Elisabeth Strout
Olive Kitteridge

Fazi Editore 2009 - Euro 18.50
recensione di Silvana Ferrari
Olive Kitteridge, premio Pulitzer 2009, è il secondo romanzo
della scrittrice americana del Maine Elisabeth Strout, dopo Amy
e Isabel (Fazi, 2000) che al suo esordio ottenne ampio favore
di critica.
Ambientato in un paesino, Crosby, che la scrittrice ben conosce
avendovi vissuto parte della sua giovinezza, raccoglie nei tredici
capitoli in cui è suddiviso, storie che valicano quell'orizzonte
un po' tradizionale, forse un po' chiuso e apparentemente limitato.
In tutte le storie l'Olive Kitteridge del titolo se non è
la protagonista fa la sua apparizione, come una comparsa, oppure
viene nominata in una citazione o in un ricordo. Comunque sia
il personaggio fa da collante, filo conduttore delle vicende narrate,
ma anche fra i personaggi delle storie. Crosby è un microcosmo
in cui la vita dispone, come ovunque sulla Terra, tutte le sue
possibilità, le sue incongruenze e casualità; qui
però sono attentamente osservate e studiate dall'occhio
della scrittrice come sotto una lente d'ingrandimento.
Di Crosby Olive Kitteridge è quasi un'istituzione: non
solo la sua famiglia vi risiede dal tempo dei padri fondatori,
attorno al 1630, ma è/ è stata l'insegnante di matematica
nella settima classe della scuola locale e quindi ha avuto come
allievi una gran parte dei suoi abitanti.
Per il suo comportamento anticonvenzionale, i suoi modi bruschi,
ma schietti, il sarcasmo delle sue osservazioni, non solo è
stata lo spauracchio di decine di allievi - non di tutti, altri
per lei hanno provato una timorosa ammirazione - ma si è
creata anche una fama di donna irritante e bizzarra fra i suoi
concittadini, mentre per Henry il marito, il farmacista del paese,
uomo dolce dai modi gentili e attenti, i sentimenti sono di comprensione
e a volte di commiserazione.
Oltre le storie che la riguardano, storie della sua vita familiare
non sempre facile e lineare, principalmente per gli alti e bassi
del suo carattere e per le difficoltà di vivere in pace
con se stessa e il suo corpo grosso ed ingombrante, ci sono i
problemi con il figlio Christopher, di cui paventa la depressione,
trasmessa, secondo lei, per via familiare, prima di tutto dai
suoi geni, con il padre suicida, e poi da quelli di Henry con
la madre spesso sotto psicofarmaci.
In una cittadina dove tutti sanno tutto di tutti, solo i sentimenti,
le passioni personali, le miserie e le debolezze di ciascuno restano
nascosti nell'anima, segreti a tutti e vissuti in totale e dolorosa
solitudine, mentre i corpi fisici continuano con i gesti e i comportamenti
di sempre a vivere quasi una vita in totale separatezza. Qualcuno
prova ad andarsene nella speranza di trovare, in altri luoghi,
un posto accogliente, giusto per vivere; i molti restano con tutto
il loro carico da portare. Esistono anche le piccole felicità
e i momenti di gioia vissuti nell'intimità e forse ancora
in totale solitudine.
C'è Kevin che non riesce a trovare un luogo dove adattarsi
per vivere e torna per ritrovare i luoghi della sua infanzia in
cui si era sentito amato e in sintonia con tutto.
Angie, la pianista semialcolizzata di Crosby che suona divinamente
senza aver frequentato scuole, e cova il dolore segreto di una
madre che si vendeva agli uomini.
Nina che muore a vent'anni per troppa fame di amore in un corpo
che non vuole nutrire.
Harmon che si prepara a lasciare la moglie dopo tanti anni di
matrimonio, incapace di nascondere l'insofferenza per quella quotidianità
prevedibile.
Jane e Bob, un'anziana coppia, che si raccontano un episodio segreto
e emerso casualmente: per tutti quegli anni ognuno dei due aveva
pensato che l'altro ignorasse il fatto.
E ancora il timidissimo e mai rivelato amore di Henry, per una
sua giovane dipendente e quello più cupo e tormentato di
Olive per un collega. Quest'ultimo vissuto esclusivamente nei
desideri e negli sguardi di entrambi, mai concretizzato, e successivamente
mitizzato da Olive a causa della tragica morte di Jim O'Casey.
La vita in mezzo a tutto questo continua a scorrere e Olive da
madre di un adolescente problematico e timido si ritrova ad essere
una signora di mezza età: il corpo ingrossato e dolorante
imprigionato in un busto, le gambe come tronchi. A cui è
da aggiungere la delusione per il matrimonio del figlio con una
donna da lei poco stimata e il successivo e prevedibile divorzio.
E infine riscoprirsi settantenne, 'anziana e spaventata', con
la sensazione di essere 'come un pacco di caffè sottovuoto',
dopo la morte per ictus di Henry.
Ma non sono la tristezza o la rassegnazione i sentimenti dominanti
del romanzo o la banale constatazione sulla casualità e
inspiegabilità dei fatti umani a cui è comunque
necessario sottostare, c'è un'intelligenza comprensiva,
che scava con tolleranza nei sentimenti e nelle pene umane, che
cerca di darsene una ragione provando partecipazione e compassione.
Anche gratitudine insieme al rimpianto.
Un suggerimento o un consiglio nell'ultimo capitolo: 'l'amore
non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme
agli altri su un piatto passato in giro per l'ennesima volta.'
Il romanzo è dedicato alla madre 'la migliore narratrice
di storie che io conosca'

10 novembre 2009