da
il manifesto del 31 Maggio 2008
La
poetica dello scarto nelle stoffe di Christina Kim
di
Paola Colaiacomo
Naturale, rigenerato, fatto a mano è il titolo della mostra
che la città di Bologna dedica (fino all'11 giugno) al
lavoro di Christina Kim, artista di origine coreana con base a
Los Angeles. È forse la prima volta che in Italia viene
riconosciuta la qualità artistica di un lavoro che assume
a proprio materiale la stoffa: stoffa e non tessuto, in quanto
la base concettuale dalla quale Kim muove è costituita
dall'idea del riciclaggio, o «rigenerazione», di frammenti,
a volte vere e proprie minuscole particelle, di materiale tessile
già esistente, scartato o avanzato da precedenti esecuzioni.
Christina Kim prende in mano la stoffa come il vasaio la creta
o lo scultore il marmo, riportando alla condizione di materia
prima quanto è già frutto di stratificati processi
di ideazione e lavorazione. Nell'autodefinirsi «clothing
designer», designer di abbigliamento, allontana dalle suggestioni
di effimero immanenti alle mode del vestire o dell'arredare, introducendoci
alle solide valenze architettoniche dell'abito o del manufatto
tessile, visti come oggetti destinati a durare. Il lavoro di Kim,
dunque, vive in quella zona di ibridazione e contaminazione tra
linguaggi espressivi - arte del tessere e del filare, sartoria,
architettura e, perché no, commercializzazione - nella
quale oggi avvengono le esperienze comunicative più avanzate.
Dall'India al Messico i «projects» di Kim aggregano
oggi intere comunità di artigiani, soprattutto di donne,
esperti nei metodi tradizionali della filatura e della tessitura.
Dal materiale così prodotto vengono creati abiti, scialli,
coperte, cuscini, variegati teli multiuso, oggetti per la casa,
a volte anche di carta, conosciuti e commercializzati, a Los Angeles
come a Parigi, sotto il marchio dosa, parola che in coreano vuol
dire «saggia». Infatti, da vera saggia, Kim non butta
via nemmeno il più piccolo scarto di lavorazione: proprio
dagli scarti anzi, con una originale tecnica di riciclaggio e
saldatura dei frammenti, ottiene nuove estensioni di stoffa, pezze
dai contorni irregolari, che ispirano il suo design minimalista,
capace di effetti caleidoscopici. Il progetto messo in piedi nel
2006 a Oaxaca, Messico, ricava «milagros» (miracoli)
da particelle minuscole che, cucite da dita esperte in forma di
cuoricini, trovano nuova vita come colorati ex-voto o variegate
collane e ghirlande.
Sensibile all'estetica dei suoi negozi - ne ha uno a Los Angeles,
il dosa818, che occupa l'intero ultimo piano dello storico Wurlitzer
Building - integra in un unico spazio esposizione, vendita e progettazione.
Viene da chiedersi in che senso sia legittimo ascrivere il lavoro
di Christina Kim al dominio dell'arte: per quale ragione viene
letto come «opera»? Forse perché comunica emozioni
e proprio in questa virtù comunicativa sta il cuore performativo
della mostra bolognese: tant'è vero che il Comune lo allarga
oltre il chiuso del Museo con le tre installazioni esterne situate
nel centro storico della città, al Palazzo della Mercanzia,
al Portico della Morte e sotto l'arcata tra il Pavaglione e Via
Clavature. Paramenti da preghiera in tessuto bandhani, minuscoli
milagros, allegri stendardi di carta riciclata avvolgono il passante
anche distratto in quella che Mallarmé chiamò la
poesia della stoffa: una poesia carica di sensi liturgici, secondo
la vocazione millenaria del manufatto tessile.
Baudelaire definì il viola «colore da canonichessa»,
Leopardi vestì del colore della «bruna viola»
l'etèra Aspasia e Rimbaud scrisse una poesia che associava
un preciso colore a ciascuna vocale dell'alfabeto. Tuttavia qui
i percorsi dell'emozione non sono né quelli della poesia,
né genericamente quelli dell'arte figurativa.
Uno dei pezzi più suggestivi creati da Christina Kim appositamente
per questa mostra bolognese (curata da Giovanna Franci) è
costituito da un abito sul quale, ispirandosi agli intarsi lignei
di un antico liuto esposto nella sala, la designer ha riportato
con la tecnica dell'applique, ricamati su striscioline di stoffa,
i brani di un antico racconto. L'azzuro pallido della stoffa si
fonde con quello delle pareti, nello splendidamente restaurato
Palazzo Sanguinetti che ospita il Museo della Musica. L'accordo
davvero musicale tra la linea dello strumento, le tappezzerie,
le trasparenze cangianti delle invenzioni tessili, è così
ricco e perfetto da suscitare nello spettatore un turbamento,
come di chi sia messo all'improvviso di fronte a se stesso e voglia
sfuggire all'esame troppo crudo. È un po' la stessa sensazione
che ci procura la vista delle rovine dell'antichità. L'accostamento
tra materia tessile e rovina non è poi così azzardato,
dato che la spettacolarizzazione settecentesca dei resti dei monumenti
antichi coincise con l'avvento della prima rivoluzione industriale,
seguìta alla meccanizzazione dei processi di filatura e
tessitura. Un poeta minore del Settecento inglese, John Dyer (nome
che significa «tintore»), trovò orribili le
rovine di Roma ma nel dimenticato poemetto Il vello non esitò
a scrivere che «il pastore è il vero maestro dei
riti dell'atemporale»: affermazione a prima vista bizzarra
che trova però il suo senso quando si riflette che il destino
dell'Inghilterra in quel momento era in mano degli allevatori
di greggi e dei mercanti.
Anche il filosofo tedesco Georg Simmel, in un saggio intitolato
proprio così, La rovina (Die Ruine, 1911) paragonò
l'unitarietà d'intonazione coloristica che si genera tra
la rovina architettonica e il terreno circostante con l'impasto
cromatico che determina il fascino dei tessuti antichi, ridotti
dal tempo e dagli agenti atmosferici a un minimo comune denominatore
coloristico che, scrisse, nessun nuovo tessuto sarebbe stato in
grado di imitare. In realtà, proprio l'esistenza di tale
minimo comune denominatore è oggi attestata dalle originali
tecniche di «rigenerazione» e riciclaggio che Christina
Kim applica a materiali tradizionalmente poveri come il il kadhi
e il jamdani, o anche a tessuti moderni prodotti industrialmente
come le cotonine del londinese Liberty, che però all'inizio
erano anch'esse orientaleggianti.
Al kadhi si lega la lotta «di resistenza contro la British
rule intrapresa da Gandhi negli anni Venti. Filando, tessendo
e indossando il proprio cotone e così boicottando le stoffe
imposte dai dominatori, gli indiani si sarebbero resi indipendenti:
questo diceva il Mahatma, che si recò a Londra in pieno
inverno avvolto in uno dei suoi teli di garza. Non stupisce che
proprio il kadhi, così ricco di suggestioni storiche ed
etniche, sia per dosa il tessuto principe, dal tipo più
comune a filo semplice, prodotto in casa, a quello rituale, detto
«zari», che rinforza i fili dell'ordito con impalpabili
guaine d'oro e d'argento.
vedi
mostra a Bologna La moda
etica di Christina Kim