da Il
Manifesto del 24 febbraio 2007
Le cento guerriere del genere
«Konstfeminism», una mostra itinerante, giunta
alla sua ultima tappa a Göteborg, ricostruisce il percorso
dell'arte femminista in Svezia dagli anni 60 a oggi. Fra le opere,
anche «God giving birth» di Monica Sjöö,
considerato blasfemo e segnalato alla squadra antipornografia
di Scotland Yard nel 1973 a Londra
Giannina Mura
L'irruzione delle donne nella scena artistica degli anni '70 ha
radicalmente trasformato il mondo dell'arte svedese, sviluppando
nuovi orientamenti che influenzano profondamente l'arte contemporanea.
Lo dimostra l'esposizione Konstfeminism che, con più di
100 artiste, ricostruisce il percorso dell'arte femminista in
Svezia dalla metà degli anni '60 a oggi, evidenziandone
la dirompente creatività e innovazione. Istigata dalla
critica e storica dell'arte Barbro Werkmäster, prodotta da
tre importanti istituzioni nazionali: la Riksutställingar
e la Liljevalchs Konsthall di Stoccolma, e la Dunkers Kulturhus
di Helsingborg, la mostra, in tour dall'autunno 2005, è
giunta alla sua ultima tappa al Konstmuseum di Göteborg,
dove sarà visibile fino al 22 aprile prossimo.
Il titolo, traducibile come «arte del femminismo»,
designa «un'arte che illumina, critica, promuove, trasforma
e agisce in un contesto femminista». Ma non necessariamente
realizzata da femministe dichiarate né esclusivamente da
donne, vista la presenza di alcuni artisti. Un'arte che, affrontando
i temi delle ingiustizie strutturali inerenti a sesso, genere
e sessualità, con molteplici motivi, contenuti, forme,
materiali, tecniche, azioni, si configura come un vero e proprio
sistema dalle molteplici strategie, attivate a più livelli.
Fondando la loro pratica sull'esperienza femminile, le autrici
degli anni '70 rivendicano per la donna un ruolo inedito nell'arte:
quella di soggetto e non oggetto. Impegno sociale e coscienza
politica anticapitalista caratterizzano la loro estetica. Talune
infiltrano il mondo dell'arte per instillarvi temi e contenuti
che lo criticano. Altre, sperimentano nuovi spazi e metodi espressivi:
dalla trasformazione di alcune abilità, come la creatività
tessile, in arte tout court, a performances e happenings passando
per video, film, fotografie, fumetti, satira. Attive nel movimento
femminista, ecologista e pacifista, molte vi contribuiscono creando
manifesti, cartoline, simboli e striscioni, come Helga Henschen
che appartiene al gruppo Kvinnor for fred (donne per la pace)
sin dalla sua fondazione nel 1979. Tutte, attraverso sovversive
strategie di riappropriazione e valorizzazione, rendono politico
il privato mettendo al centro della loro arte la vita delle donne,
e contribuiscono così a ridefinire l'identità femminile.
La sorellanza tra artiste, storiche, e critiche alimenta, inoltre,
una feconda rete di relazioni che abbraccia diverse generazioni.
Determinante, ad esempio, l'influenza dell'artista modernista
Siri Derkert su Monica Sjöö che fu sua assistente nel
1967. Trasferitasi a Bristol, Sjöö forma un gruppo con
cui nel 1971 elabora il primo Woman Art Manifesto: «Nei
nostri quadri vogliamo dare espressione ai bisogni reali delle
donne, ai sentimenti ed esperienze di chi lotta per liberarsi
dall'oppressione - finanziaria, materiale e psicologica. Per questo
basiamo le nostre immagini sulla nostra personale e universale
esperienza. Abbiamo capito che è necessario lavorare figurativamente,
perché: come si fa a esprimere il parto, la sorellanza,
il lavoro, la sessualità, la lotta, con linee, cerchi e
triangoli?»
L'interazione tra le istanze delle singole artiste e la forza
del movimento dà luogo per tutto il decennio a importanti
mostre personali e collettive di cui Konstfeminism riespone le
opere principali. Come il dipinto God giving birth di Monica Sjöö,
presentato per la prima volta nel 1973 a Londra nella mostra Five
Women Artists - Images of Womanpower alla Swiss Cottage Library,
organizzata dalla stessa artista.
Il quadro, ispirato dalla sua esperienza del parto e dalle sue
ricerche sulle antiche divinità femminili, suscitò
grande scalpore. Considerato blasfemo dai religiosi, fu anche
segnalato alla squadra antipornografia di Scotland Yard. Lo scandalo
fu tale che la direttrice della biblioteca spostò la sua
scrivania nella galleria allo scopo di proteggerlo degli attacchi,
e dichiarò al Guardian che lo avrebbe difeso con la vita!
Nello stesso anno, a Göteborg, le artiste Benedicte Bergmann,
Monica Englund, Ulla Hammarsten Mc Faul e Annbritt Ryde con un'antropologa,
un'etnologa e un'infermiera organizzarono la mostra Livegen-eget
liv, che suscitò grande eco per la sua multidisciplinarietà.
Includeva infatti pittura, arte tessile (uno dei campi in cui
più si espresse l'innovazione artistica) e fotografia,
completata da dibattiti serali e dalle pièces teatrali
di Susanne Osten e Margareta Garpe.
I temi? Sessualità, mestruazioni, menopausa, identità,
doppio lavoro, miti e stereotipi, e una gioiosa valorizzazione
della «donnità». Come sottolinea l'artista
Barbro Andréen nel catalogo: «La novità del
nostro movimento era che non eravamo solo contro, ma anche pro.
Dicevamo sì a migliaia di cose: le immagini positive erano
tante. Nacque così un nuovo concetto: la cultura delle
donne».
Se gli anni '70 sono quelli del collettivo, gli anni 80 sono quelli
del backlash e dell'individualismo. Ma anche quelli della fertile
connessione tra pratica artistica ed elaborazione teorica. La
nozione di «sguardo maschile» della teoria filmica
femminista diventa uno strumento d'investigazione per molte artiste,
come Annika von Hausswolff che con la sua opera contribuisce solidamente
all'analisi della politica della rappresentazione (esemplare la
serie fotografica Back to Nature, che rimette in discussione la
raffigurazione mediatica della vittima, e lo scontato rapporto
donna-natura).
La sovversione dei codici dell'immagine mediatica e della storia
dell'arte è altrettanto importante. Analizzando i quadri
che hanno edificato la rappresentazione dell'artista e della donna,
Annica Karlsson Rixon si riappropria delle figura retoriche della
storia o della pubblicità e agisce con forza decostruttiva
dall'interno dell'immagine, come in Untitled I-VI (1990-91), la
serie fotografica del suo debutto, dove ai pallidi nudi femminili
sovrappone un cadavere animale, provocando un sensato cortocircuito
tra attrazione e repulsione.
«L'idea di genere» marginale nella scena artistica
degli anni '70, comincia a diffondersi nei '90 sino a diventare
integrante della scena contemporanea. E se l'idea che in entrambi
i sessi albergano caratteristiche maschili e femminili attraversa
i quattro decenni, è solo con l'avvento della queer theory
che la normatività dei due sessi comincia a scardinarsi
diffusamente.
I classici attributi del femminile vengono disinnescati da artiste
come Pernilla Zetterman e Karolina Holmlund, aderenti delle Riot
Grrls. O come Elisabeth Ohlson Wallin, che reinterpreta la mascolinità
nella sua serie fotografica Könskrigare, ritraendo diverse
«guerriere del genere» dall'aspetto e dal comportamento
ambiguamente maschile.
O, ancora, Catti Brandelius che, autoproclamatasi Miss Universum,
canta, balla, scrive poesie, tiene conferenze. I suoi dissacranti
videoclip hanno per set il suo appartamento in un palazzo popolare,
il supermercato, o la periferia. Lontana anni luce dall'universo
glamour, la sua Miss Universum occupa il campo visivo promuovendo
valori autonomi e sfidando le norme vigenti sulla femminilità.
Ma se Konstfeminism mostra le grandi conquiste delle artiste svedesi
in quasi quattro decenni, espone anche i problemi irrisolti. Come
le questioni del potere e delle relazioni di potere: fulcro delle
preoccupazioni delle artiste del 2000. Per affrontarle, molte
si richiamano alle strategie degli anni 70. La sorellanza torna
in primo piano, con i recenti Sisterskapets aar, l'anno della
sorellanza, documentario di 9 ore di Sonia Hedstrand e Aasa Elzén,
i ritratti delle giovani anarco-femministe di Ulrika Minami Wärmlings,
e le storie di donne di Petra Trygg.
Respingendo la nozione mercantile dell'opera d'arte, numerose
artiste creano o intervengono in spazi pubblici, come le High
Heel Sisters che, criticando il potere, reinventano le regole
del gioco sociale. In Never too much, ad esempio, rovesciano l'ordine
dello strip-tease: leggendo testi di Gertrude Stein, Judith Butler
e Julia Kristeva, cominciano la performance nude, montano sul
palcoscenico e si vestono. In Att gaa Samman Over ett Torg, invitano
le donne presenti a comminare con loro per un'ora nella piazza
Sergel di Stoccolma, incitandole a sentirsene proprietarie.
E proprio la rivendicazione dello spazio, artistico e mentale,
appare oggi cruciale. Nonostante in Svezia le donne siano alla
testa di quattro accademie o dipartimenti d'arte su cinque, costituiscano
la maggioranza degli studenti e la metà del corpo insegnante,
la metà degli artisti professionali e il potere nel mondo
dell'arte resta ancora saldamente in mano agli uomini. Come sottolinea
l'artista Katrine Helmersson nel catalogo: «I confini di
quanto ci è permesso sono piuttosto limitati. La sessualità
femminile è discreditata, come molto del nostro lavoro.
Una volta che sei consapevole di questo, devi aguzzare la tua
abilità per formulare quello che ritieni importante. C'è
una guerra tra gli uomini e le donne. Non la noti finché
non provochi l'ordine stabilito. E allora, improvvisamente, la
vedi».
«Non ci sono spazi neutrali, ma solo zone di guerra e di
occupazione », reiterano le artiste Johanna Gustafsson,
Malin Arnell, Line S Karlström, Fia-Stina Sandlund, e la
produttrice Anna Linder che, incontratesi nel 2005 durante l'allestimento
di Konstfeminism, hanno fondato l'associazione Ja! per farvi fronte,
e sostenere le artiste che con le loro pratiche contribuiscono
alla fine del patriarcato. La strategia? Una «redivisione
strutturale dell'accesso ai finanziamenti, al tempo e allo spazio
nel mondo dell'arte». Lo strumento iniziale, presentato
come una performance all'apertura della mostra, è un «contratto
di parità» che impegni le istituzioni culturali a
praticare l'uguaglianza fra i sessi nelle attività espositive,
nell'acquisto delle opere e nel reclutamento del personale. E,
in caso contrario, a versare una penalità all'associazione
per un fondo di sostegno alle artiste discriminate. Ma nessuna
delle istituzioni sollecitate, incluse le organizzatrici della
mostra, l'ha sinora voluto firmare. Le artiste però non
demordono: lo scorso febbraio al vernissage della mostra di Göteborg
hanno rivolto un appello alla ministra della cultura, Lena Adelsohn
Liljeroth, affinché le regole della parità siano
applicate al mondo dell'arte come in altri settori. Intanto, il
dibattito resta aperto.
info sulla mostra Konsfeminism
a Göteborg