NATSUO KIRINO
GROTESQUE

NERI POZZA 2008 - EURO 22
recensione di Silvana Ferrari
Natsuo Kirino, il cui vero nome è Hashloca Mariko, è
nata nel 1951 a Kanazawa, un'antica città del Giappone
Centrale e ora vive a Tokio. E' scrittrice di racconti e di romanzi
con i quali ha vinto in Giappone prestigiosi premi. In Occidente
la fama le arrivò con la pubblicazione del romanzo Le
quattro casalinghe di Tokio (Neri Pozza 2003) a cui seguì
Morbide guance (Neri Pozza 2004).

In Le quattro casalinghe di Tokio - romanzo scritto usando
il genere giallo - sorprese la sua lucidità di analisi
della società giapponese, basata su un rigido patriarcato
che presuppone la totale sottomissione delle donne in tutti i
campi, compreso il mondo del lavoro. Le quattro casalinghe che
- dopo aver aiutato la loro amica a far sparire il cadavere del
marito violento, ucciso in una reazione di difesa - si associano
intraprendendo una loro lucrosa attività criminale, rappresentano,
al limite dell'assurdo, la ribellione al modello femminile a cui
le donne giapponesi supinamente si adeguano, pur logorate e sfruttate
da un sistema che dà loro pochi riconoscimenti collocandole
sempre ai gradini più bassi della società.

Con Grotesque la Kirino prosegue la sua indagine sondando
ancora più audacemente la psiche femminile e mettendo in
scena una società giapponese rigidamente divisa in classi,
chiusa da barriere invalicabili anche per i più volenterosi
e competitivi.
I caratteri principali sono tre figure femminili: l'io narrante,
innominata per tutto il romanzo, Yuriko, sua sorella minore e
Kazue, sua compagna di liceo. Al momento del racconto la voce
narrante è una donna quasi sulla quarantina che, con inesorabile
spietatezza e insolita lucidità, ripercorre i fatti salienti
che hanno determinato e così definito le sua vita e quella
delle altre due. Fin dalle prime pagine del romanzo veniamo a
conoscenza della tragica morte di Yuriko e di Kazue, assassinate
da un killer di prostitute, già catturato e processato,
che ammette però l'uccisione di una sola delle due.
La scrittrice per tale episodio si rifà ad un fatto di
cronaca realmente accaduto negli anni novanta, che aveva sconvolto
l'opinione pubblica per il coinvolgimento di una donna dalla doppia
vita: di giorno impiegata ad alto livello in un'importante società
e di notte prostituta.
La voce narrante e la sorella Yuriko sono figlie di una coppia
mista: madre giapponese e padre svizzero con antenati polacchi.
Fin dalla primissima infanzia Yuriko si rivela una bambina di
una bellezza eccezionale, quasi soprannaturale, un miracolo genetico
nato dall'incontro di due esseri ordinari e anonimi. Per la sorella
maggiore, che immediatamente si accorge di come Yuriko si serva
della sua bellezza per manipolare gli adulti e piegarli ai suoi
voleri, tale bellezza appare come 'mostruosa', 'grottesca',
tale 'da suscitare orrore', 'opprimente', svigorente
e inquietante. Prima istintivamente poi razionalmente si ribella
alla vita che il futuro le prospetta, sempre all'ombra di questa
annientante 'bellezza assoluta'; decide di prendere le
distanze dagli adulti, compresi i genitori, che giudicano il suo
comportamento frutto di invidia e di cattiveria, costruendosi
un io 'perfido' e lucido, grazie ad un'intelligenza logica
e pragmatica che sempre la sosterrà, dote di cui non gode
la sorella. Grazie a Yuriko, e per sua colpa, affina anche un
altro potere, forgiato e coltivato giorno dopo giorno: 'il
potere di serbare infinito rancore', nonché una sensibilità
estrema nei confronti dei sentimenti altrui.
Kazue era stata sua compagna di liceo nella prestigiosa scuola
Q, la più esclusiva di Tokio e dell'intero Giappone, a
cui entrambe erano riuscite ad accedere grazie all'impiego di
tutte le loro forze e intelligenze. Kazue poco attraente, se non
rozza e sgraziata, ma molto orgogliosa e ambiziosa, era ossessivamente
decisa a mettersi in mostra in tutti i modi, cercando di eccellere
e di essere sempre, con i voti, tra le prime allieve della classe,
ottusamente convinta che l'impegno e la sua ostinazione l'avrebbero
fatta accedere ad alti e prestigiosi ambienti. Ma al liceo Q,
anche se ammesse in una cerchia élitaria, le due si accorgono
presto di essere comunque delle outsider, considerate dalle altre
delle strambe originali e tenute in disparte e isolate.
Il liceo femminile Q garantiva un'istruzione di alto livello,
che a sua volta permetteva l'immediato accesso all'università
Q, particolarmente selettiva e ben quotata per l'accesso a carriere
significative. Frequentarlo però non voleva dire, di conseguenza,
essere ammesse fra la prole di coloro che rappresentavano le classi
dirigenti e il potere del paese, perché già all'interno
del gruppo vi erano due distinzioni decisive: 'la corrente
principale e i rami collaterali', cioè coloro, che
per ricchezza e aristocrazia familiare avevano potuto iscriversi
frequentando fin dalle elementari e tutte le altre che, faticosamente
arrancando, erano riuscite ad entrare, superando con il sudore,
selezionatissimi esami per l'accesso alle medie o al liceo. Era
un luogo di competizione spietata dove tutte volevano essere vincitrici.
'L'esempio più eclatante e disgustoso della nostra società
classista' così lo definisce con chiarezza Mitsuru,
una loro compagna di classe che aveva saputo intelligentemente
trovarsi uno spazio in un simile ambiente, senza farsi annientare.
Con queste premesse, come hanno potuto Yuriko e Kazue finire come
sono finite, puttane e assassinate?
Per Yuriko, la voce narrante qualche spiegazione l'ha trovata:
una donna che mette in campo la bellezza come unica chance e con
la quale esercita sugli altri un potere che le permette di avere
tutto, compreso incredibilmente l'accesso alla super scuola Q,
- grazie all'innamoramento di un professore -, il sesso, quando
la bellezza si consuma, resta l'unico potere che liberamente ancora
le è concesso di esercitare sugli uomini.
Ma forse anche per Kazue la spiegazione è la medesima.
I suoi sforzi caparbi per raggiungere alti livelli nel lavoro
e nella società si scontrano contro le divisioni di classe
e di genere, relegandola allo stesso ruolo subalterno, in famiglia
e fuori, da cui forse ha pensato di uscire trasgredendo tutti
i canoni fino ad allora ottusamente rispettati: un gesto di ribellione
contro tutte le illusioni così tenacemente coltivate.
La voce narrante, - una donna di mezza età con alle spalle
una vita modesta all'ombra della sorella, mai sfiorata da un uomo,
'una vergine eterna', come lei si definisce, - giunta alla
fine della narrazione sembra comprendere le motivazioni dei comportamenti
di Yuriko e di Kazue e nello stesso moto di ribellione decide
di seguire i loro destini.
Il romanzo è un'opera complessa e ponderosa - più
di novecento pagine - in cui la Kirino ci ha mostra la sua capacità
di tessere una trama sapiente e intricata dove anche personaggi
minori sono dettagliatamente descritti e restano nel ricordo di
chi legge, come la povera madre delle due sorelle morta suicida
in un gesto di ribellione o di rinuncia, e dove i registri di
scrittura variano quando la voce narrante alterna le sue memorie,
alle pagine dei diari lasciate da Yuriko e Kazue.
4 novembre 2008