SAHAR KHALIFAH
UNA PRIMAVERA DI FUOCO

GIUNTI EDITORE - 2008 - EURO 14.50
di Silvana Ferrari
Sahar Khalifah è nata a Nablus, in Palestina, nel 1941.
Dopo aver conseguito un master degli Women's Studies negli Stati
Uniti, è tornata nella sua città natale dove ha
fondato nel 1989 il Centro per le Donne, il primo centro di ricerche
sulla condizione femminile nei Territori Occupati.
Una primavera di fuoco è il suo ultimo romanzo dopo
Non saremo più le vostre schiave (1972), La
porta della piazza (1994), Terra di fichi d'India (1996)
e La svergognata. Nel 2006 è stata premiata con
la prestigiosa Naguib Mahfouz Medal for Literature assegnata ogni
anno dall'Università del Cairo al miglior romanzo in lingua
araba.
Il suo impegno per le donne non è mai stato disgiunto da
quello per la causa palestinese. Come scrittrice sente il dovere
di raccontare la storia della sua gente e di conservarne la memoria.
Alla fine del libro i suoi ringraziamenti sono stati rivolti prima
di tutto alle donne di Hush al-At'ut della città vecchia
di Nablus 'che mi hanno spalancato la loro memoria come finestre
da cui affacciarmi sull'esperienza e sulla realtà dei fatti.'

Il romanzo narra la storia di una famiglia palestinese che vive
nel campo profughi di Ein al-Murgian: il padre, proprietario di
una cartolibreria, colto e intelligente, scrive articoli come
inviato per un quotidiano locale, la madre, un morbido concentrato
di amore e dedizione, passa le giornate a preoccuparsi per i figli
e a dedicarsi al loro accudimento, e due figli. Il maggiore, Magid,
frequenta l'università e, con una piccola band di studenti,
organizza concerti in giro per il paese riscuotendo un certo successo;
ha una bella voce e un bel fisico, attira la passione delle ragazze
e la simpatia del pubblico, ama i bei vestiti e le scarpe italiane,
spera di poter avere una specie di borsa di studio per recarsi
all'estero a studiare musica e canto. Il minore Ahmad è
un adolescente timido e taciturno con tante paure e complessi;
ama isolarsi per pensare e disegnare e grazie ad una macchina
fotografica digitale regalatagli dal padre, ha scoperto l'altra
sua passione, quella di guardare attraverso l'obiettivo della
macchina e scattare poetiche fotografie che riprendono volti,
paesaggi e tutto quello che incontra e affascina la sua fantasia.
Due giovani con le voglie, l'abbigliamento e i modi di fare di
milioni di altri ragazzi nel mondo. Una piccola realtà
con sogni, desideri e progetti, semplici e comuni, con una particolarità,
però, immaginati e fantasticati in una situazione altamente
drammatica e quotidianamente insicura come quella vissuta dalla
gente di quei luoghi. Siamo nella primavera del 2002, quando tutto
improvvisamente cambia, muta di prospettiva, e le semplici cose
di tutti i giorni e i piccoli piaceri e desideri diventano lontani
come illusioni, una fantasia ad occhi aperti: tutto cessa allo
scoppio della seconda Intifada. Magid viene ferito gravemente,
è ricercato, trova scampo e salvezza nella residenza di
Arafat, sotto costante assedio dell'esercito israeliano; diventa
una delle guardie a difesa della Muqata, e approfittando della
sua vicinanza al potere incomincia ad esserne affascinato e a
desiderare di farne parte per godere di tutti i vantaggi e i benefici
che l'organizzazione dell'Amministrazione prevede. E ce la farà:
nelle ultime pagine del libro è seduto in un grande ufficio,
dietro una scrivania attrezzata con tutto quello che la tecnologia
offre di moderno e avanzato, con addosso abiti costosi, lontano
mille e miglia dalle sofferenze che la sua famiglia e la gente
come loro sta patendo dopo gli attacchi israeliani e la costruzione
del muro.
Ahmad, conosce la prigione e vede lo strazio dei feriti e dei
morti durante l'assedio; fa di tutto per aiutare, per salvare
vite, lavorando fino allo stremo delle forze nell'ospedale e sulle
autoambulanze, ma la potenza degli israliani è inarrestabile
e l'adolescente di un tempo con la testa piena di sogni, si ritrova
senza più alcun credo, vuoto di sentimenti e di speranze
e davanti a sé nessun futuro, nessun progetto, se non quello
di votarsi al martirio.
Nelle pagine in cui racconta la tragedia di un popolo, attraverso
la storia di eventi che hanno coinvolto le coscienze in tutto
il mondo, è da sottolineare il tentativo da parte della
scrittrice di spiegare come di fronte a certe situazioni, come
quelle vissute dai due fratelli nei momenti disperati delle loro
vite, sia comprensibile e, forse senza altre possibilità,
seguire alcune vie e intraprendere determinate scelte: quella
del potere, dell'avidità da parte di uno o quella del martirio
da parte dell'altro. In mezzo a tutto questo prosegue la vita
quotidiana della gente che ormai tutto ha patito, tutto ha vissuto,
senza altre vie d'uscita, fra ingiustizie, disillusioni; gente
che ha visto i propri capi e dirigenti corrompersi e le loro parole
diventare prive di significato come vuoti proclami senza verità.
Altro merito è quello di cercare di raccontare la complessità
della realtà di quei territori con parole coinvolgenti
ma anche chiare e precise sulle singole responsabilità.
Con amore parla della sua terra, - una complicatezza anche dal
'punto di vista geografico dove le porzioni di territorio dell'Autorità
parevano una camicia fatta a brandelli.. parevano chiazze d'olio'
,- e del popolo che la abita che comprende contadini, beduini,
intellettuali, ragazze con pantaloni e donne velate 'uno strano
miscuglio disomogeneo e senza un minimo comun denominatore'.
E della realtà degli israeliani, 'un miscuglio ancora
più ricco, più pittoresco: un colono canadese'
e poi altri provenienti da tutta Europa e dall'Africa. 'Una
cosa davvero sbalorditiva, una cartina geografica davvero stupefacente,
un parco giochi per bambini, una piazza piena di matti
'.
Dove infine la sola e unica speranza è nella pace perseguita
e auspicata da tanti giovani provenienti da tutti i paesi del
mondo che a chiusura del libro manifestano per la fine del conflitto;
e lo è anche per la giovane inglese Rachel la cui vita
è stroncata dal bulldozer a cui cercava di opporsi: chiaro
omaggio alla pacifista Rachel Corrie che subì analoga sorte
in quei giorni. E come sostiene il prete cattolico amico di Ahmad:
'Ammazzando e facendo attentati non si va da nassuna parte.
La via della violenza non porta a nessun posto'.
23 aprile 2008