Grandi scrittrici indiane: Kamala Markandaya
- Anita Desai - Mahasweta
Devi
ANITA
DESAI
FUOCO
SULLA MONTAGNA

EINAUDI 2006 - EURO 15
di
Silvana Ferrari
E' riproposto da Einaudi, nella traduzione di Anna Nadotti, questo
romanzo già edito dalla casa editrice Donzelli nel 1993.
Ambientato in un paesino fra le montagne dell'Himalaya, che la
scrittrice ben conosce, avendovi trascorso le vacanze estive nell'infanzia,
la storia narra le vicende di tre donne, due anziane e una bambina
di sette anni.
Nanda Kaul, è ricca, proprietaria della casa dove vive,
a Kasauli, comprata con tanto desiderio per passarvi l'ultima
parte della vita in silenzio, nella tranquilla solitudine che
sempre aveva bramato avere attorno a sé. Moglie del rettore
dell'Università, madre di numerosi figli, aveva regnato
su una famiglia che l'aveva totalmente assorbita; aveva assolto
doverosamente a tutti i suoi compiti, allevando i figli, badando
alla servitù, organizzando la vita sociale del marito in
un turbinio di ospiti, balie, servi, montagne di cibo da preparare,
vestiti da riordinare, lezioni e educazione dei figli da seguire.
Aveva gestito tutto con grande senso del dovere ma con insofferenza
e odio, non sopportando nulla di ciò che l'attorniava,
figli compresi.
Ora in quel luogo desolato e arido, fra rocce e pini, dove la
vista, in ogni direzione era libera di spaziare, verso le montagne
e la pianura, sentiva di non volere più niente.
L'arrivo della pronipote, Raka, mandata dalla figlia per rimettersi
dopo una brutta malattia, la riempie di una rabbia antica: 'Non
ho fatto abbastanza, non ho avuto abbastanza? Non voglio altro.
Non voglio più niente. Perché non mi lasciano con
questo niente?'. Soprattutto il doversi nuovamente occupare di
un bambino, la faceva sentire ancora ingabbiata, 'dover ricominciare
a discorrere, mentre non desiderava che silenzio, domandare e
seguire, occuparsi di un altro essere
farsi coinvolgere e
coinvolgere un altro essere.'
Ma Raka non è la bambina bisognosa di cure e di attenzioni
che si aspettava di ospitare.Raka è una bambina che fin
dalla nascita aveva fatto i conti con la solitudine e il disinteresse
del mondo degli adulti; la solitudine, il vivere appartata erano
il suo modo di essere: le veniva naturale e istintivo starsene
da sola, non chiedere nulla, non farsi vedere per lunghe ore.
Quel che per Nanda Kaul era stato lo sforzo di tutta una vita,
il desiderio di allontanarsi dagli altri, la realizzazione del
silenzio, per la pronipote era un dato innato, un rifiuto assoluto,
ma naturale e non programmato. 'Mentre Nanda Kaul era diventata
un'eremita per vendicarsi di una lunga vita di doveri e di obblighi,
quella pronipote era un'eremita per natura, per istinto.'
In quell'ambiente Raka trova rifugio: si arrampica su per quelle
rocce aride, percorre quei sentieri polverosi, osserva i voli
degli uccelli predatori, rovista tra i rifiuti in fondo ai fossati,
vivendo una sua esistenza segreta.
E' la bisnonna, alla fine, a cercare di attirare l'attenzione
e l'affetto della piccola, con racconti della sua infanzia, con
storie fantastiche della vita della sua famiglia, a preoccuparsi
di questa bimba così autonoma e indifferente, apparentemente
senza richieste, desiderosa solamente di fuggire da lei.
L'altra donna anziana del racconto è Ila Das, compagna
d'infanzia, e di studi di Nanda Kaul; povera, a causa della dissolutezza
dei fratelli, è costretta a lavorare per mantenere sé
e la sorella; è piccola e sgraziata, con una voce stridula
come il suono prodotto dalle unghie sulla lavagna, ma è
generosa: lotta contro l'arcaica usanza di far sposare le bambine
ai vecchi in cambio di pochi soldi, cerca di aiutare le madri
educandole ad una maggiore igiene nella cura dei figli, è
addolorata per le misere condizioni della popolazione del villaggio.
Nelle ultime pagine della narrazione avviene la tragedia: Ila
Das, mentre rientra alla sua catapecchia, dopo una visita all'
amica ricca, viene uccisa e violentata dal padre di una delle
bambine che lei aveva cercato di sottrarre al vergognoso matrimonio
con un vecchio bavoso.
A Nanda Kaul, non resta che l'improvvisa consapevolezza, di essersi
costruita una vita solitaria, per necessità, e non per
volontà non riuscendo a suscitare l'amore a cui tanto aveva
anelato (il marito per tutta la loro vita matrimoniale aveva amato
un'altra donna, non sposata per motivi religiosi); una vita basata
su menzogne raccontate a se stessa, priva di sentimenti, di atti
gentili e generosi come quelli di aiutare l'amica, ospitandola
nella sua casa, offrendole un riparo e una sicurezza per la vecchiaia;
non le resta che il rimorso per aver avuto sì il pensiero
ma non la capacità, la spinta di realizzarlo.

La scrittura della Desai nel descrivere il paesaggio, gli ambienti
e nel caratterizzare la psicologia dei personaggi è ricca,
precisa, poetica, con risonanze intime; fa scorrere il racconto
in ampi spazi e vedute, soffermandosi poi su ogni particolare,
dando spazio alle immagini e ai sentimenti che sembrano così
imprigionati nell'animo delle protagoniste: il tutto fino allo
scoppio drammatico delle ultime pagine, delle ultime righe.
16 aprile 2006