Edicola (a cura di Nadia Magnabosco e Marilde Magni)

 

da Alias del 21 luglio 2007

al Pompidou una retrospettiva per la "multipla" artista francese

Il laboratorio identitario dell'organico
Un filo rosso attraversa la polimorfa ricerca trentennale di Annette Messager, dalle pratiche di esplorazione del femminile ai grotteschi allestimenti monumentali anni novanta, sino alle recenti installazioni cinetiche

di Carlo Mazza Galanti

La retrospettiva su Annette Messager allestita al Centre Georges Pompidou (fino al 17 settembre 2007) ci propone una visione quasi completa dell'opera straordinariamente varia e polimorfa di uno degli artisti francesi più interessanti degli ultimi trent'anni. Cresciuta artisticamente nell'ambiente parigino tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta, accanto a personalità influenti come quella di Cristhian Boltanski, Gina Pane, Jean Le Gac, André Cadere, Annette Messager si è presto fatta conoscere in tutta Europa e oltreoceano, tenendo, già negli anni settanta, personali, a Monaco, Milano, Copenhagen, New York, San Francisco. Vera fucina di invenzioni plastiche e soluzioni formali, ha attraversato gli ultimi decenni del secolo senza limitare i rischi e senza mai accontentarsi del buon funzionamento mercantile delle sue opere. Il suo vocabolario, il suo immaginario grottesco, i suoi incubi giocosi non hanno cessato di evolversi e di riconfigurarsi, quasi freneticamente. Nel 2005 Messager viene premiata alla biennale di Venezia per la sua installazione Casino, qui riproposta parzialmente.
Les Messagers-questo il titolo della mostra organizzata da Sophie Duplaix-si apre nella hall dell'edificio di Rogers e Piano con una instalalzione monumentale che riprende alcuni elementi della produzione più recente dell'artista. Creata per l'occasione, si intitola La ballade de Pinocchio à Beabourg e si compone di enormi parti del corpo umano (arti, organi, interiora) fabbricate in skai colorato e intrappolate come pesci dentro reti nere. Appesi al soffitto, gli elementi anatomici si abbatttono a intervalli regolari sopra un paesaggio infantile nel quale si muove la figura di un piccolo Pinocchio, già protagonista dell'installazione veneziana.
L'infanzia e la corporeità, il ludico e il repellente, il famigliare e il pericoloso, l'incubo e la favola: nella ballata di Pinocchio, come in un'epitome introduttiva, ritroviamo le antinomie più profonde che percorrono tutto il lavoro dell'artista francese, dagli esordi a oggi alla ricerca di un punto di sutura o meglio di una contaminazione-quasi impercettibile-tra gli universi protetti dal buon senso e dalla convenienza, dal principio di realtà e da quello del profitto.
Pur rinunciando alla coerenza cronologica, la mostra introduce per primi i lavori degli anni settanta, opere di piccolo formato, disegni, fotografie, album-collezioni, progetti di carattere intimo e autobiografico tutti raccolti, quasi ammucchiati, in una stanza isolata dal resto della mostra. Attraverso alcune finestre possiamo spiare l'universo femminile, sottilmente perturbante, interpretato dalle personalità multiple dell'artista: Annette Messager truquese, Annette Messager collectioneuse, Annette Messager bricoleuse, Annette Messager femme pratique, etc. La stanza si presenta allo stesso tempo come un rifugio protettivo e come un laboratorio identitario. I fantasmi personali dell'artista sono evocati, giocati e infine addomesticati in uno spazio svelato pudicamente, che ben riassume la contraddizione narcisistica dell'intimismo autobiografico, in bilico tra la paura e il desiderio dell'esibizione.
 Di fronte alla "camera" di Annette, un altro lavoro appartenente alle pratiche di esplorazione dell'intimità femminile dei primi anni: Mes collections de proverbes, raccolta di luoghi comuni misogini e maschilisti candidamente cuciti su stoffa bianca, del tipo: "Che c'è di peggio di una donna? Due donne" o "Le donne sono istruite dalla natura, gli uomini dai libri". La filosofia che li sottende è di quelle che sarebbero piaciute a Flaubert: "Ricopiare la stupidità umana-ci spiega l'artista-è, secondo me, più pericoloso che denunciarla".
Difficile trattenere un riso vagamente terrorizzato davanti ai Pensionnaires, tra le primissime opere di Messager. E' una collezione di passeri imbalsamati, macabramente e amorosamente curata da mamma-Messager, esposti in teche di vetro, infagottati in abitini di lana, puniti sopra piccoli torchi o attaccati su motorini a molla, pronti per passeggiate spensierate.
L'animale imbalsamato abiterà le installazioni dell'artista fino ai tempi più recenti. Ne testimonia Eux et Nous, Nous et Eux, del 2000, sorta di museo di storia naturale composto da diverse specie animali impagliate e "modificate" attraverso protesi di pelouche, chimere inquietanti e allo stesso tempo rese inoffensive dall'innocenza dei materiali utilizzati.
L'esposizione prosegue sul filo del perturbante, tra vita e morte, tra famigliarità e estraneità, tra sacralità e derisione. Mes Voeux e Mes Trophées, opere degli anni ottanta, sono ex-voto murali composti da una moltitudine di piccole foto di parti del corpo umano. Tra le immagini trovano posto frammenti di testo, parole ripetute ossessivamente, liste interminabili di Oubli, Tollerance, Envie, Violence. "Non so scrivere, allora mi piace scrivere la stessa parola. Una parola ripetuta non ha più senso. E' canzone, litania".
A partire dagli anni novanta "la paura dell'esibizione è scomparsa", Annette Messager abbandona la dimensione intimista per misurarsi con opere monumentali, di grandi dimensioni e impatto visivo. Intere sale dell'esposizione sono occupate da sarabande grottesche, allestimenti barocchi in cui figurano suggestioni derivate dal circo di Calder, l'immaginario fiabesco di Tim Burton, i giudizi universali medioevali, i pupazzi di Keith Haring o di Paul MacCarthy, le sculture "molli" di Oldenburg, l'Apocalisse di Baj. Pezzi di corpo confezionati con stoffa foderata, smembramenti e ricomposizioni mostruose di pelouche, figure di gomma prelevate dall'universo disturbante degli insetti e dei microrganismi, pupazzi anonimi, sacchi di plastica, amorfi organismi sottomarini composti di tessuto cangiante, sono i termini principali del lessico proliferante delle ultime grandi installazioni di Annette Messager, in cui la fattura domestica e giocosa non fa altro che amplificare la vertigine dell'organico e del viscerale.
Con Articulés-Desarticulés, presentata per la prima volta a Documenta 11 nel 2002, il movimento meccanico entra a far parte delle installazioni. I pupazzi e le parti del corpo umano si animano di azioni ripetitive che ricordano il funzionamento ciclico di un organismo ma che evocano allo stesso tempo l'immagine di una danza macraba, una mobilità cadaverica. Il cinetismo si sviluppa con le ultime due opere dell'esposizione in una direzione più pacificata: all'articolazione macabra si sostituisce il fiato, il soffio, la leggerezza pneumatica. Casino, frammento dell'installazione della scorsa Biennale di Venezia, esibisce un enorme velo di seta rossa che, azionato da un getto d'aria, si gonfia e agita come una superficie liquida lasciando intravedere al di sotto le forme vagamente organiche di una fauna sottomarina, animata da un'illuminazione pulsante. Gonflés-Degonflés del 2006 è una stanza ingombrata, ancora una volta, da elementi anatomici, interni ed esterni: mani, piedi, polmoni, sessi maschili, reni, etc. confenzionati con la stoffa dei paracaduti e animati da una respirazione costante, fluida, riposante.
La dimensione aerea delle ultime opere di Annette Messager lascia emergere l'aspetto più genuinamente utopico della sua poetica corporale. Del tutto scomparso il grottesco, l'impressione è quella di un paesaggio naturale, sottomarino, di una vita autonoma, immanente, quieta, vicina a quella di certe immagini di Yves Tanguy o di Miro.
Dall'intime alle interiora, il percorso artistico di Messager declina il segreto e il mistero come idee fondamentali della vita, non solo umana. Attraverso il corpo, il biologico, l'organico, la natura torna a essere la fonte prima dell'immaginario: "Si hanno buone ragioni-dice Breton-per credere che i miti non possano vivere e diffondere una luce appena appena esaltante se non mantengono un contatto stretto con "il repertorio" della natura, repertorio che potrebbe essere sfogliato soltanto da una mano alata e magica".

vedi info sulla mostra Les Messagers