da L'Unità del 1 settembre 2009
«Le lotte femminili hanno
migliorato questo Paese»
di Marisa Rodano
Il dibattito aperto sullUnità sul
«silenzio delle donne» è una bellissima iniziativa,
che ho molto apprezzato. Mi ha però lasciata interdetta
una frase del pur interessante intervento di Lidia Ravera. «Ve
la ricordate la rivolta da camera delle nostre madri?»-
ha scritto Ravera - «Erano donne che avevano vissuto la
loro giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale e che,
nellItalia in rapido sviluppo degli anni sessanta, impigliate
nel codice antico dellesistenza vicaria, stavano maturando
un disagio crescente per i ristretti ambiti delle loro vite. Che
cosa facevano mentre le loro figlie scendevano in piazza bruciando
le icone della femminilità tradizionale? Si lamentavano.
Opponevano un fiero cattivo umore a un destino che vivevano come
immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento».
Mi sono chiesta: come è possibile che una scrittrice, colta,
brillante e intelligente come Lidia Ravera non sappia che quelle
madri, le donne della generazione della resistenza, negli anni
50 e 60 erano rimaste in campo, avevano condotto straordinarie
lotte per ottenere il diritto al lavoro e allo studio, la parità
di salario, la tutela delle lavoratrici madri, il divieto di licenziamento
per matrimonio, i servizi sociali? Nel 1963 - proprio negli anni
sessanta di cui parla Lidia Ravera - Nilde Jotti, allora responsabile
femminile del Pci, sottolineava con soddisfazione che, «grazie
alle lotte e alla combattività delle lavoratrici, le disparità
salariali si erano fortemente accorciate« (dal 19% di scarto
al 7,2% nellindustria e nel commercio e dal 30% alla parità
contrattuale nellagricoltura.)(...).
Altro che lamento! Quelle donne erano fiere delle
lotte condotte, delle conquiste realizzate. Le faceva soffrire
piuttosto il fatto che il loro lavoro fosse cancellato, rimosso;
che quelle loro figlie, impegnate nel movimento femminista, le
contestassero, avversassero lUdi e rifiutassero la linea
di emancipazione (...). La vita delle donne italiane nel corso
degli anni è profondamente cambiata: il diritto al lavoro,
alla parità di retribuzione, laccesso alle carriere,
compresa la magistratura, la polizia, lesercito, un nuovo
diritto di famiglia basato sulla eguaglianza, il divorzio, labolizione
del delitto donore, la tutela dei figli nati fuori del matrimonio,
lautodeterminazione nella maternità e nellaborto
sembrano oggi norme ovvie e pacifiche, ma sono costate lunghe
lotte. (...). Attualmente il contrattacco si è dispiegato
in modo feroce: precarietà del lavoro, riduzione dei servizi,
impossibilità di usufruire dei diritti (maternità,
previdenza, lavoro) sanciti nelle leggi; una crescente violenza
maschile contro le donne. Soprattutto, come denuncia Ravera, sta
passando un modello culturale, unimmagine di donna, «tette
grandi, cervello piccolo», che per affermarsi comunque
fare la velina o essere eletta in parlamento sembrano obiettivi
equivalenti! -deve vendere il proprio corpo.
Uscire dal silenzio, tornare a dire «noi»
anziché «io», ricostruire una rete tra i tanti
gruppi e movimenti femminili che tuttora esistono, riprendersi
la piazza, organizzare la lotta è oggi urgente e necessario.
Ma per far questo sarebbe utile che la stampa, quella poca che,
come lUnità, non è asservita, desse visibilità
alle donne che non tacciono; che, ad esempio, facesse sapere ai
suoi lettori e alle sue lettrici che lUdi esiste ancora.
(...)