dal "Coriere della Sera" del 17 aprile
2008
India, la lotta delle donne-pittrici «Il progresso minaccia
i nostri murali»
di Scorranese Roberta
Il loro dio aveva larghe spalle taurine, un manto splendente
e la forza di un elefante. Era un dio potente e animale quello
che, diecimila anni fa, i primi abitanti di questo cuore indiano
dipinsero sulle grotte. Lo stesso dio che, da secoli, le donne
dell' altopiano di Hazaribagh, India del Nord, continuano a dipingere
sulle pareti delle case. In forma di elefanti e pavoni, serpenti
e volatili colorati. Più che un monito, una preghiera:
che nessuno ci porti via la casa e le radici. Ma, nell' India
dello sviluppo economico, ai miracoli non crede più nessuno.
Nemmeno dio. O forse no. A crederci sono le donne della Tribal
Women' s Artists Cooperative (Twac) di Hazaribagh, nello stato
di Jharkhand, che girano il mondo diffondendo la cultura e le
tradizioni tribali. E così, anche al Festival di Udine
«Vicino/lontano», dipingeranno sui muri animali fantastici
e segni propiziatori. Coloreranno case e pannelli con polvere
e acqua, cantando nenie. Daranno voce a quel dio rupestre che
ha resistito per anni e che ora rischia di soccombere per far
posto a «progetti di sviluppo». «Con le nostre
opere - dice Juliet Imam, una delle Twac - facciamo parlare secoli
di storia». Quella degli Adivasi, abitanti originari dell'
India. Detti anche pre-ariani, fate voi, comunque sono l' otto
per cento dell' intera popolazione. Ovvero, più di ottanta
milioni. In questo angolo d' India ai confini col Bengala occidentale,
gli Adivasi hanno le sembianze delle bellissime donne di lingua
Oraon, ornate di bronzo e stoffe. O dei maschi Santhal, pasciuti
e bellicosi. Quando giunsero qui, gli inglesi allevati nelle scuole
vittoriane si impressionarono non solo per i sacrifici umani degli
indigeni, ma anche per una sorta di loro simbiosi mistica con
la natura. Le donne Koya, dalla pelle color castagno, paiono un'
appendice della foresta, come partorite dagli alberi; le ragazze
Munda hanno movenze feline mutuate dalle tigri; le tribù
Kondh della vicina Orissa coltivano credenze licantropiche. «Un
popolo - dice Bulu Imam, a capo dell' Intach, associazione per
la difesa del patrimonio locale - che da sempre trova la sua identità
nella terra». Un' identità oggi a rischio. Già,
perché qui non ci sono solo foreste, tigri e fiori rari:
il sottosuolo è ricco di minerali e di carbone. Indispensabili
all' economia di uno Stato che si prefigge di agganciare presto
la Cina nella corsa alla supremazia economica mondiale.Qui non
c' è stato bisogno di spiegarglielo con il linguaggio burocratico.
Questi uomini dalla pelle raggrinzita dal sole e dal Cheroot (il
sigaro birmano), queste donne brune e serie l' hanno capito con
il naso, così come intuiscono l' arrivo dei monsoni: dovranno
lasciare le loro case per far posto alle operazioni di scavo.
Dovranno trasferirsi nelle periferie cittadine perché la
loro foresta è indispensabile. Al governo. «Essere
indiani è una vita istintiva», ha scritto il premio
Nobel V.S. Naipaul. E queste donne e questi uomini hanno uno strano
rapporto con la parola, ridotta alla sua origine funzionale. Preferiscono
agire, muoversi. Combattere o pregare, come antichi guerrieri.
E le donne pregano a modo loro, rivolgendosi a quella divinità
sconosciuta che si portano dentro da sempre e che, solo di recente,
la grotta di Hazaribagh ha restituito: un dio dalle spalle taurine
e dalla potenza animale. «Ecco allora il senso della Tribal
Women' s Artists Cooperative - dice Bulu Imam -. Con il progetto
"Johar!" (il loro saluto) le artiste continuano la tradizione
delle donne indigene di dipingere le case, riproducendo, inconsapevolmente,
un' antica pittura muraria che hanno scoperto solo negli anni
Novanta». Simile a quella di Lascaux, in Dordogna, questa
pittura rappresenta scene di vita e figure antropomorfe. Putli
Ganju è nata nella giungla di Saheda. Sin da piccola ha
imparato a decorare le pareti fangose della sua casa: si polverizzano
le pietre, si estrae il colore, si prepara il doppio intonaco,
nero e poi bianco. Si passa infine alla pittura o al graffito:
pavoni, serpenti, elefanti. Si insuffla vita alla casa. È
come se la millenaria tradizione animistica si trasferisse alle
pareti. Una benedizione pagana che promette l' inviolabilità
del territorio domestico. «Tradizione - dice Juliet Imam
- che scandisce fasi precise della vita». Già. Come
ci mostreranno a Udine, la pittura femminile muraria accompagna
le festività del Sohrai (ottobre-novembre, periodo del
raccolto) e Khovar (tra febbraio e giugno, periodo dei matrimoni).
Fertilità, vita. Come nei fiori di Philomina Imam: abile
tessitrice, i motivi floreali e che riproduce sembrano obbedire
a un' orchestra nascosta. Nelle foto di Robert Wallis, Mario Popham
e Daniela Bezzi scorrono vite che si aggrappano ai simboli per
non scomparire nel presente. E così, in questa provincia
di mondo dove si fronteggiano le religioni cristiana e induista,
islamica e animista, la fede più autentica sembra nascere
da questi disegni primitivi. Liturgie rupestri che rispondono
ad un istinto primordiale: la difesa di radici, casa, origini.
Qui, dove il sistema delle «caste» non è mai
arrivato e dove l' istinto omicida dei felini viene percepito
come una forza divina, «la casa» è quella che
l' anglo indiano Salman Rushdie definisce come «gli occhi
chiusi di una vita protetta».
Johar! Territori del sacro.