Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

il manifesto del 27 Marzo 2008


I «sepolcri» di Patti Smith. Una grande mostra a Parigi
Il simbolo della generazione che tentò l'esperimento dell'anarchia universale espone alla fondazione Cartier una vita di musica, immagini, reliquie film e poesie...
Ivo Bonaccorsi


Il «sepolcro» è il genere più difficile, l' omaggio e il tributo praticato nella ristretta cerchia dei sommi musicisti del XIX secolo: esercizio d'immaterialità e immortalizzazione dell'umano che solo la più eterea delle arti, la musica, può permettersi. Non a caso alla commistione dei generi e al processo costante di dematerializzazione dell'arte tutto il post-simbolismo ci ha invitato. E nella creazione artistica dei due ultimi secoli, il dialogo reale con il tempo è stato affidato al ritornello delle resurrezioni culturali di nostre antiche e amate figure tutelari.
Patti Smith è poeta, artista, cantante e altro ancora...nel cuore e nella memoria recente di una generazione che, tentando l'esperimento dell'anarchia universale, si ritrovò riassunta di volta in volta dalle etichette punk, grunge etc...
Come affrontare allora questa sua importante prova artistica alla Fondation Cartier, il suo sogno di ragazzina del Mid-West commossa e emozionata diventato realtà, fingendo di non crederle quando candidamente afferma, dalle pagine di Liberation, che la sua più grande soddisfazione è poter mostrare alla sorella, che la accompagnò nel suo primo soggiorno parigino, la realizzazione di quel progetto d'artista 20enne con i disegni che passano dai muri della loro cameretta di rue Campagne-Premiere a quelli della Fondation Cartier.
Qui è esposta una vita di musica, immagini, reliquie film e poesia che accoglieranno il fan e l'ignavo in visita a questa double living room che tanto ricorda la casa set del Kurt Cobain di Gus Van Sant con qualche materasso a tappeto delabré a terra. Il modello è però piuttosto l'appartamento newyorkese che Patti Smith aveva condiviso con il grande amico Robert Mappelthorpe dapprima co-locatario e poi responsabile della sua iconicità planetaria, fin dai tempi di quel suo bellissimo ritratto di una pervasiva santità transgender che finì sulla copertina di uno dei dischi più rigati e ascoltati dalle adolescenze settantasettine.
Difficile per noi non ricordare i 70 mila che l'attesero a Bologna e Firenze nel '79 , nei giorni di un festival a lei dedicato all'Arena del Sole di Bologna (che ora vuol conferirle la cittadinanza onoraria) mentre in Francia già può fregiarsi del titolo di cavaliere delle arti e delle lettere. Il sogno di Rimbaud realizzatosi si apre con questa mostra su 30 anni di lavoro artistico frutto di intuizioni e di catarsi collettive come di mistica individuale e in tela di fondo il costante richiamo di Patti Smith alla forza del collettivo come arma poetica e politica. Quel «the people have the power...and revolution» che campeggiava sulla prima pagina di Liberation martedì scorso, il ritratto in b&n e la pubblicità di Arte che annunciava il doc di Steven Sebring sul suo percorso artistico, Dream of Life, in onda la sera stessa. Patti Smith, fervente sostenitrice di Ralph Nader, non perdona a Hillary il voto sulla permanenza delle truppe Usa in Iraq ma vede in Obama, il giovane green, nient'affatto black, in caso di vittoria, qualche speranza in materia d'ambiente. Fin qui poca politica e una frase incerta sui finanziamenti pubblici («non capisco l'eccezione culturale francese fino in fondo»). Del resto è ospite di una fondazione privata e il suo paese natale è il pioniere, da sempre, dello strapotere fiscale del privato nelle arti.
Di cosa impossessarsi allora, visitando questa mostra, visto che lei stessa si mostra sensibile alle selezione di suoi lavori fatta da uno sconosciuto e attaccate in camera e dichiara che finalmente, forse con una allure unmonumental, lo sforzo vero è quello di «mantenere la creazione artistica allo stato di miracolo naturale».
Una riconferma viene dalle sua idea di pratica artistica in cui si paragona a un operaio quotidinamente impegnato in una prassi creativa. E il programma delle serate da lei proposte, le belle soireé nomades, che accompagnano l'evento con readings e concerti, dimostrano l'energia della Patti Smith artista-totale e del suo attraversare territori di ricerca che sfociano oggi piuttosto nella poesia-pura. Ed è qui che la fonte e il suo tributo è tutto alla cultura francese, dal tardo simbolismo a Godard, venato di reminescenze Virginia Woolf, e piuttosto nutrito di pellegrinaggi che si trasformano in vanitas moderne nel rigoroso b&n delle polaroid uscite dalla sua macchina modello Land 250.
Poi tanto testo, quasi disegni automatici e bella calligrafia intensa come il visual delle sue pochette di dischi. Debitrice di Dumal o Artaud, qui son convocati praticamente tutti i poeti all'incrocio tra le esperienze del cut up e del vagabondaggio culturale come in una danza scalza tra i carnets d'Ivry o «i cento disegni per uccidere la magia». Tuttavia è proprio su queste sovrapposizioni per altro intensissime che finirà per aprirsi il dubbio di una generazione di rivoltati o megli di rivoltosi che le è oggi meno prossima, nonostante i commoventi ripescaggi come quello di Smell like ten spririts d'epoca grunge. Qui è una filiazione diretta che viene richiesta al pubblico come a rafforzare l'appartenenza aristocratica dei poeti, faticosamente conquistata sul campo...da sua santità! Dai tempi della devozione a Luciani fino alle polaroid di pantofole di Benedetto XIV e che segnano oggi il ricordo di ritmi lontani nel tempo quando si videro i santini di Patti Smith distribuiti ai concerti di un movimento giovanile in perdita di velocità. Vanitas moderne forse...o semplicemente il ricordo di una creatura spaventata che si sentì allora poco protetta dai servizi d'ordine e ci ammaliò tutti con la forza di un «voyou», come il suo amato Rimbaud nella nostra interpretazione, meno religiosa piu politicizzata, del mao-dadaismo. Lei catapultata nelle banlieu dell'impero dopo una stagione di lotte e di poesia vera. Le belle stampe di Mappelthorpe rilavorate a mano, la bella scrittura e la promessa mantenuta sul letto di morte al fotografo di cui scorrono immagini inedite di uno shooting fotografico realizzato insieme sono la dimostrazione più commovente e efficace della sua idea di tempo e di questi istanti magici preparati da Patti Smith come la più bella delle liturgie profane.
È tutta la tradizione della profezia e del veggente quella che oppose il moderno ai surrealisti che combatte e ci combatte in questa splendida mostra parigina. E così tra i sassi raccolti sul sentiero di Charleville o nel greto del fiume dove annegò Virgina Wolf, scorre un tempo fisico che si è fermato sulla lapide della tomba di Costantin Brancusi. Ogni retorica è sconfitta dalla sua abilità di procedere con una tecnica poetica autonoma, personale e assoluta. Come nell'incipit indimenticabile di Rock'n Roll nigger dove si comincia con una possibilità terrena del Gesù che muore per i peccati di qualcuno ma non i nostri. Forse perché estrema e femminile figura dell'artista, come in un Parsifal contemporaneo.