Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Il Manifesto del 31 luglio 2007

Calligrafie dello sguardo con Vieira da Silva
A quindici anni dalla morte della pittrice astrattista portoghese una mostra antologica allestita al Centre Gulbenkian di Parigi ne mette in risalto la modernità

di Giannina Mura


«Dipingo la mia meraviglia, che è al tempo stesso incanto, orrore e gioia... Voglio diventare cosi esperta, così certa del mio gesto e della mia voce, che nulla possa più sfuggirmi; sia essa la leggerezza degli uccelli, il peso dei sassi, o la lucentezza dei metalli. Voglio dirigere la mia attenzione ai legami che guidano le persone e li uniscono forte. Per far ciò, devo andare ovunque, ballare, suonare, cantare, volare, immergermi in fondo agli oceani, osservare gli amanti, visitare fabbriche e ospedali, imparare le poesie, i diritti civili e la storia delle nazioni a memoria»: così la portoghese Maria Helena Vieira da Silva, artista tra le più significative della storia dell'astrazione, descrisse l'atteggiamento che per più di sessant'anni guidò la sua pittura, facendo di ogni quadro il tassello di un cantiere permanente capace di trasformare un universo ermetico oppressivo in «un'opera aperta» intrisa di libertà.
Un lungo percorso artistico che la mostra allestita fino al 28 settembre al Centro Calouste Gulbenkian di Parigi riassume nei suoi tratti essenziali. Provenienti dalla Fondazione Arpad Szenes-Vieira da Silva e dalla Fondazione Gulbenkian di Lisbona, le 44 opere esposte sono altrettante variazioni tecniche ed estetiche su alcuni dei temi ricorrenti dell'artista, dallo spazio all'impegno sociale, dalle biblioteche ai ritratti di amici come René Char e André Malraux.
Fu una vocazione precoce la sua: a cinque anni, nel 1913, decise di diventare pittrice e a undici cominciò a prendere lezioni di pittura e disegno. A vent'anni, abbandonata l'accademia di Belle Arti di Lisbona, si trasferì con la madre nella capitale francese. Qui frequentò l'accademia della Grande Chaumière dove incontrò l'artista ungherese Arpad Szenes con cui avrebbe avviato un sodalizio amoroso e artistico di oltre mezzo secolo.
Decisivo fu il suo incontro nel 1932 con la celebre gallerista Jeanne Bucher, che l'anno successivo allestì la sua prima mostra. Nacque tra loro una profonda amicizia fondata sull'anticonformismo che accomunava le due donne. Simbolo dello spirito libero di Vieira che, senza seguire nessuna corrente contemporanea, perseguì indomita la sua strada verso l'astrazione, fu il singolare autoritratto che dipinse a ventiquattro anni: una bambina che sale su per una scala sospesa in aria, tra terra e cielo, lo sguardo rivolto verso l'alto. E se ai suoi paesaggi applicò la moltiplicazione dei punti di vista che il cubismo aveva adottato per la natura morta, riconobbe che a indicarle la via per giungere a quella rappresentazione totale delle cose cui ambiva, erano stati i maestri italiani del Trecento e del Quattrocento. Decise infatti di trasporre il metodo della prospettiva dal linguaggio figurativo a quello astratto con esiti rivoluzionari.
Pure, la sua pittura non è rinuncia irrevocabile della figurazione, ma piuttosto, come scrisse Dina Vierny nel catalogo della mostra del 1999 al museo Maillol «l'esplosione di una forma troppo stretta, troppo lineare della rappresentazione». Così sin del 1936 (emblematiche La rue, le soir e Composition) le prospettive si moltiplicano e si scavalcano, frammentate, aprendo dimensioni nuove nello spazio pittorico, mentre le linee si snodano in una trama fitta e infinita che potrebbe rinchiudersi in una perpetua prigionia (come le reti di Les arlequins ) o rivelare inattese aperture (come nell'Oranger e in Atlantide). Linee dirette in tutti i sensi, come altrettanti fili di Arianna, che suggeriscono possibili punti di fuga dal labirinto di una storia ingabbiata nella guerra. Quella guerra da cui Vieira sfuggì, in esilio a Rio de Janeiro con Szenes per evitare la persecuzione nazista, ma che invase la sua arte rianimandone le componenti figurative.
«Si dice spesso che gli artisti vivano in torri d'avorio. La mia vita è piuttosto all'opposto. Tutto quello che accade nel mondo mi viene addosso con una tale violenza da farmi quasi perdere la ragione» dichiarò. E più tardi avrebbe ricordato: «Volevo essere testimone degli eventi, contro la guerra. Quando dipinsi Le désastre, era come se stessi piangendo contro l'assurdità. Dopo capii che non potevo continuare su questa strada. Ho pensato: "Devo far piacere agli altri. C'è così tanta miseria, così tanta tristezza, quindi porterò gioia"».
Sin dagli anni Cinquanta tornò quindi ai temi formali del passato ma riorientandoli e rinnovandoli, diventando l'architetto di un universo parallelo, profondamente radicato nel presente: paesaggi, città, ponti, stazioni, aquedotti, metropolitane, altrettanti «luoghi dissimulati», e organismi viventi, dentro ai quali invitava l'occhio a esplorare («Non voglio che la gente resti passiva, voglio che vengano e prendano parte al gioco, che facciano una passeggiata, che vadano in su, in giù»). Intanto l'originalità del suo contributo artistico veniva riconosciuta a livello internazionale: le sue opere furono esposte in mostre importanti in Francia e all'estero (Stoccoma nel 1950, Londra nel 1952 e 1957, San Paolo nel 1953, Basilea e Venezia nel 1954, Caracas nel 1955, la Dokumenta di Kassel nel 1959). E a partire dagli anni 60, disfacendosi progressivamente delle strutture formali, diede vita a una nuova «calligrafia dello sguardo», in cui le linee sempre più tese verso la luce si dissolvevano nel colore, una luce che dopo la morte di Szenes nel 1985 si fece più intensa e essenziale fino alla sua stessa scomparsa, nel 1992.

vedi info sulla mostra di Vieira da Silva a Parigi