattamente quello che decido
io..."
E infine ecco nelle due successive sale il tempo accelerato
dei futuristi (Boccioni, Balla, Carrà, Severini) e
il tempo incantato della pittura metafisica (Morandi, Carrà,
Sironi) , ossia due modi opposti di percepire il tempo,
altra grande categoria che il Novecento mette in discussione.
Un tempo veloce "Qui, invece, vedi, devi correre più
che puoi per rimanere nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche
altra parte devi correre almeno il doppio" oppure molto
lento "Qui invece i giorni e le notti di solito li abbiamo
a due o tre per volta e d'inverno ci prendiamo anche cinque notti
di fila..." E' il tempo del viaggio di Alice nel mondo
rovesciato in cui entra, in cui per restare fermi occorre correre
e per raggiungere un luogo occorre voltargli le spalle.
Il cammino nellarte del Novecento finisce con lo specchio
di Michelangelo Pistoletto, con una ragazzina che sta entrando
o forse uscendo da esso, inserito in un grande allestimento di
specchi in cui lo spettatore, come Alice, può entrare e
uscire a piacere, perchè lo specchio rappresenta quella
dimensione magica che permette di introdurre nell'opera d'arte
la realtà ma di cambiarne le apparenze ogni volta.
E' la fine del viaggio di Alice, iniziato con un passaggio dal
buco e conclusosi con un altro simbolico passaggio dallo specchio.
"Verso quale dimensione?" conclude Marina Pugliese
nel primo degli interessanti saggi contenuti nel bel catalogo
che accompagna la mostra e da cui abbiamo tratto le citazioni.
Ovviamente non c'è risposta e una mostra condotta da Alice
non poteva concludersi che con una domanda.
Mario
Merz, Zebra (Fibonacci), 1973
6 giugno 2005