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da Alias del 14 gennaio 2006


Eyre, una sorellina siamese alla galleria BnD di Milano

di Lea Vergine

"Alla nascita ero una gemella Siamese. Mia sorella morì durante le quarantatré ore di operazione chirurgica che ci separò. Molto del mio lavoro riguarda questa esperienza e la sensazione di vivere con un fantasma che è rimasto con me…ora il mio lavoro implica l'accumulo di memorie impossibili: la documentazione sempre crescente, deliberata e meticolosa dell'irrealtà. Mentre taglio i ponti con la mia vita di ogni giorno ne documento una invisibile…cominciando a costruire un'autobiografia che dipenda meno dalla realtà e più dalla possibilità. Spero, alla fine, in una collezione di immagini che renderanno il mio passato improbabile come una finzione…". Così Janieta Eyre, tanto per parlare chiaro, nell'estroso catalogo concepito da Francesca Alfano Miglietti e Tomaso Renoldi Bracco per la prima personale italiana alla galleria BnD di Milano. E' evidente che alloggiamo in un genere allucinato, con la vocazione per l'oratoria delle affezioni e per la sintassi del delirio. Come spiega Alfano Biglietti, "il soggetto delle operazioni di J.E. è spesso se stessa; serie dopo serie, cambiano le situazioni e gli ambienti…una quantità maniacale di oggetti, merci, carta da parati e mobili e pentole e ombrelli e polli e merluzzi e merletti costituisce il catalogo infinito dell'inconscio dell'autrice, in cui essa si muove come in una terra di confine. Come in una terra ostile dopo una calamità naturale". Nei vari gruppi di lavori fotografici, dal '93 a oggi, Eyre si rappresenta come un'innocente condannata:sia che svacchi su un divano(assassinata o suicida?), sia che si accasci davanti al forno del gas aperto, sia che si rappresenti come Ofelia. Il clima del non-sensical, sullo sfondo di astute e fiabesche effrazioni ribalde e allarmanti, un po' alla Lewis Carroll, ce la restituisce come omoestatica, senza corporalità e neanche pensiero, la personalità svanita, tutta una materia inerte.
Certo, la ragazza (giovane, graziosa, molto inglese) è malinconica, coltiva una tristezza al rallentatore (lo spleen!), comunica impressioni oltremodo penose come lo scoraggiamento, il rimorso, il senso di colpa; in breve, quella "iperestesia della coscienza morale",sintomo e segno specifico della malinconia. Linguaggio della psicanalisi, sì, perché no . Inesorabile, si raffigura fissa, monotona, tutta ripiegata sul suo tormento che è dato come irrimediabile: catatonica. Roland Barthes, citato in prefazione, scriveva anche: "…ciò che è fotografato è una sorta di eidòlon emesso dall'Oggetto, che io chiamerei lo Spectrum della Fotografia, dato che attraverso la sua radice in questa parola mantiene un rapporto con lo spettacolo aggiungendovi quella cosa vagamente spaventosa che è in ogni fotografia: il ritorno del morto." Ma in tutta questa cachessia, speziata da un certo glamour dell'impaginazione, irrompono opere come Pissing Silver Fish, Two Laundresses by the River Thames o The Sound of my Heart, dove la fantasticaggine è da brivido, dove il fascino è nell'improbabilità assoluta di quello che si vede, dove la tensione tra sbigottimento e frodi melodrammatiche si fa tesa. Il delirio si è stemperato intanto che la comunicazione va a costituire una sorta di caricatura del delirio. Ora, che Eyre sia una perseguitata-persecutrice, che abbia una coscienza morbosa impenetrabile, è acclarato. Si guardi alla scenetta delle giovani infermiere che gustano il thè, appoggiate a un'ex-macchina da cucire Singer, intanto che la normalità viene irrisa dalle spoglie di un bianco capretto appeso a un gancio da macellaio; o a quella ambientata nel medesimo interno, dei quattro non vedenti. Sono immagini da sogno: senza nesso, tutt'altro che conseguenti o logiche, inestricabili quasi sempre. Ma sappiamo che spesso il sogno è un mezzo di percezione della realtà, sottile, sensibilissima, che avviene in forma romanzata. Così com'è noto che sognare da svegli equivale a una delle tante forme di follia. Siamo liberi di riconoscere - quelli di noi,capaci - un argomentare psicoanalitico nei manufatti che si propongono come opere d'arte; ma diventano tali, le opere, se non siamo obbligati a riconoscerne il carattere clinico; se scopriamo uno o più di un argomento psicoanalitico non dobbiamo per questo archiviarle come manifestazione patologica perché possiamo sommergerle in una ricca orchestrazione di significati molteplici. Che poi, sia nell'arte che nelle nevrosi, la dinamica primaria è la fuga dalla realtà per rifugiarsi in una situazione di pura fantasia, questo lo sa ormai anche chi non ha ancora letto Sigmund Freud.