CRISTINA ALI FARAH
MADRE PICCOLA

FRASSINELLI 2007 - EURO 17
recensione di Silvana Ferrari
'Dei somali, nonostante i nove anni di guerra, a chi importa?'
A questa domanda posta da Barni, una delle protagoniste di Madre
Piccola, romanzo di esordio della scrittrice italo-somala
Cristina Ali Farah, non si può rispondere facilmente se
non mettendo in atto tutti i nostri sensi di colpa di occidentali.
L'autrice, nata nel 1973 in Italia da madre italiana e padre somalo,
ha vissuto fino al 1991 a Mogadiscio, quando la situazione politica
e militare del paese in piena guerra civile l'ha costretta a fuggire
e a rifugiarsi in Italia, a Roma, dove tuttora vive con la famiglia.

Il romanzo a tre voci è la testimonianza di vite che, a
causa di regimi dittatoriali, della guerra, dell'instabilità
politica di un paese, vedono confondersi le trame delle loro esistenze
e prendere direzioni inaspettate; esistenze che, anche se graziate,
diventano testimoni di altre vite calpestate, oltraggiate anche
solo per vanagloria, desiderio di dominio o stupidità armata
dall'odio.
Le tre voci narranti rappresentano le avanguardie di un'eco dei
milioni di fuggitivi, di sradicati, di gente senza più
terra che insegue vie di salvezza in giro per il mondo, e che
pensa di poter respirare aria di casa quando incontra un conoscente,
un volto noto o quando, aggirandosi in certi luoghi come la Stazione
Termini, può mangiare ancora un bajiiye o un sambuusi in
un chiosco o riso con il capretto alla draddorio o trovare nel
negozio di Qamar 'tutto quello che una donna somala può
desiderare': vestiti, profumi, ambre, oli, essenze e musica.
Domenica Axad, la prima voce, è italo-somala, madre italiana
e padre somalo; la sua doppia identità, l'essere due anche
nella lingua, il colore della pelle, - né bianca, né
nera -, il dover sempre giustificare la propria differenza, -
con gli italiani in Italia e con i somali in Somalia -, le hanno
provocato non pochi problemi. La sua infanzia scorre velocemente
a Mogadiscio nella grande famiglia paterna, fra zie, zii e una
marea di cugine e cugini; su tutti prevale il legame con Barni,
cugina-sorella e come lei la definisce 'il suo principio'.
Barni sostiene che loro due insieme si 'modulavano': 'Lei
addolciva il mio impulso, io elettrizzavo la sua quiete. Lei moderava
le mie iperboli, io riempivo il suo silenzio. Io ero l'avanguardia,
lei la retrovia'. La partenza improvvisa con la madre per
l'Italia rompe la loro simbiosi. Mentre per la donna il ritorno
forse è un tentativo di imprimere una svolta ad un matrimonio
in cui l'assenza dell'altro e la propria solitudine costituivano
la regola, per Domenica la nuova residenza è isolamento,
abbandono, straniamento, una provocata amnesia verso il passato:
un nocciolo duro di dolore che trova sollievo solo nel ferire,
tagliare, incidere il proprio corpo, 'tagli netti da cui osservavo
il sangue defluire,
incisioni.. fino a disegnare una ragnatela
di fili sottili sulla pelle'.
Un non meditato richiamo del padre la porta a Mogadiscio nel momento
dello scoppio della guerra civile; tre giorni di rapide immagini
di morte e di dolore e nuovamente la fuga e il rientro in Italia,
ma non più insieme alla madre. Segue il flusso dei profughi,
viaggia nei Paesi Bassi, in Olanda dove impara il mestiere di
filmare con la cinepresa, poi a Londra, in Finlandia e poi in
America seguendo le strade battute dalla diaspora somala. 'Essere,
potevi essere ovunque. Per me, per noi tutti era indifferente'.
Barni, seconda voce narrante, vive a Roma, arrivata insieme a
migliaia di altri profughi, nel momento in cui Domenica decideva
di disperdersi per il mondo. A Roma ha trovato stabilità;
fa l'ostetrica, occupazione in cui il suo carattere forte e generoso
ha modo di esprimersi: 'curare, occuparmi degli altri è
un modo per mantenermi salda a terra. E' come un sentimento di
onnipotenza, mi fa sentire invulnerabile'. La sua attività
vorticosa la porta a intrecciare fili di altre esistenze, a incrociare
vite che poi sono inestricabilmente legate ad altre, a scoprirne
i nodi, a cercare persone scomparse, per poi ricomporre una tela
che anche se rotta forse ha la possibilità di trovare trame
su cui ricominciare a tessere vite interrotte che lei spera riescano
a trovare ragioni, scopi e legami a cui aggrapparsi per ricomporsi.
E' il suo modo per ricucire lo strappo provocato dall'abbandono
della sua terra, della sua famiglia e dall'azzeramento della sua
memoria. In uno dei questi percorsi rincontra dopo venti anni,
la sua amica-sorella-cugina Domenica sposata a Taageere e incinta.
Taageere, la voce maschile della narrazione, è introdotto
da una lunga telefonata alla prima moglie, Shukri che vive a Roma
mentre lui è in America, in cui cerca di spiegarle, grazie
ad una scheda di cinque dollari per trecento minuti, i motivi
della sua impossibilità di incontrare il figlio mai visto,
di giusticare la sua incapacità di essere padre e marito
e in cui accetta il 'divorzio telefonico' da lei. E', come gli
altri, vittima della guerra, se la porta dentro, ce l'ha negli
occhi insieme alle immagini di quelli ormai vuoti di Xirsi, il
suo amico fraterno, insieme all'odore della morte dei corpi abbandonati
per le strade, della polvere delle case distrutte e il senso di
completa irragionevolezza del tutto. Ha girato come gli altri
per il mondo, le stesse strade, le stesse mete: Roma, Olanda,
Finlandia, Londra, Germania, America, incapace di trovare solidità,
senso di appartenenza, impossibilitato a stabilirsi in un luogo.
Forse per gli uomini, come dice Barni, è più difficile
'ridefinirsi, inventarsi un ruolo. Adattarsi. Umiliarsi.'
Forse l'incontro con Domenica, la nascita di un nuovo legame e
l'attesa di un figlio potrebbero essere una spinta sufficiente
per cambiare, per ricominciare, facendogli imboccare nuove vie.
Senza aspettare comunque le decisioni di Taageere, a Roma, Barni,
Domenica e il piccolo Taariikh hanno piantato le fondamenta della
loro nuova esistenza, convivendo perché 'gran parte
del dolore si compartisce', perché 'una madre sola
non basta ai propri figli', perché 'i figli si crescono
in comunione'. Barni, nella sua piacevole e rassicurante concretezza,
arriva anche ad affermare: 'lasciamoli', riferndosi agli
uomini, 'senza pertiche, smettiamo di proteggerli, vivere nella
mollezza non ha mai dato benefici.'
Nella costruzioni a più voci del romanzo, emergono altre
storie, decine di racconti di vite che popolano il quadro di un
paese, che descrivono la tragedia della sua gente e gli orrori
di una guerra dimenticata. La lingua italiana della scrittrice
è ricca di risonanze dell'altra lingua dell'altra sua terra,
citazioni di poesie, canzoni, modi di dire, e tanti sostantivi
per indicare gli oggetti di uso quotidiano compresi i nomi dei
piatti tipici della tradizione. Una lingua e dei sapori, luoghi
della nostalgia, della mancanza e dell'assenza.
5 gennaio 2008