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Edicola
(a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni) |
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da La Repubblica del 2 luglio 2007
Carol Rama
Il suo nomadismo tra stili e oggetti
di Achille Bonito Oliva
Se è vero , che l'arte si nuove sempre nella sfera del
linguaggio e della citazione, ne consegue un atteggiamento melanconico
dell'artista che assume la coscienza della perdita. Perché
se "il terribile, è già accaduto", l'oggi
cade nell'immobilità delI ' impotenza e nel gioco maniacale
di mille rituali di rimpiazzamento dell'oggetto perduto.
Da qui il linguaggio altamente intellettualizzato dell'arte
moderna, la coscienza della perdita che diventa stile della perdita,
l'unico movimento che riesce ad assicurare un minimo ed un massimo
di sopravvivenza.
Tutta l'opera Carol Rama è un sintomo stilistico di
tale posizione, rapportata non soltanto all'universo di immagini
esterne all'arte ma anche a quello interno alla sua storia.
L'artista guarda realtà e linguaggio che la rappresenta
con uno stesso sguardo pareggiato, quello del ready made capace
di portare la fertilità di ogni dato a natura morta, a mutilare
un sistema d'insieme e tramutarlo in puro reperto.
Carol Rama, con l'onnipotenza frigida e senza sforzo della
condizione infantile, si comporta verso tutto ciò la circonda
con un atteggiamento di prensile irresponsabilità, senza
tabù o senso di colpa mediante un esercizio di assorbimento
cannibalesco che tutto mastica e inevitabilmente riduce nello stile
personale. Con la mancanza di ossessione e la volubilità
tipica del bambino si guarda intorno e preleva stili e oggetti a
seconda dell'incontro casuale o della loro imposizione alla sua
attenzione: moda giornaliera o generalmente culturale. La moda diventa
la realtà impositiva che le consente di prolungare un sentimento
di appartenenza e di esorcizzare quello di ansiosa solitudine, legato
alla creatività individuale.
Strategicamente adotta il procedimento dell'imitazione e della
citazione che, intrecciati tra loro, le consentono di supportare
il passaggio di temperatura tra l'osservazione e l'elaborazione.
"L'imitazione potrebbe essere definita un'eredità
psicologica, il passaggio dalla vita del gruppo alla vita individuale.
La sua attrazione è costituita dapprima dal fatto che essa
ci permette di agire ragionevolmente e conformemente a uno scopo
anche là dove nulla di personale o di creativo entra in linea
di conto. L'imitazione potrebbe essere definita figlia del pensiero
o della mancanza di qualsiasi pensiero. Essa dà all'individuo
la sicurezza di non essere da solo ad agire, essa si innalza al
di sopra delle precedenti applicazioni della stessa attività,
portandosi come su una base ben salda, che elimina per l'attività
attuale la difficoltà di sostenere se stessa.
Essa conferisce, nell'ambito teoretico proviamo quando riusciamo
ad ordinare un fenomeno singolo sotto un concetto generale. Quando
imitiamo, non soltanto scarichiamo su altri l'esigenza di un'energia
produttiva, ma anche la responsabilità di un'azione; così
l'individuo si libera dal dolore di una scelta e si presenta la
scelta come una creazione del gruppo, come un insieme di
contenuti sociali.
L'istinto di imitazione in quanto principio caratterizza
una fase di sviluppo, in cui vive il desiderio di un'attività
personale conforme ad uno scopo, manca la capacità di attingere
per essa o in essa contenuti individuali." (G: Rimmel)
In tal modo Carol Rama si garantisce appartenenza e distacco
dalla realtà, praticando una strategia di avvicinamento alla
vita proprio per risolvere la realtà mancata, cioè
quella quotidiana e puramente cronologica, attraverso l'affermazione
di una surrealtà costruita dall'immaginazione che il quotidiano
riesce solo a sospettare.
Perché il quotidiano si svolge sotto il segno della
parzialità e dell'inadempimento attraverso lo stereotipo
che non è, come dice Kris, al "servizio dell'io".
Carol Rama rimette stili e oggetti quotidiani al proprio servizio
mediante un apporto elaborativo che ne garantisce un ambivalente
processo di velenosa familiarizzazione. Per non ferirsi ne smaterializza
spessore culturale, semantico e materiale, mediante l'assunzione
di un linguaggio che evidenzia e mette in vetrina ogni lato nascosto.
L'artista torinese, già nel '36, con la sequenza di opere
fino a tutti gli anni '40 sviluppa una rappresentazione volutamente
scontornata e feticista dell'oggetto e della figura che, da una
parte, riprende l'idea di mutilazione di Schiele e, dall'altra,
la neutralizza con un allungamento bidimensionale dell'immagine
sinuoso ed elegante come il Liberty precorritore perfino di Andy
Warhol. Se lo sguardo delicatamente necrofilo di Andy Warhol gioca
su distacco statistico e neutralità dello sguardo, quello
di Carol Rama conserva perversamente un sentimento di affezione
femminile che l'assolve da ogni cinismo.
Scarpe, dentiere, pellicce, pale e pissoirs vengono pornograficamente
pareggiati a nudi e sessi femminili senza morbosità o dichiarazione
autobiografica.L'arte sicuramante è una pratica intenzionale
ed intenzionata da una volontà di potenza dell'artista che
tutto può, soltanto se posseduto da un sentimento di amoralità
e non impedito da impacci moralistici.
Carol Rama si muove con la libertà di una possidente,
che non intravede confini ed impedimenti al suo nomadismo ed al
procacciamento di stili ed oggetti rintracciabili nei suoi percorsi.
Essa adotta, capitano di ventura dell'arte, come emblema il motto
di Machiavelli: "Per forza o con frode".
Armata di profondo realismo culturale e pragmatismo femminile,
esibisce pubblicamente la dualità pareggiata della sentenza
machiavellica. Naturalmente questo viene personalizzato dall'uso
(proprio) dell'artista che lascia sospettare un sentimento di necessità
nell'impiego della forza.
Infatti l'emblema inizia testualmente con "per forza",
che significa un'evidente dichiarazione di impellenza costrittiva
per il soggetto che agisce. Carol Rama agisce in una situazione
coatta che la obbliga per curiosità o vicinanza affettiva
a prelevare stili e oggetti per l'imminenza dell'opera. La frode
consiste nello spiazzamento conseguente al processo creativo, la
produzione di uno snaturamento del dato citato nel contesto di un
linguaggio che sembra affermare e nello stesso tempo negare la sua
origine.
La frode dell'arte, quindi, non è sempre abbassamento
o svilimento, in ogni caso imposizione della natura seconda del
linguaggio e della primaria del prelievo.
La sostanza concettuale dell'emblema machiavellico supporta
l'intera produzione artistica di Carol Rama, garantita da un'estrema
vigilanza culturale che le permette partecipazioni e presenza all'evoluzione
linguistica dell'arte contemporanea.
L'artista adotta tatticamente e, quindi, velatamente, anche
le profonde motivazioni concettuali di Simmel sul sistema della
moda. Proprio per essere continuamente guardata, garantirsi la continuata
appartenenza alla comunità produttiva degli artisti, essa
con tempestiva imparzialità elabora i linguaggi protagonisti
delle varie epoche in un processo in cui dimentica a memoria ogni
paternità. Solo l'onnipotenza infantile non pone tale comportamento
sotto il segno della trasgressione, anzi garantisce ogni approprio
per l'uso artistico che se ne fa.
Una serena irresponsabilità governa l'operato della
Rama che nulla nasconde, anzitutto esibisce nella vetrina di un'opera
che nulla può nascondere. Si garantisce, così, lo
sguardo continuo di un corpo sociale che chiede continuamente all'altro
e nuovamente altro per soddisfare la propria condizione voyeuristica.
vedi indicazione
mostra "Passiorama"
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