Michela Murgia
Accabadora

Einaudi 2009 - Euro 18
recensione di Silvana Ferrari
Michela Murgia, autrice di Accabadora, è sarda di Cabras,
nell'oristanese.
La storia che narra, arcaica e quasi mitica, reca l'aria di quella
terra e della gente che lì vive, fatica e muore, con credenze,
usanze e regole condivise dalla comunità, e tutte interne
all'economia e alle tradizioni di quei luoghi.
L'accabadora nella tradizione sarda è colei che per conto
della comunità, su richiesta dei familiari, conduce i morenti
alla dolce morte.
Bonaria Urrai, Tzia Bonaria, di Soreni è l'accabadora:
su chiamata dei parenti è colei che di notte, in nere vesti
e il capo coperto da uno scialle, entra nelle stanze dei morenti
portando loro una fine pietosa. Per alcuni, lei dice, è
l'ultima madre che vedono in quell'istante.
Di mestiere è sarta e ricamatrice e come poche conosce
il suo lavoro e le regole che lo governano. Conosce anche l' arte
della fattura e la lettura e l'interpretazione dei suoi segni
e dei suoi simboli.
Maria Listru è una filla de anima, una bambina ceduta dalla
madre naturale ad un'altra donna che s'impegna a crescerla, a
insegnarle un mestiere e a tenerla cara come una figlia, in cambio
di un aiuto, un'assistenza nella vecchiaia. A questo tipo di adozione,
in uso nei paesi sardi, vi si ricorreva per sollevare dal carico
dei figli le famiglie numerose ed assicurare un futuro dignitoso
ai bambini. Una tradizione regolata dagli usi della comunità
del paese, non certo dalla legge.
Maria aveva sei anni quando la madre la cedette a Tzia Bonaria
e il passaggio per la bambina non fu traumatico. Quarta figlia
di una donna vedova, con troppi problemi da affrontare per sfamare
e tirar su la prole, lei da sempre 'aveva fatto l'abitudine
ad essere l'ultimo pensiero di una famiglia che ne aveva già
troppi'.
Bonaria Urrai, di famiglia benestante, era 'vedova di un marito
che non l'aveva mai sposata', disperso nella Grande Guerra
e di cui lei non aveva mai smesso il lutto. Quando Maria divenne
la sua fill'e anima era già una donna vecchia; in paese,
come mai l'avesse fatto, non sapevano spiegarselo, perché
di soldi per pagare donne di servizio o di compagnia lei ne aveva:
forse la solitudine e la stanchezza di vivere sempre sola l'avevano
spinta a quella decisione.
Il romanzo sviluppa con estrema accuratezza e attenzione il legame
che lentamente viene a crearsi fra la donna anziana e la bambina,
che diviene poi una giovane e sensibile donna. Il rapporto inizialmente
non è facile. Bonaria è una donna abituata a contare
su se stessa, sulla sua autonomia e indipendenza, sulla sua capacità
di affrontare la durezza della vita anche rispetto alla particolare
considerazione e fama che gode presso i suoi compaesani. Maria
è una bambina nata già orfana, abituata 'a convivere
con le assenze', con la non considerazione materna e delle
sorelle, con la certezza dell'insignificanza del suo essere. Per
la bambina Bonaria diventa la madre che la cura e la accudisce,
che le dà identità e che, con delicatezza ma con
mano ferma, la istruisce e le dà regole per muoversi nella
vita fra gli altri esseri umani.
Bonaria è una donna che sa e che ha visto molte cose del
mondo. Il suo compito, iniziato, ancora quindicenne, insieme ad
altre donne per dare pace ad una partoriente agonizzante che chiedeva
lei stessa la grazia, la rende consapevole che nella vita alcuni
atti, come nascita e morte non possono essere solitari, che alcune
cose 'farle e vederle fare è la stessa colpa' e
che da quello stesso momento aveva saputo 'distinguere fra
la pietà e il delitto'.
Per Maria la scoperta di quello che è noto a tutti nel
paese tranne che a lei è sconvolgente, distrugge le sue
più che convinte costruzioni mentali e di comportamento
su ciò che è bene e su ciò che è male,
giusto e ingiusto e non capisce o non vuole capire quello che
le dice Bonaria: "Io avevo la mia parte da fare e l'ho
fatta".
Su questo drammatico conflitto si rompe la relazione fra le due
donne in cui la più giovane e inesperta facilmente cade
nell'errore di 'giudicare il come senza capire il perché'.
La scrittura del romanzo è evocativa, molto forte nel creare
figure quasi archetipe, abitanti di un mondo in cui vigono regole
della comunità, condivise e rispettate, dove la giustizia
che si conosce è quella della tradizione e non certamente
quella degli organismi statali.
La parte del romanzo meno convincente, a mio parere, è
quella che racconta l'avventura torinese di Maria dopo la separazione
dalla madre adottiva e l'allontanamento volontario dai luoghi
della sua infanzia e della sua prima giovinezza.
Michela Murgia è autrice di racconti e di un romanzo, Il
mondo deve sapere,2006, da cui Virzì ha tratto il film
Tutta la vita davanti.

9 febbraio 2010