Scrittrici africane
WEWEREWERE LIKING
LA MEMORIA AMPUTATA

BALDINI CASTOLDI DALAI editore - 2006 - EURO 18.
Werewere Liking, - romanziera, cantante, poeta, regista teatrale,
pittrice, - è un'artista poliedrica e una figura eminente
nella cultura africana contemporanea. Nata in Camerun meridionale,
nel villaggio di Bondé, nel 1950 vive in Costa d'Avorio
dove si trasferì nel 1978 fondando la Scuola Ki-YI Mbock
( che vuol dire in lingua bassa sapere che supera ogni altro sapere),
in cui viene data la possibilità alle/ai giovani poveri
di avvicinarsi all'arte e di studiare; ma la scuola non è
solo questo: è anche un luogo di incontro, confronto e
sperimentazione di artisti di origini e di tradizioni africane
diverse attraverso la messa in scena di spettacoli, esposizioni
di quadri e di opere anche non pittoriche.

In Italia incomincia ad essere conosciuta avendo partecipato al
Festival della Letteratura di Mantova nel 2003 ed essendo stata
ospite, in questi giorni (18-20 gennaio 2007), al convegno organizzato
dal Premio Grinzane Cavour sul tema 'Il deserto e dopo. La
letteratura africana dall'oralità alla parola scritta'.

Il suo romanzo, La memoria amputata, scritto in francese,
è secondo la sua stessa definizione un "canto-romanzo",
in cui si mescolano canti tradizionali, poesie e narrazione facendo
rivivere in tal modo la tradizione dell'arte orale - quella del
cantore-poeta tipico della popolazione Bassa - con la scrittura.
Halla Njokè, la voce narrante, nonché voce della
scrittrice, presentandosi nelle prime pagine del libro, spiega
come giunta all'età di ottantanni, decide di riprendere
la sua iniziale attività di scrittrice successivamente
abbandonata per quella di cantante, dopo aver testardamente inseguito
l'idea di descrivere emozioni e storie attraverso segni e parole
'che nessuno dei miei sapeva leggere'.
E lo fa per raccontare la propria storia, quella della sua omonima
nonna paterna, Grand Madja, quella della madre Naja, della zia
paterna Roz e quella della zietta Roz, lontana cugina del padre.
Nasce una lunga saga familiare in cui vengono saldate le storie
di queste donne in forma circolare: dall'ultima risalendo via
via alla prima e tornando poi all'ultima, in una continua scoperta
di legami, trasferimenti di sapere, coincidenze di fatti e successive
rivelazioni.
Far emergere dal silenzio una lunga storia di violenze, di sopraffazioni
e di misfatti, riappropriarsi di una memoria a lungo esiliata
e rimossa diventa lo scopo del romanzo insieme al riconoscimento
del ruolo e della creatività delle donne africane: 'Penso
a quei milioni di donne laboriose che fanno girare instancabilmente
la ruota del divenire di questo continente, nell'oblio delle loro
storie dolorose e infelici. Allora ho voglia di prendere trombe
e trombette per intonare un inno alle gloriose madri Naja e zie
Roz per tutte le loro lotte epiche e silenziose, ma che hanno
fatto sì che al di là di tutte le disperazioni,
questo continente torturato rimanga ancora il continente di tutti
i domani possibili per l'umanità intera.'
Il romanzo risulta un'opera complessa e originale sia nella sua
composizione formale che negli intenti ideali. Diviso in 14 tempi,
che nulla hanno a che fare con la semplice cronologia di svolgimento
degli eventi, ma che indicano prioritariamente, con l'emergere
della memoria, i vari passaggi e i livelli di consapevolezza a
cui la protagonista approda dopo le prove sostenute, è
anche romanzo di formazione, in cui si narra come Halla arrivi
alla comprensione della propria storia e genealogia femminile
inserita nella storia del suo paese.
Ideale perché Werewere Liking scrive con l'intento di far
parlare il silenzio delle donne africane, di far emergere le "storie
minori" rispetto alla drammatizzazione della Storia ufficiale
con i suoi archivi manipolati e la sua memoria opportunamente
falsificata. 'Dovevo portare alla luce tutte quelle memorie
ingoiate, dimenticate.'
Da segnalare l'interessante prefazione al libro di Michelle Mielly,
l'articolo con l'intervista alla scrittrice apparso sul Manifesto
del 22/1/2007 e l'articolo di Itala Vivan su L'Unità del
24/1/2007.
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CHIMAMANDA NGOZI ADICHIE
L'IBISCO VIOLA

FUSI ORARI editore - 2006 - EURO 15.
Chimamanda Ngozi Adichie è nata in Nigeria nel 1977. Ha
studiato presso l'Università della Nigeria a Nsukka, città
in cui è cresciuta e successivamente negli U.S.A.
L'ibisco viola, il suo primo romanzo, scritto in inglese,
dopo una serie di racconti pubblicati sul New Yorker e sulla rivista
Granta, è stato selezionato per partecipare all'Orange
Prize nel 2003 ed è risultato vincitore del Commonwealth
Writer's Best First Book Prize del 2003.
La scrittrice è di origine Ibo della Nigeria Orientale
(Biafra), etnia che subì una dura sconfitta durante la
guerra civile. Nella cultura e nell'organizzazione sociale degli
Ibo la donna vive in una totale subalternità al maschio;
il cattolicesimo missionario di provenienza anglosassone ha mantenuto
e perpetrato questo stato di cose.

Nel romanzo sono narrate le trasformazioni civili e politiche
che la società nigeriana sta attraversando: si scontrano
le vecchie tradizioni religiose e il cattolicesimo nei suoi aspetti
integralisti e ortodossi insieme a quelli più popolari
e di vicinanza agli umili e agli oppressi; le nuove ricchezze
e la miseria della maggioranza della popolazione continuamente
tiranneggiata dai regimi militari; la vecchia e nuova struttura
della famiglia, i vecchi e i nuovi rapporti di convivenza sociale.
In sintesi il postcolonialismo.
Kambili, la voce narrante, è una ragazzina di 15 anni e
vive nella città di Enugu a poca distanza dalla città
universitaria di Nsukka; il padre è un uomo potente e ricco,
proprietario di fabbriche e dello Standard, unico giornale indipendente
della Nigeria. Ad un immagine sociale di apertura, di integrità
morale e generosità verso i deboli e i bisognosi, l'uomo,
nel privato mostra il volto del potere autoritario e assoluto.
La sua volontà si manifesta nella disposizione di governare
ogni singolo atto, di organizzare ogni singolo momento dei componenti
della sua famiglia: la moglie, Beatrice, il figlio Jaja, la figlia
Kambili. Religioso fino al fanatismo, impone alla famiglia le
sue regole di vita e di pensiero che non possono essere assolutamente
mai trasgredite, se non subendo conseguenze crudeli e violente.
In questo clima familiare vivono Kimbala e suo fratello Jaja,
con sentimenti ambigui di amore e sottomissione per il padre padrone,
nascondendosi di fronte a contraddizioni talmente dolorose sulle
quali il pensiero non avrebbe potuto sostare neanche momentaneamente
Un altro genere di famiglia è quello della sorella del
padre, zia Ifeoma, vedova che mantiene decorosamente la famiglia,
la figlia di 15 anni Amaka e i due figli maschi, Obiora e Chima,
di poco più giovani, con il suo stipendio, non sempre pagato,
di docente universitaria. L'aria che lì si respira è
quella dell'amore, dell'allegria, dello stare insieme, del poter
ognuno esprimere i propri sentimenti, desideri, pensieri in libertà.
In quella casa, tutto è in sereno disordine, ma tutto comunque
funziona e ha le sue regole condivise o contestate; l'energia
che vi circola è tanta, come tanti sono i discorsi, le
idee e le persone che lì girano.
In una visita alla zia e ai cugini, Kimbala e Jaja si trovano
e impattano in un altro modo di vivere, di mettersi in relazione
dove tutto è in espansione anziché in repressione
e da lì inizierà il loro processo di comprensione,
di maturazione e di ribellione presentato dalla scrittrice già
nella prima pagina del romanzo: 'A casa tutto cominciò
a crollare quando mio fratello Jaja non andò a fare la
comunione e Papà scagliò il suo pesante messale
attraverso la stanza e ruppe le statuine delle vetrina.'
L'ibisco viola del titolo è una pianta che zia Ifeoma coltiva
in via sperimentale: raro, con un sottofondo fragrante di libertà
..Una
libertà di essere, di fare.
19 febbraio 2007