Quattro donne in fuga nell´Iran
dei maschi
Shirin Neshat racconta il golpe del ´53
La regista: "Così le speranze di una nazione vennero
soffocate dalle potenze straniere"
VENEZIA
Donne senza uomini, quattro donne che fuggono dalla società
degli uomini-padroni: dal marito, dai clienti del bordello,
da due stupratori, dal fratello-tiranno. A Teheran, nell´estate
del 1953, un colpo di stato guidato dagli americani e appoggiato
dagli inglesi, depose il primo ministro democraticamente eletto
Mohammad Mossadegh, rimettendo lo scià al potere. Fu
un momento storico fondamentale della storia iraniana, dice
Shirin Neshat, «perché allora le speranze di una
nazione furono soffocate dalle potenze straniere con un tragico
golpe che fu direttamente responsabile poi della Rivoluzione
Islamica del 1979. Ma le speranze non si sono spente, e ancora
una volta gli iraniani si sono ribellati, nelle ultime elezioni,
e in massa hanno partecipato alla rivoluzione verde. Ancora
una volta hanno perso, ma ritenteranno». Donne senza uomini,
in concorso, è il primo film di una delle più
note fotografe e videoartiste: ha vinto nel 1999 il premio internazionale
alla 48ª Biennale di Venezia, ha esposto in varie gallerie
italiane e musei nel mondo. Come artista, il suo tema ricorrente
è la costrizione della donna musulmana, la sua cancellazione,
celebre la serie fotografica "Women of Allah", con
i ritratti di donne cancellati dalla scrittura.
Il film nasce sia da un romanzo di Shahrnush Parsipur, che da
una serie di videoinstallazioni, ognuna dedicata alle sue protagoniste.
In Iran il romanzo è proibito, ed è proibita tutta
l´opera dell´artista, che vive da tempo negli Usa,
e già si sa che anche il film non sarà approvato
dalla censura. Donne senza uomini ha una grandiosità
visiva stupenda, a cominciare dalla prima scena in cui la trentenne
Muniz, che rifiuta di sposarsi, è schiavizzata dal fratello
che le impedisce di uscire di casa, di ascoltare la radio, di
seguire la sua coscienza politica, getta dal terrazzo di casa
il grande velo nero che fluttua nell´aria, e poi lo segue,
schiantandosi a terra. Si alternano sullo schermo le scene dell´immensa
protesta a sostegno di Mossadegh che per giorni occupò
le strade, con le storie delle quattro protagoniste. La piccola
magrissima prostituta che ha orrore del suo corpo, la ragazza
che sogna il matrimonio e in strada subisce violenza da due
energumeni per il solo fatto di aver sbirciato dentro un´osteria
dove solo gli uomini possono entrare, la signora elegante che
lascia la bella casa del ricco marito. Sono donne che fuggono
dalla loro condizione, solo Muniz ha uno scopo: partecipare
alle manifestazioni, assieme ai ragazzi che si definiscono comunisti.
Solo che Muniz è morta e Shirin Neshat, attraverso la
sua presenza impossibile, racconta l´impossibilità,
almeno allora, della realizzazione di un futuro diverso per
le iraniane, al di fuori della prigione religiosa e sociale,
e dell´imperio degli uomini. La ribellione delle quattro
donne, la ribellione di un popolo, si spengono contemporaneamente,
il sogno di liberarsi dallo scià e dalla sovranità
americana finisce in quell´estate del 1953; poi nel 1979,
poi oggi.
Il film mostra una società complessa, molto interessante:
donne chiuse nel velo nero e donne vestite all´occidentale,
intellettuali che parlano di Camus e militari che bevono champagne,
donne che cercano la solitudine, che non immaginano la libertà
e si liberano con la morte. La graziosa signora Neshat, che
come le sue attrici porta una sciarpa verde, colore della rivoluzione,
deve avere una pessima opinione della società islamica
di ieri e di oggi e quindi degli uomini iraniani. La ragazza
chiusa nel lungo velo nero viene chiesta in sposa dall´uomo
di cui è innamorata, che ha già una moglie e può
averne ancora. «La prima ti farà da serva»,
le dice per invogliarla, e lei risponde, «Poi alla prossima
la serva la farò io?». E lo rifiuta, scegliendo
di andarsene senza sapere dove.
(natalia aspesi)