da Il Sole 24 ore del 1 maggio 2005
Dolore e furia in sinfonia di ANNA
DETHFRIDGE
La Maison Rouge, un nuovo spazio pubblico dalle parti della Bastiglia
nelle vicinanze delle celebri prigioni a Parigi, già predispone
a una certa lettura degli ambienti. La mostra "Phora"
dell'artista americana Ann Hamilton, a cura di Waltraud Forelli?Wallach,
fatta dì suggestioni sensoriali che evocano i fantasmi
del passato, fa il resto. Ognuno perso dentro la propria testa
sperimenta una sinfonia di smorfie di furia e di dolore, mentre
voci sussurrate svolazzano sopra le nostre teste.
A ogni nuova ambientazione il talento di Ann Hamilton nell'inscenare
vortici sensoriali di grande fascino trova mezzi e soluzioni diversi
per evocare quelle sensazioni subliminali che definiscono l'essenza
delle cose. Laureata da tre università diverse in design
tessile, arti e architettura, Hamilton più che allestire
spazi, disegna situazioni percettive. "Ciò che sopravvive
nella memoria è soltanto il ricordo di un'esperienza",
afferma.
Nata nel 1956 a Ohio, Hamilton raccoglie l'eredità della
generazione dei "poveristi", da Kantor, a Beckett, alle
allusioni scarne e materiche dell'Arte Povera italiana, fino a
Boltanski, ma con una tavolozza più ampia e ricca di colori
e materiali. Tra le parole chiave che potrebbero definire la poetica
dell'artista, "membrana", metafora del rapporto tra
il dentro e il fuori, sarebbe forse la più indicata. L'opera
di Hamilton dimostra una sensibilità tutta femminile per
la pelle delle cose, il tessuto che ricopre il visto e il vissuto,
fino a diventare metafora architettonica, come se gli spazi e
le cose fossero la nostra seconda pelle.
Le folli evocazioni di Body Objects (non in mostra) sono infatti,
una sorta di oggettivazione dello spazio in cui una scarpa, per
esempio, va a infilarsi dritto nel volto della persona (se stessa,
fotografata di profilo), oppure una stanza rappresenta letteralmente
la fuga degli arredi, tutti appiccicati al soffitto e ficcati
a metà dentro le pareti.
Un'installazione intitolata Bird in Hand (la prima parte di un
detto popolare che continua "is worth two in the bush"
(meglio una gallina oggi che due domani) la vede seduta su un
trespolo a due metri da terra dentro una grande siepe per ore
e ore, anche in assenza di visitatori. L'esperienza, ha raccontato
Hamilton, ha rafforzato la sua convinzione della necessaria interazione
con un pubblico perché l'opera possa acquistare un qualsiasi
senso. "Per mantenere la concentrazione ? ha dichiarato ?
ho bisogno della presenza degli altri".
In un'altra sala della Maison Rouge, una gigantesca tenda allude
come in tante altre sue installazioni alla precarietà e
al nomadismo, mentre da una tromba escono parole in combinazioni
random, in francese e arabo. In una stanza buia un fotogramma
con una linea calligrafica gira in tondo, accompagnato da rifrazioni
di suoni emesse da un microfono che circola minaccioso e velocissimo
sopra la nostra testa, raccogliendo il suono del suo stesso passaggio.
I tanti volti sfocati della Maison Rouge ripresi a distanza ravvicinata,
eccessivamente colorati, presentati uno a fianco all'altro, su
supporti leggermente incurvati in modo da aumentare la distorsione,
tutti con le bocche aperte, con le narici spalancate, riprendono
una pratica collaudata dell'artista nell'uso di una speciale telecamera
contenuta all'interno della propria bocca. L'obiettivo, che costringe
l'artista a lavorare con la bocca aperta (comportamento inaccettabile
in presenza di altri) rappresenta una prospettiva e una distanza
inusuali. La bocca aperta, punto locale di ogni lamento, rovescia
necessariamente il rapporto tra osservatore e osservato, mentre
la minivideocamera utilizzata normalmente come sonda negli studi
clinici, diventa uno strumento di indagine anche per l'artista.
Visto dall'interno del proprio corpo, l'oggetto raffigurato evidenzia
la modalità con la quale Hamilton vi si avvicina. L'artista
utilizza lo strumento come se si trattasse delle proprie dita,
scardinando ogni presunta obiettività, muovendosi in continuazione.
Il risultato assomiglia più a un territorio di esplorazione,
o a un paesaggio che a un ritratto.
I confini labili dei corpi sono per Hamilton quelli permeabili
delle nazioni, delle definizioni della differenza tra me e te,
dei punti di crisi e di violenza, del rapporto perennemente instabile
tra un soggetto e l'altro.
"Phora, Ann Hamilton", Parigi, Maison Rouge fino al
22 maggio 2005 (www.lamaisonrouge.org)