Zeina Abirached
Considerata la nuova Marjane Satrapi per lo stile calligrafico,
il bianco e nero, la capacità di trasformare l'autobiografia
in storia simbolica e universale, Zeina è nata a Beirut,
in Libano, nel 1981. Con [Beyrouth] Catharsis
ha vinto il primo premio al festival del fumetto di Beirut.
da
Il Manifesto 13 marzo 2009
INTERVISTA A ZEINA ABIRACHED
di Linda Chiaramonte

Beirut 1984, tavole di guerra
La disegnatrice Zeina Abirached, ambienta il nuovo fumetto «Il
gioco delle rondini» nel Libano in fiamme. Il conflitto
colto nel quotidiano: «A livello urbano si è diffusa
una sorta di amnesia, in certi quartieri, dopo la «pace»
sono state cancellate tutte le tracce. Come se nulla fosse accaduto»
Beirut est 1984. Tavole in bianco e nero che mostrano una città
deserta in cui sacchi di sabbia, barili metallici, filo spinato,
porte e finestre murate proteggono gli abitanti dalla guerra civile.
Inizia così il fumetto Il gioco delle rondini della
giovane libanese Zeina Abirached.

La guerra disegna una nuova geografia fatta di percorsi ad ostacoli
fra le case per evitare i cecchini. Il conflitto colto nel quotidiano
è al centro di questo lavoro autobiografico dal tratto
lineare, quasi geometrico, che racconta una sera di violenti bombardamenti
e degli inquilini di un palazzo riunitisi nell'ingresso dell'appartamento
al primo piano per ripararsi. Il libro, già uscito in Francia,
Spagna e Olanda, è atteso in Italia a fine aprile edito
da BeccoGiallo. Le strisce sono state presentate in anteprima
a Ravenna dall'associazione Mirada al festival internazionale
di fumetto. All'autrice Zeina Abirached abbiamo rivolto alcune
domande.
Perché raccontare quei giorni con un fumetto?
Sono nata a Beirut nell''81, sei anni dopo l'inizio della guerra,
in un appartamento vicino alla vecchia linea di demarcazione.
I miei genitori avevano scelto di non lasciare il Libano, io ci
sono cresciuta e ho frequentato lì le scuole. Dopo il diploma
ho studiato grafica all'Accademia Libanese di Belle Arti a Beirut.
Ufficialmente non è stato fatto nessun lavoro sulla memoria
delle città. A livello urbano, dopo la guerra, si è
diffusa una sorta di amnesia, in certi quartieri di Beirut si
sono cancellate tutte le tracce della guerra civile, come se niente
fosse mai accaduto. La gente è tornata ad abitare nei luoghi
in cui si combatteva. Visto che abitavo vicino alla vecchia linea
di confine, avevo una quantità enorme di ricordi che non
avevo mai verbalizzato e ho sentito l'urgenza di esprimermi, raccontarli.
È così che ho iniziato a scrivere e disegnare, per
la necessità di raccontare con le parole e il bisogno di
disegnare questa città che cambia velocemente. Ho lavorato
a partire dai miei ricordi d'infanzia. La notte che racconto è
esistita davvero, me la ricordo ancora, mi ha segnata. Tutti i
personaggi che descrivo sono reali, ho cambiato i nomi e ho calcato
sui loro tratti fisici, soprattutto i baffi.

Quali sono i tuoi modelli?
Da piccola sono stata nutrita a fumetto franco-belga. Ho praticamente
imparato a leggere decifrando le parole nelle vignette di Tintin
e Asterix dei miei genitori. Più tardi sono cresciuta con
Gotlib, Bretecher, e Fluido Glaciale. Il primo anno all'Accademia
ho scoperto Cartier-Bresson, Hitchcock, Tati, poi tutto a un tratto
Tardi, Pratt, Baudoin, David B, Munoz e Sampayo, Dupuy e Berberian,
Guibert... un vero choc.
Il tuo fumetto ricorda Persepolis. Cosa pensi del paragone
con Marjane Satrapi?
È vero, mi dicono spesso che il mio tratto ricorda il suo,
ma penso sia dovuto soprattutto al successo fenomenale che ha
avuto Persepolis. Anche i non amanti del fumetto l'hanno letto
o visto e molti lettori non si rendono conto che il bianco e nero
è una scuola nel fumetto! Si tende ancora a pensare che
sia una «mancanza di colore» o un'eccezione. Potrei
citare Pratt, David B. e tanti altri. Se a volte è un po'
irritante, amando molto il suo lavoro, non mi dispiace come paragone.
Non ho l'impressione che il mio disegno assomigli a quello della
Satrapi, penso che la differenza fra i nostri due stili di narrazione
sia il tono dei racconti. Io ho preferito partire da un caso particolare,
stringere al massimo il quadro della storia, tutto si svolge in
una notte in una stanza d'appartamento, per arrivare a renderla
il più universale possibile. È anche per questo
che non ho dato dettagli politici o storici sulla guerra. Volevo
restare fedele allo sguardo della bambina che ero.

C'è una tradizione di fumetti in Libano?
No, manca in Oriente. I lettori sono arrivati al fumetto passando
da quello europeo (franco-belga), e molti sono rimasti fermi lì.
Le cose però stanno cambiando, dallo scorso anno c'è
Samandal, una rivista specializzata che pubblica fumetti in arabo,
francese, inglese.
Nel fumetto spesso si ripete la necessità di lasciare
il Libano, è stato così per te?
Un giorno con mia madre ci siamo divertite a fare una lista di
tutti i luoghi da cui si è dovuti scappare dentro il paese,
bisognava cambiare città in funzione dei bombardamenti.
Dall'81, data della mia nascita, al '90, anno della fine della
guerra, avevamo abitato in una ventina di posti diversi.
È stato importante creare una distanza con il paese?
Sono arrivata a Parigi 4 anni fa, ufficialmente per continuare
i miei studi, in realtà avevo bisogno di vivere altrove
dal Libano, per prendere distanza da tutto quello che ho vissuto
lì. È questa distanza geografica ed emozionale che
mi permette oggi di scrivere e disegnare racconti autobiografici
che si svolgono a Beirut. Ne avevo bisogno per riuscire a parlare
della guerra.

Racconti la guerra nella vita quotidiana, cosa accade oggi?
Durante la guerra civile la comunità musulmana viveva a
ovest di Beirut, quella cristiana ad est. Da una parte e dall'altra
della linea di confine, detta anche «linea verde»
perché la natura aveva ripreso i suoi diritti nella no-man's
land, cecchini sparavano sugli abitanti che cercavano di uscire
dal loro quartiere. Posti di blocco controllavano l'identità
degli automobilisti e ci si poteva far uccidere e rapire in funzione
della religione, all'epoca scritta sulla carta d'identità.
Anche se oggi le due comunità si mescolano nella vita di
tutti i giorni, penso ci vorrà ancora tempo e molto lavoro
perché i muri virtuali, riflesso dei muri reali della guerra,
spariscano dalla testa della gente. Molti abitanti di Beirut per
orientarsi dicono ancora a est e a ovest. Beirut è una
città affascinante, brulicante e in costante cambiamento.
I quartieri sono pieni di contrasti. Gli abitanti si riappropriano
della città in maniera visivamente molto violenta, segnano
il loro territorio affiggendo manifesti e appendendo sui balconi
bandiere dei partiti politici (e quindi religiosi) preferiti,
suonando i clacson con le musiche dei partiti.
Che impressione hai avuto dopo la guerra del 2006?
Dopo la guerra dei 33 giorni del luglio 2006 si è detto
che in Libano si è tornati indietro di dieci anni. C'è
stata un'enorme distruzione, moltissimi morti e rifugiati. Umanamente
terribile. Materialmente il bilancio è stato molto pesante.
Quando sono tornata dopo l'offensiva israeliana ho constatato
che il morale dei libanesi aveva subito un duro colpo. Anche se
c'è ancora il leggendario ottimismo della gente e un istinto
di sopravvivenza incrollabile questa guerra ha frenato molto lo
slancio di speranza e l'energia che c'era dopo la guerra civile
degli anni '80, al momento della ricostruzione. A parte i morti
e la distruzione, la cosa più difficile è stata
che la gente viveva due guerre, quella del 2006 e il ricordo della
guerra civile degli anni '80. Si pensava di aver finito con i
bombardamenti, gli stenti, i rifugi, le distruzioni, ed ecco che
tutto ricominciava.
Cosa significa il titolo?
Subito dopo la guerra, quando ho cominciato a scoprire Beirut,
mi è saltata agli occhi una frase scritta sul muro lungo
il viale Fouad Chehab. Morire, partire, ritornare, è il
gioco delle rondini. Era firmata Florian e c'era un disegno a
fianco. Non ho mai saputo chi fosse Florian, ma la sua frase mi
ha colpita. Col tempo l'ho nascosta in un angolo della mia memoria
e quando ho cominciato a scrivere la mia sceneggiatura è
bruscamente tornata in mente. Ho voluto farne il titolo del mio
album. Ho capito che era questo che volevo raccontare, le partenze,
i ritorni, i morti, tutti gli spostamenti dentro e fuori dal paese,
che hanno fatto di noi degli esseri migratori... delle rondini!
Una sera guardando Domicile conjugal (in italiano Non drammatizziamo,
è solo questione di corna) di Truffaut, ho avuto uno shock.
Il ritornello della canzone di Alain Souchon era la mia frase.
«Partire, tornare, muoversi, è il gioco delle rondini».
Così se non so chi è Florian almeno so a chi si
è ispirato!