DEBORAH RODRIGUEZ
LA PARRUCCHIERA DI KABUL

PIEMME EDIZIONI - 2008 - EURO 15.50.
di Silvana Ferrari
Deborah Rodriguez è una donna che, come lei stessa ammette,
'ne ha passate tante' e ne ha viste ancora di più.
Intraprendenza, spirito d'iniziativa, coraggio e a volte inconsapevolezza
fino quasi a sfiorare l'ingenuità, sono i punti di forza
del suo essere ed agire. Dopo due matrimoni e due amatissimi figli,
una breve esperienza come guardia carceraria e il lavoro di parrucchiera
- sua grande passione - nel salone di bellezza della madre, l'adesione
ad un'associazione no-profit la porta a soddisfare uno dei desideri
della sua vita, quello di lavorare nelle zone disastrate del mondo.
Nelle settimane successive all'11 settembre 2001 diventa una delle
tante volontarie che cercano di alleviare il lavoro dei pompieri
e di tutti gli addetti agli scavi, allo smantellamento delle torri
e alla ricerca dei cadaveri. Contemporaneamente le immagini dell'Afghanistan
e in particolare quelle sui talebani che giustiziavano le donne
nello stadio di Kabul la turbano enormemente - 'mi rendevo
conto che la mia vita era limitata quasi come le donne di quel
paese -, e la spingono a partecipare ad una squadra inviata
a Kabul. Realizza così il suo bisogno di libertà
e il profondo desiderio, come lei dice, di 'salvare il mondo'
che costantemente la muove, ma anche il sogno più facilmente
fattibile, quello di fare l'estetista.

Arriva a Kabul la prima volta nel maggio del 2002 e trascorre
quasi interamente il mese di permanenza nella vana ricerca di
un suo ruolo nell'organizzazione, quando la visita ad un improvvisato
e rudimentale salone di bellezza le fa scoprire finalmente l'unica
cosa che può fare per aiutare, anche perché è
l'unica cosa che sa fare veramente bene: aprire una scuola per
estetiste a Kabul e insegnare alle afghane a gestire saloni di
bellezza per guadagnare di più. 'Sapevo per esperienza
che un salone è un ottimo affare per una donna, specialmente
se non ha un buon marito. A Kabul e in generale in Afghanistan
per le donne non vi sono molti lavori, se non quelli tradizionali
di tessitura e di sartoria o quelli di vendita di prodotti agricoli,
tutti comunque gestiti da un padre, un marito, un fratello o,
in mancanza di questi, persino da un lontano parente purché
maschio. Il salone di bellezza diventa un modo di guadagnare fuori
dal controllo degli uomini, dal momento che in quei posti non
ci possono entrare, quindi 'non avrebbero mai visto il
giro di denaro o l'abilità delle donne nel gestire il lavoro.'
Il libro La parrucchiera di Kabul nasce da questa esperienza
e racconta in dettaglio il percorso intrappreso dall'autrice per
realizzare il progetto. È scritto in forma semplice, colloquiale
e con uno stile senza pretese ma non è questo il punto
fondamentale, quanto la capacità di far emergere, dalla
narrazione di questa pratica, la ricchezza delle relazioni fra
le donne, l'intensità nella circolazione delle loro esperienze,
la forza nel racconto delle loro vite, mai ascoltate per cristiana
compassione o presentate unicamente come povere vittime da aiutare
e da emancipare. Tutto il libro è percorso da un profondo
sentimento di empatia nei confronti delle donne che via via l'autrice
incontra nella sua attività alla Kabul Beauty School. La
sua prima immagine delle donne sotto il burqa azzurro, 'rare
macchie di colore, onde morbide e fluide in mezzo al flusso uniforme
degli uomini', si trasforma in quell'altra di donne e ragazze
che nel salone chiacchierano, imparano, si divertono, ascoltando
qualche volta la musica e accennando un passo di danza, 'una
serra di fiori soffocati e calpestati, ma mai spezzatisi'.
Da cui lei stessa trae forza ammettendo che se non fosse stato
per il loro esempio - resistere ai matrimoni imposti, alle guerre
e a tante altre limitazioni - non avrebbe avuto il coraggio di
rompere il suo infelice matrimonio: 'a quelle donne dovevo
la mia libertà e quindi le avrei amate per sempre.'
Deborah Rodriguez è rimasta in Afghanistan fino al 2007
quando per motivi di sicurezza è stata costretta ad abbandonare
il paese. Lei spera non per sempre. Ha lasciato alle sue allieve
in eredità la gestione della scuola attraverso cui ha mostrato,
con la realizzazione di una piccola cosa, la concreta possibilità
di cambiamento delle loro vite, dando idee e fatti alla speranza
di un futuro diverso: 'Se prima dipendevano finanziariamente
dagli uomini, adesso guadagnano uno stipendio per sé e
per le loro famiglie. Se prima erano schiave a casa loro, adesso
sono rispettate e influenti.' Non per tutte ma è solo
l'inizio.
Sull'esperienza della Beauty School di Kabul nel 2004 è
stato realizzato un documentario da Liz Marmin dal titolo The
Beauty Academy of Kabul.
2 aprile 2008