MAEVE BRENNAN
LA VISITATRICE

BUR RIZZOLI -2005- EURO 7.20
di Silvana Ferrari
Maeve Brennan, nata a Dublino nel 1917, visse la maggior parte
della sua vita a New York.
Fu apprezzata scrittrice di racconti apparsi sulle più
prestigiose riviste dell'epoca; fu collaboratrice per oltre trent'anni
del New Yorker, per cui scrisse inizialmente recensioni - fra
cui la raccolta di romanzi di Colette e Menzogna e Sortilegio
di Elsa Morante - e, successivamente, racconti. Muore nel 1993
pressochè sconosciuta e dimenticata, nonostante la pubblicazione
di due raccolte di racconti, accolti molto positivamente dalla
critica al momento della loro uscita.
Il dattiloscritto de La visitatrice fu trovato nel 1997
in mezzo alle carte di un lascito archivistico di una casa editrice
newyorkese destinato all'Università di Notre Dame, Indiana;
pubblicato in America nel 2000, venne immediatamente riconosciuto
come un piccolo capolavoro e contribuì alla riscoperta
della scrittrice. L'edizione italiana ha una prefazione di Paula
Fox e un'appendice con notizie su Maeve Brennan. In copertina
è riportata una sua foto: vi appare una donna bellissima
con i capelli raccolti in un'elaborata acconciatura e uno sguardo
triste e disilluso.

E' un romanzo breve, si pensa scritto negli anni quaranta. Narra
di Anastasia, giovane donna ventenne che, dopo la morte della
madre a Parigi, torna nella città natale, Dublino, dalla
nonna, nella casa di famiglia, desiderosa di ritrovare dei legami
affettivi, del calore e incominciare una nuova vita (dopo anni
di assistenza ad una madre depressa).
Trova invece un'anziana signora irrigidita nel suo passato, e
nel dolore per la perdita del figlio, incapace di perdonare la
nipote, colpevole ai suoi occhi di aver seguito la madre, a Parigi,
e di non essere rimasta accanto al padre dopo l'abbandono della
moglie.
La scrittura, ricca di particolari, rende bene le atmosfere cupe
della casa, abitata solamente dall'anziana signora e dalla sua
governante, con gli arredi e i mobili rimasti immutati e ancorati
ad un epoca, un passato precedente, immodificabile.
Anastasia cerca in tutti i modi di farsi amare, di farsi accogliere,
di vincere la fredda resistenza della nonna, invano: l'attaccamento
di costei alla memoria del figlio è tale da non vedere
e non accettare le offerte d'amore della ragazza, ma anche di
non vedere il dono che la nipote le offre con la sua giovanile
presenza. Vince la legge del padre: non si perdona l'abbandono,
la rottura delle regole e delle convenzioni sociali e tantomeno,
come fece Anastasia, il sostegno a colei che era stata messa ai
margini delle relazioni sociali.
La scrittrice, molto attenta ai particolari, alle sensazioni,
alle sfumature, alle atmosfere dei luoghi, alle descrizioni dei
personaggi, ci trascina all'interno del conflitto, nella casa,
nelle sue stanze fredde e soffocanti con le cerimonie giornaliere
dei pranzi, dei tè, delle visite di e a vecchie vicine,
fino allo scioglimento finale della storia.
Con una certa partecipazione, vediamo Anastasia, dopo l'ennesimo
rifiuto della nonna ad accettarla nella sua vita e nella sua casa,
gettarsi alle spalle le rigide convenzioni a cui si era sottoposta
per amore filiale e prima di lasciare definitivamente quei luoghi,
a piedi nudi cantare una canzoncina infantile, davanti alla finestra
del salotto della nonna: 'C'è una terra felice/molto
lontano da qui/dove mangiano pernice/tre volte al dì/Oh,
che terra felice/è mai quella
'.
29 settembre 2005