da Alias del 28 ottobre 2006
Diane Arbus
di Irene Alison
La prima cosa che Diane le disse, quando varcò la soglia
del suo studio sulla Settantaduesima est, fu: "bene, non
sembri una modella. E' per questo che ti abbiamo presa".
Erano gli anni cinquanta, Diane Arbus aveva appena passato la
trentina e si infilava con il marito Allan sotto il panno nero
della Rolleiflex per scattare foto pubblicitarie per cataloghi
e riviste. La ragazza che non sembrava una modella di anni ne
aveva 18, metteva lo stringivita per darsi un'aria da mannequin
e l'estate di New York le scioglieva il trucco sulla faccia.
Trent'anni dopo, Diane Arbus si era già da tempo lasciata
affondare nella vasca da bagno con le vene tagliate e la ragazza
, senza più stringivita, dava alle stampe la prima biografia
sulla più inquietante e misteriosa fotografa americana.
Pubblicata per la prima volta nel 1984, Diane Arbus Vita
e morte di un genio della fotografia di Patricia Bosworth
esce adesso per Rizzoli ("24/7", pp.346,euro 18,50)
negl stessi giorni in cui il film Fur di Steven Shainberg
- "ritratto immaginario" della fotografa, vagamente
ispirato agli eventi della sua vita - arriva nelle sale italiane.
Tra il 14 marzo 1923 in cui Diane, secondogenita di David e Gertrude
Nemerov, viene al mondo con la sua dote di figlia di alta borghesia
newyorkese e il suo carico di aspettative cui rispondere, e il
26 luglio 1971 quando Diane scrive "ultima cena" sul
diario e va in bagno a morire, Patricia Bosworth tende una rete
fittissima di testimonianze, ricordi, interviste, lettere e conversazioni
che compongono della fotografa un ritratto intimo, dettagliato,
corale. Uomini e donne che l'hanno amata, temuta, avuta, che se
ne sono fatti stregare o che l'hanno incantata diventando oggetto
dei suoi occhi famelici, raccontano Diane Arbus e la grazia del
suo sguardo, ne rievocano slanci e disperazioni, seguendo il suo
faticoso incedere verso l'espressione di se stessa. Non c'è
la voce di Doon, figlia maggiore e esecutrice testamentaria -
che ha negato la propria collaborazione ritenendo il lavoro della
madre "già abbastanza eloquente" - né
della figlia minore Amy e dell'ex marito Allan, ma la Bosworth
si affida alla memoria di Howard Nemerov, poeta e amato fratello
di Diane, e ai contributi di molti di coloro che hanno avuto parte
nel disvelamento del suo talento, come la fotografa Lisette Model,
lo stampatore Neil Selkirk, il regista Emilio De Antonio. Tre
parti - Russeks Fifth Avenue, Gli anni della moda, Il mondo
oscuro - dividono il percorso di Diane Arbus lungo la linea
delle fratture che hanno segnato la sua vita. L'infanzia popolata
di bambinaie detestabili e da mostri immaginari, saturata dal
fumo delle sigarette della madre e dall'odore delle pellicce dei
magazzini del padre, oppressa da una cappa di dolorosa "immunità"
che rende la realtà lontana e intangibile, finisce con
la nascita del sodalizio professionale con il marito Allan, sposato
nel '41 e amato con appassionata determinazione dal primo sguardo
scambiato a 14 anni. Poi gli anni della moda, in cui Diane e Allan
ritraggono abiti e detersivi, lavorano per "Glamour",
"Vogue" e "Seventeen", accumulano nella libreria
Melville e Ovidio, Lewis Carroll e Joseph Conrad, condividono
occhi e corpi, mettono al mondo due figlie e maturano implacabili
frustrazioni: lui attore mancato, lei schiacciata tra i doveri
di moglie e madre e il doloroso bisogno di "vedere",
la necessità insopprimibile di frantumare contro la realtà
la campana di vetro del proprio sentirsi "immune".
Negli anni sessanta Diane arriva al confine del mondo oscuro,
dritta sulla soglia tra paura e desiderio, tra l'imperativo del
guardare e la vertigine dell'inadeguatezza: il sodalizio con Allan
si scioglie, studia fotografia con Lisette Model, emancipa il
prorio sguardo. La grana delle prime immagini si dirada, la Rolleiflex
si trasforma in una Nikon 35mm., Diane attraversa lo specchio.
Comincia il suo viaggio nella wonderland newyorkese, fotografa
bambini e travestiti, scatta nel buio dei cinema e nel nitore
marino della luce di Cony Island. E finalmente vede.
Grazie all'interessamento di Robert Benton, allora art director
della rivista "Esquire", pubblica nel 1960 il suo primo
servizio: A vertical jorney: six movements of a moment within
the heart of the city, documento di un vertiginoso tragitto
tra pensioni di quart'ordine e sale autopiche, tra debuttanti
e puttane, boy scout e macellai. "Vorrei fotografare ogni
cosa", dice, e il suo mondo si riempe pian piano di mostri
e meraviglie, viene ammessa, nonstante la sua bellezza e quel
suo destino di privilegiata cui cerca disperatamente di abdicare,
nell'"aristocrazia dell'emarginazione".
La biografia di Patricia Bosworth la insegue ancora mentre si
muove lieve tra nani e giganti, affamata di visioni, bisognosa
di consumarsi: con l'ingombrante fissità della Rollei (cui
è tornata per la maggior ampiezza dei negativi) che richiede
per ogni foto un intenso dialogo col soggetto, e che congela nel
distacco critico dello scatto un atto di reciproca seduzione,
comprensione, desiderio.
Nel 1967 la mostra Nuovi documenti, curata da John Szarkowski
per il Museum of Modern Art di New York, porta in superficie i
volti di quel mondo oscuro - dal Bambino con la granata giocattolo
(1962) al Gruppo di nani russi in salotto (1963) -
e ridisegna i confini della fotografia documentaria: ogni pretesa
di oggettività è cancellata, non esiste nell'immagine
nessun'altra realtà se non quella che il fotografo vede.
Diane Arbus sgomenta e appassiona, pubblica su "Newsweek"
e "Harper's bazar", divide i suoi giorni con Richard
Avedon e Robert Frank, le sue notti con uomini e donne che incontra
per caso e spesso seguiti a caccia di uno scatto. Quattro anni
dopo, ogni sete di visione, ogni seduzione per l'orrore, ogni
spietata tenerezza si placa nella nebbia dei barbiturici: Diane
è troppo stanca, ha troppo visto e vissuto, ha troppo amato
e si è troppo perduta.
Nella sua postfazione del 2004 - scritta dopo aver visto Diane
Arbus Revelations, la più grande retrospettiva dell'opera
della fotografa dopo quella organizzata dal Moma di New York nel
'72 - Patricia Bosworth evoca un'ultima estate newyorkese, un
ultimo silenzioso incontro, entrambe in cerca d'aria sul tetto
di un palazzo, con Diane che "prima di mezzanotte aveva già
scattato un centinaio di fotografie, e si fermò solo quando
aveva finito i rullini". Revelations, organizzata
dal Museum of Modern Art di San Francisco, è un'altra preziosa
mappa del paese delle meraviglie di Diane Arbus: duecento fotografie,
centinaia di lettere, ritagli di giornali, provini, istantanee
dei giorni felici, appunti. In uno, datato 1934, lei stessa si
racconta :" La prima parte della storia della mia vita è
per lo più frutto della mia immaginazione. Anche voi dovete
usarne un po'. La verità è che io non sono ancora
nata".