Joyce Carol Oates
La figlia dello straniero

Mondadori - 2008 - Euro 20
recensione di Silvana Ferrari
Joyce Carol Oates, con la sua ultima opera, La figlia dello
straniero, di nuovo riesce a coivolgerci nelle spire avvolgenti
delle sue trame.
In scena un pezzo di storia americana, dalla metà degli
anni trenta del novecento alla fine del secolo; ma non solo, la
narrazione si allarga alla storia europea: il nazismo, la seconda
guerra mondiale, lo sterminio degli ebrei, per poi indagare l'incontro-scontro
tra le due culture, l'europea e l'americana. Molti altri elementi
entrano in questo lungo romanzo: la sessualità, la maternità,
la violenza degli uomini sulle donne, la bellezza dell'arte e
della musica, l'identità e il senso di appartenenza. Sembra
che la scrittrice voglia dare un personale contributo alla interpretazione
critica della storia del secolo scorso.
Al centro la figura di Rebecca Schwart, poi Rebecca Tignor, Hazel
Jones, Hazel Gallagher, in un continuo e significativo cambiamento
di identità. Una rappresentazione simbolica del suo ossessivo
desiderio di averne almeno una e dell'altrettanto urgente bisogno
di negare quella preesistente: una storia comune fra i molti che
sbarcarono sulla terra americana.
La sua famiglia, gli Schwart, - il cognome viene così reinterpretato
dall'Ufficio migrazione - in fuga dal nazismo, sbarca nel '36
a New York, stabilendosi in un piccolo centro, Milburn, a nord
dello Stato. Il padre Jacob, trova lavoro come custode del cimitero
comunale, un lavoro misero a cui si adatta temporaneamente - lui
spera - per poter affrontare i primi difficili anni in un paese
di cui parla malamente la lingua e di cui però già
disprezza, le persone e i loro costumi. Nel suo recente passato,
a Monaco, era stato uno stimato professore di matematica, amante
della filosofia e della musica, con una vita dignitosa e serena
insieme all'amatissima moglie Anna e ai due figli maschi, Herschel
e August. Qui, nella terra degli 'altri', nasconde la sua laurea
e la sua cultura: lo fa per non essere considerato strano e deriso
dalla gente che già lo etichetta come straniero per la
sua pronuncia gutturale e il suo linguaggio limitato, che lo disprezza
nei suoi abiti poveri e lo considera, contemporaneamente, ebreo
e nazista. Il luogo dove vivranno, una casetta di pietra, un tugurio
buio e malsano, al limitare del cimitero e lontano dal paese,
acuirà il loro isolamento e il senso di estraneità
di cui negli anni a venire porteranno il peso.
Rebecca, nata sulla nave al momento dell'attracco nel porto di
New York, è l'unica ad essere americana e a non aver bisogno
di permessi: in famiglia, lei è quella fortunata. Insieme
ai figli maschi, il padre prospetta, dopo la fine dei loro studi,
di aprire un'attività in cui potrebbe mettere a frutto
le sue conoscenze, tipo una copisteria di testi scientifici.
Nulla di tutto questo avverrà. La desolazione costantemente
vissuta e sopportata, la perdita di dignità quotidianamente
provata, l'incapacità di sentirsi parte di una comunità
che comunque li emargina e infine una struttura sociale oppressivamente
violenta, farà esplodere il dramma. I maschi che mal frequentano
la scuola, poco capaci e poco intenzionati a farsi deridere dai
loro compagni, presto abbandoneranno la famiglia; la loro fuga
sarà vissuta dal padre come un tradimento e l'uomo sempre
più chiuso nelle sue idee allucinate, sempre più
avvolto nelle sue ossessioni, ucciderà la moglie, togliendosi
a sua volta la vita. Risparmierà la figlia proprio perché
americana.
Devastanti le conseguenze sull'allora tredicenne Rebecca: una
vita alla deriva, in fuga da se stessa e dal proprio passato.
Lei era la figlia del becchino assassino e da tutti sarebbe stata
riconosciuta come tale. Seguendo alla lettera una delle frasi
che il padre amava ripetere - 'Nel mondo animale i deboli soccombono
presto. Bisogna nascondere la propria debolezza.' -, nega
tutto di sé. Provvede alla demolizione del proprio io,
nasconde le proprie origini, diventa un essere senza famiglia,
senza passato e radici, una delle tante che può andare
ovunque senza provare rimpianti, e il desiderio di fermarsi e
di radicarsi.
Ingenua ma diffidente, orgogliosa e indipendente sarà
alla mercé di chiunque le mostri un po' d'interesse. Cade
nella rete di Niles Tignor, un delinquente della zona, violento
e geloso, con più del doppio dei suoi anni. Di lui l'attirano
la vitalità, il calore animalesco, l'evidente energia sessuale,
ma soprattutto il suo senso di stare nel mondo come se questo
gli appartenesse. Accetta di unirsi a lui e di sposarlo - il matrimonio
si rivelerà falso come l'anello che le metterà al
dito e i racconti della sua vita e dei suoi lavori -, sopportando
di vivere in una catapecchia isolata e cadente, in un posto chiamato
Four Corners, lontano dal paese e dalla gente; subirà le
sue lunghe assenze, le sue aggressioni sessuali e verbali, in
uno stato di perenne pericolo, ma anche proverà la felicità
di avere un figlio, Niles Jr, l'amore della sua vita. Proprio
per salvare lui e se stessa, organizzerà la fuga, cosa
che la sua mente, troppe volte messa a tacere, le aveva suggerito
di fare da lungo tempo.
La seconda parte del romanzo narra il suo lungo e ininterrotto
viaggio, per nascondersi, nel nord dello Stato. Paesi visti dai
finestrini dei Greyhounds, camere di pensioni, bar fumosi e affollati,
locande dove lavora per brevi periodi, appartamenti in affitto
presto abbandonati, visi di persone, incontri occasionali, legami
subito interrotti. Una successione di paesi, persone, luoghi che
scorrono senza lasciare traccia. Solo lei e suo figlio, un bambino
sensibile e nervoso che negli occhi ha già una maturità
e una consapevolezza che molti adulti non avranno mai. E come
i luoghi cambiano, lei adatta la sua personalità, sorridente
e distante, gentile e poco socievole, variando così il
trucco e l'abbigliamento. Dal suo passato le arrivano voci, quelle
dell'odiato padre, le sue massime e le sue premonizioni, quelle
dei fratelli, delle poche amiche e molte rapidissime immagini,
dei lampi, ma tutto deve stare sommerso in una profondità
tale che solo l'inconscio, nei sogni, riuscirà a raccontare.
Nella terza parte, costituita da un epistolario, in uno scambio
di lettere fra lei e la ritrovata cugina Freyda, figlia della
sorella minore della madre e unica sopravissuta della famiglia,
riesce a raccontare, forse perché ormai vecchia e malata,
il mai detto e a rivelare la propria identità e la storia
della sua famiglia.
La prima parte può essere considerata quella più
bella, e il suo percorso narrativo portato dal flusso dei ricordi
di Rebecca, così carico ed emozionalmente intenso, coinvolge
chi legge in misura straordinaria; ma l'intero romanzo risulta
nella sua complessità un'opera di valore e una tappa importante
nella vita letteraria di Joyce Carol Oates.

2 dicembre 2008