da L'Unità del 14 agosto 2009
Intervista a Simona Argentieri:
"L'assuefazione ci ha spente ma i diritti non sono ereditari"
di Elisabetta Ambrosi
Il silenzio delle donne? Colpisce e ferisce. Ma ad essere silenti
non sono solo le donne: anche i giovani, e in generale tutta la
società civile. Per questo, per capire perché le
donne non si indignano bisogna capire perché noi tutti
non ci indigniamo più».
Simona Argentieri, psicoanalista, docente dellAssociazione
italiana di psicoanalisi e attenta osservatrice delle patologie
a cavallo tra individuo e società, interviene nel dibattito
aperto da Nadia Urbinati e continuato da Lidia Ravera, ma ripete
che il vero problema è il generale spegnersi del dissenso,
sia sul piano privato che su quello sociale e politico.
«Il fatto è che la protesta costa, come il tentativo
di restare coerenti con le proprie idee. Protestare significa
inoltre configgere, mentre oggi non sopportiamo più né
la sofferenza né il conflitto. Così, le passioni
forti si attenuano, e quindi anche i più beceri fatti di
cronaca non ci fanno indignare».
Come si è persa la capacità di indignazione?
«Il dissenso non è scomparso dalla mente delle persone.
Purtroppo, si è esaurita la spinta propulsiva al cambiamento,
perché le persone hanno perso fiducia nel fatto che il
loro agire possa produrre un mutamento. Ma il cambiamento può
venire unicamente da noi. E lassuefazione a cose sempre
più degradate non può costituire un alibi».
Come si manifesta concretamente questa assuefazione?
«In un disinteresse verso ciò che accade, in un deficit
di partecipazione, infine in unincoerenza tra ciò
che si dice e ciò che si fa. Ad esempio, si firmano appelli,
o si va a votare, senza prendere nessuna informazione su ciò
che si sta firmando o votando. Oppure, non si vota proprio, come
è avvenuto per molte giovani donne nel caso del referendum
sulla fecondazione. Purtroppo i diritti conquistati sono ereditati
ma non ereditari, cioè li puoi perdere come li hai acquisiti».
Si tratta di un problema solo italiano?
«No, ma in Italia è più forte perché
maggiore è da noi labitudine al degrado. Abbiamo
superato, sul piano pubblico, ogni limite di decenza, eppure nulla
desta più scandalo. Nemmeno la violazione dellimmagine
della donna e del suo corpo, nellacquiescenza generale».
Quali sono, sul piano individuale, i sintomi di questa male?
«Si tratta di una vera e propria regressione nellambiguità,
nellapatia affettiva, nellinerzia e nella promiscuità.
Magari si ostenta il proprio scontento, ma non ci si sottrae a
tutte quelle collusioni che mantengono in piedi il sistema: egoismi,
narcisismi, complicità marginali col potere, clientelismo,
omissioni, indifferenza».
Che spiegazione dà di questi atteggiamenti?
«Nascono dal tentativo di evitare il conflitto, il rapporto
con le cose che non ci piacciono o con le persone che ci contestano,
e di eludere sia la fatica della differenziazione e della chiarificazione
della propria identità, sia quella della coerenza con ciò
che si è. Ciò ha conseguenze molto negative anche
nei rapporti tra uomo e donna, le cui differenze si attenuano,
ma non in direzione della parità. Il tentativo di evitare
il confronto con la differenza produce un eccesso di tenerezza
morbosa, a scapito della passione, e una regressione nellambiguità.
Che è tuttaltra cosa dallambivalenza, quel
sentimento che ci consente di essere consapevoli di poter provare
amore e insieme odio verso una stessa persona».
Come intervenire, allora?
«Lunico argomento che ho, come terapeuta, quando denuncio
i meccanismi dellambiguità è che si tratta
di un cattivo affare. Certo, si evita la fatica e il dolore della
coerenza, ma si resta rabbiosi e annoiati. Purtroppo, però,
a noi analisti oggi viene solo chiesto solo di lenire, consolare,
se non addirittura psicologizzare il disagio sociale. Ad esempio,
facendo fare una psicoterapia ad una persona licenziata, perché
accetti questa situazione, mentre dovrebbe solo scendere in piazza
a gridare la sua giusta rabbia e mettere in atto forme dure e
coraggiose di protesta».