La pazzia: il dio folle di Yvonne
De Rosa
Nella visione facoltativa precedente ho accennato al tema della
follia, che l'artista Andrea Geyer ha riportato di attualità.
Un'artista italiana, che utilizza anch'ella il mezzo fotografico,
ha effettuato nel corso degli anni Novanta, e successivamente
negli ultimi anni, una ricerca in un ex-manicomio ormai chiuso.
Cosa resta di tutto il dolore, e della vita delle persone che
una volta vi erano rinchiuse? Letti rotti, fotografie, lettere
dimenticate, santini, muri scrostati, vetri sfondati attraverso
cui la natura, strisciante, si riprende possesso dello spazio
che l'uomo non vuole più. E colori forti, colori tenui,
grandi contrasti.

L'artista napoletana torna su un tema che qualche decennio fa
aveva scosso il mondo della fotografia italiana: è il 1969
quando Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin pubblicano il volume
Morire di classe, inchiesta fotografica sulle condizioni di vita
dei manicomi, promossa da Franco Basaglia, colui che determinerà
una svolta in merito, con la legge che porta il suo nome. Circa
40 dopo, il volume di Yvonne De Rosa: lo stile è ben diverso,
apparentemente si cerca forse più la poesia che non la
denuncia. Eppure, le immagini sono altrettanto forti e incisive.

Non sono solo belle immagini, perché il contenuto non
permette di cedere alla mera contemplazione estetica. Più
le si guarda, più le immagini catturano e si lasciano guardare
non solo perchè dal punto di vista compositivo sono perfette,
ma anche perchè gridano, pretendono quasi una spiegazione
per tutto il disastro che mostrano.

Eppure, il dio dei pazienti di Yvonne De Rosa una spiegazione
non può darla: come ha inciso su una parete uno di loro,
anche dio è pazzo, crazy god.
micaela mander
16 settembre 2009