da L'Unità del 31 agosto 2009
Nomi e potere, quando a decidere
è il «genere»
di
Luisa Muraro
Lapatia politica, oggi purtroppo diffusa,
non ha né sesso né età, ha detto giustamente
Benedetta Barzini nel suo intervento al dibattito promosso da
lUnità. Se così è, non sembra giusto
rivolgersi specialmente alle donne e prendersela con le femministe.
Una ragione cè, tuttavia: negli ultimi decenni le
donne sono state protagoniste di cambiamenti positivi e le aspettative
nei loro confronti sono ancora vive, come ha mostrato il recente
messaggio di Veronesi sulla forza delle donne. Ciò di cui
occorre tenere conto è che anche loro, le donne, anche
noi, le femministe, avevamo delle aspettative e che molte di queste
non hanno ancora trovato risposta. Lindignazione femminile
non è un pulsante che si possa premere a piacere.
Farò un caso soltanto, minore solo in apparenza, quello
del linguaggio della vita pubblica. Tra i paesi europei che conosco
meglio, lItalia è lunico che non ha ancora
imparato il corretto uso del femminile nel linguaggio pubblico.
In Italia invece regna il disordine: maschili tenaci («il
ministro» Carfagna), femminili strampalati («presidentessa»),
nomi maschili con articoli femminili e predicati che vanno per
conto loro, imbarazzo di chi si rivolge a una Letizia Moratti:
«Signor sindaco» o «Signora sindaco»...
Ma non è solo la lingua che ne soffre. Se la donna che
lavora in fabbrica si chiama operaia e quella che serve la clientela,
commessa, ma quella che governa una città o siede in parlamento
prende un titolo di genere maschile, il messaggio che si riceve
è trasparente. La questione è stata posta molto
presto dalle femministe e ripresa dai linguisti più attenti,
ma con risultati modesti. Sciatteria e disordine continuano a
regnare nelluso corrente, sui giornali e negli altri media,
forse per inconsapevolezza della posta in gioco.
Attualmente ci troviamo a fare i conti con un altro effetto della
tendenza a cancellare il femminile o a ridicolizzarlo quando si
presente fuori dalla sfera della vita familiare. È il contraccolpo
che ne viene alle donne attive nella vita pubblica ed esposte
per ciò stesso al clima di volgarità favorito da
un capo del governo che promette cariche pubbliche in cambio di
servizi sessuali. E rende così letteralmente vera la vecchia
equazione maschilista tra donna pubblica e prostituta. Si capisce
che queste donne siano indignate. Non si capisce però che
se la prendano con altre donne (le ragazze che accettano inviti
altolocati, le mamme delle ragazze, le femministe che non fanno
manifestazioni). Qui, infatti, non centrano le aspettative,
qui si tratta di risposte che bisogna incominciare a dare in prima
persona alle persone giuste, che nel caso in questione non sono
le donne.
Berlusconi non ha inventato niente, occorre dirlo? Nella bottega
sempre aperta del potere dove tutto si compra e tutto si vende,
lui si è distinto per certi comportamenti che sono unesplicita
caricatura di quello che lì avviene. Il contrasto fra un
certo successo popolare che ha in Italia e lo scandalo che suscita
allestero, si riduce in fondo a una questione di distanze.
Da distante si vede quello che esce dalle righe. Da vicino si
vede anche la cerchia dei tanti che gli somigliano, sui quali
lui riesce a spiccare per una schiettezza di uomo furbo, come
quando ha replicato non sono un santo. Da vicino si
vede anche che lindignazione che suscita in Italia non è
tutta di buona marca. Ci sono uomini, e sono tanti, che si sentono
offesi nella loro dignità di facciata. Gli va bene che
la bottega funzioni ma che sia con un certo decoro. In che cosa
questo consista esattamente, non lo so, però ho notato
un fatto degno di attenzione: le donne coinvolte nelle ultime
vicende berlusconiane non hanno sacrificato niente sullaltare
del decoro di facciata e invece hanno sacrificato qualcosa su
quello del dire la verità.