Ho letto con molto interesse gli interventi che si sono succeduti sul Vostro giornale a proposito del dibattito sul «silenzio delle donne» davanti al cosiddetto Papi-gate. Ed ho notato come negli interventi si parli spesso di educazione e media. Due temi (o forse un unico grande tema) che in qualche modo centrano quello che considero il problema cardine di questo dibattito: il grave ritardo culturale del nostro paese circa la reale affermazione dei diritti e delle pari opportunità.
Perché è di un problema culturale che parliamo quando citiamo con sgomento i sette milioni di donne italiane che nel corso della loro vita sono state vittime di violenze. Oppure quando leggiamo che da noi trova occupazione solo il 46,3 per cento della popolazione femminile in età lavorativa, contro una media europea del 57,4.Oche sette milioni di donne sono fuori dal mercato del lavoro.
Oppure ancora quando scopriamo che tra casa e ufficio, le italiane sono quelle che «sgobbano» di più in Europa, visto che il 77,7 per cento del lavoro domestico è a carico delle donne. Senza dimenticare quel «tetto di cristallo» per il quale le donne sono escluse dai luoghi chiave del potere, delle istituzioni, del tessuto produttivo. Sono dati che chiariscono quanto in salita sia ancora la strada per una concreta parità nelle opportunità tra i generi. Ed è proprio per questo che risulta ancora più grave la vicenda innescata dal Papi-gate: lo stereotipo che viene fuori dalle cronache di questi mesi, per il quale le donne sono oggetto di compiacimento verso i potenti e il loro corpo diventa merce di scambio per favori e carriere, è ancora più pericoloso per il nostro tessuto sociale proprio perché non trova in Italia una barriera culturale adeguata.
Capire se la colpa di tutto ciò sia delle donne o meno non mi sembra un esercizio proficuo. Piuttosto, reputo necessaria da parte degli italiani, siano essi maschi o femmine, una doppia mobilitazione. Una mobilitazione culturale, innanzitutto, che, attraverso l’uso e la sensibilizzazione dei media, ma anche tramite la scuola e le università, contrasti gli stereotipi di genere e porti alla luce il «paese reale». Quel paese composto da donne che hanno poco a che spartire con il modello di cui sopra. Perché – ne sono fermamente convinta - la maggioranza delle donne italiane non è quella che bussa alle porte della politica mercificando il proprio corpo: è quella che ogni giorno fatica, lavora dentro o fuori casa, si occupa della famiglia, s’impegna per il sociale, fa politica sul territorio.
Le donne italiane sono, per esempio, le tante giovani che vedo ogni giorno intorno a me e che lavorano per costruire un futuro in cui poter portare avanti uno sviluppo personale e sociale basato sul merito e non sulle fattezze estetiche o i rapporti di favore.Ma è fondamentale, anche, che ci sia una mobilitazione politica per rivendicare ciò che, a mio avviso, è il bene di cui le donne italiane sono maggiormente private: il tempo. L’impossibilità di conciliare tempi di vita e di lavoro è, credo, una delle principali cause del «silenzio delle donne». Senza tempo a disposizione è difficile pensare di riuscire a conquistare maggiori spazi di vita pubblica, quei «pezzi» di potere con cui affrontare e debellare il ritardo culturale. Per questo non bastano azioni di sensibilizzazione e di educazione. Servono battaglie, anche piccole, su temi concreti:come quelle per gli asili nido che non vengono costruiti o che, laddove esistono, non vengono aperti.
Solo con un welfare a misura di donne (e di giovani), che contempli forme di ammortizzatori sociali come il salario minimo garantito o maggiori tutele per la maternità, solo con servizi che permettano a tutte le donne di conciliare al meglio vita e lavoro, si può cominciare a costruire quella barriera culturale che ridurrebbe il Papi-gate a ciò che dovrebbe essere: una degenerazione della politica inaccettabile perunpaese democratico.