Aloïse e il Teatro dell'Universo
di
Marilde Magni

Ho creato un teatro e credo proprio
che non ce ne sarà mai un altro uguale.
Aloïse
Una visita alla Collection de l'Art Brut di
Losanna mi ha fatto "incontrare" Aloïse, un'artista
singolare e quasi sconosciuta. Lì è conservato il
nucleo più importante delle sue opere: lavori enormi e
dai colori sgargianti, di grande impatto emozionale e visivo.
Nel 2000 ho potuto ritrovarla in una suggestiva personale allestita
a Lugano presso la Galleria Gottardo.
Aloïse è ricordata come una delle figure più
affascinanti dell'Art Brut, ma anche lei, come la maggior parte
degli artisti ricoverati in ospedali psichiatrici, è artisticamente
privata del suo cognome e conosciuta col solo nome proprio.
Aloïse Corbaz nasce nel 1886 a Losanna, lì vive in
casa con un padre alcolizzato e cinque tra sorelle e fratelli.
Ha perso la madre a 11 anni e, come ricorda Jacqueline Porret-Forel
autrice della monografia Aloïse et le Théâtre
de l'univers : "da allora la sorella maggiore
Marguerite prende in mano i destini dalla famiglia, sottomettendo
tutti alla sua dura autorità. Dominatrice e gelosa, Marguerite
fu, secondo la nipote Charlotte, l'angelo malvagio dei Corbaz
che non furono mai liberi di agire come volevano".
Dotata di una bella voce, studia canto e spera di diventare una
cantante lirica; le circostanze della vita fanno svanire il
suo sogno e questo provoca in lei una sofferenza profonda. Ma
è brava a scuola e ottiene la maturità nel 1906.
Dopo una scuola professionale di sartoria trova lavori saltuari
presso dei pensionati di Losanna. Nel 1911, forse a causa di un
amore che è costretta a troncare dalla sorella, lascia
la Svizzera per la Germania e ottiene un posto di insegnante privata
prima a Lipsia, poi a Berlino e a Potsdam. Qui, in circostanze
che non si conoscono, ha l'occasione di incontrare o forse di
vedere, non si sa, il Kaiser di cui si innamora perdutamente.
Pur sapendo che è un amore impossibile gli scrive lettere
che non arrivano mai a destinazione e mantiene per anni intatto
tutto il suo ardore per lui.

Nel 1914, allo scoppio della guerra, è costretta
a tornare in Svizzera. Il rientro in un ambiente familiare a cui
non è mai stata capace di conformarsi, ha effetti catastrofici
sulla sua salute mentale. L'esaltazione con cui manifesta i suoi
sentimenti religiosi, pacifisti e umanitari inquietano la sua
famiglia, che non è in grado di accettar la singolarità
di Aloïse. E sono gli stessi familiari a farla internare
nel 1918 nell'ospedale psichiatrico di Cery-sur-Lausanne. Nel
1920 viene trasferita alla Clinique de la Rosière, a Gimel-sur-Morges,
dove rimane per tutta la vita.
Non si adatta mai del tutto alla vita nel manicomio e da allora
vive due vite parallele: una apparente, nella quale sembra accettare
la sua sorte con la più grande indifferenza e apatia, e
una segreta e creativa in cui, come dice lei stessa, di nascosto
raccoglie "carta nella spazzatura per disegnare in bagno".

Liberté e patrie, 102x72 cm
Rimane chiusa in un mondo tutto suo e, pur non avendo mai mostrato
prima del ricovero alcun interesse per la pittura, riesce a ricrearsi
un'esistenza relativamente armoniosa e molto creativa sul piano
artistico. Fino al 1936 nessuno però si occupa della
sua produzione grafica, che viene quasi completamente distrutta.
Poi il professor Hans Steck, direttore dell'ospedale, e la dottoressa
Jacqueline Porret-Forel, suo medico personale, si prendono cura
di conservare i suoi disegni, e di procurarle il materiale con cui
lavorare, fino alla sua morte avvenuta nel 1964.
Jacqueline Porret-Forel, che l'ha seguita per molti anni, scrive:
"Dal 1941 circa, sperimenta un'esplosione di libertà
artistica che le permette di coprire rotoli e rotoli di lunghi fogli
di carta con disegni vertiginosi, che danno vita al suo teatro cosmogonico
...La schizofrenia ha scavato un tale abisso tra lei e la sua esistenza
anteriore che solo in un mondo nuovo, interamente ricreato sulla
base di dati metafisici, è riuscita a riprendersi la vita".

Mickens, 100 x 150 cm
Aloïse dipinge su fogli di carta da pacchi,
di cui usa sia il davanti che il retro, con tutto quello che le
capita fra le mani: pastelli, gessetti grassi, succo di petali
e fiori, dentifricio. Realizza collages con ritagli di giornali,
carta stagnola, fotografie e altro.
Ama i grandi formati e per ottenerli cuce insieme più fogli
con dei fili di lana fino ad ottenere supporti anche di 10-14
metri, come quelli appesi nella penombra dell'atrio del museo
di Losanna.

Cloisonné de théâtre,
particolare, 100 x 1400 cm
La storia di Aloïse è quella di una
morte simbolica e di una rinascita attraverso il suo lavoro creativo.
Morte di una giovane istitutrice rinchiusa in manicomio nel fiore
degli anni e in un'epoca in cui gli ospedali psichiatrici erano
dei luoghi terribili, e sua rinascita col solo registro a lei
accessibile, quello dei simboli. Diventa ordinatrice di un opera
popolata di fiori, regine, re, principesse voluttuose, principi
affascinanti e leggendarie storie d'amore.

Jacqueline Porret-Foret cerca di farla uscire da
La Rosière per brevi periodi, ma quando si allontana dall'ospedale
la sua ansia diventa così forte che deve tornare indietro. Con
le persone che conosce bene riesce a chiacchierare in modo naturale
e vivace, tanto da confidare con lucidità alla dottoressa
di considerarsi come una "di quelle ragazze che hanno
paura, quelle donne che non osano dire altro che si o no ...che
sono messe sotto chiave, senza possibilità di uscire ...
stanno lì trentanni ...e trovano un modo di adattarsi alla
situazione.".

Incapace di trovare la forza, o il desiderio, per
affrontare il mondo esterno Aloïse ha forse trovato nella
follia uno stato particolare che le permette di dedicarsi
alle sue immagini interiori, senza doverne render conto ad alcuno.
Così la pensa Jean Dubuffet, che oltre a coniare il termine
Art Brut è stato uno dei principali scopritori e collezionista
di lavori brut, ed un grande estimatore
di Aloïse. In una lettera a Jacqueline Porret-Foret in occasione
della sua morte scrive: "Non era affatto pazza, in ogni
caso meno di quello che si pensi. E' stata curata per lungo tempo.
Ha curato se stessa smettendo di lottare contro la malattia e
anzi l'ha coltivata, l'ha usata , l'ha trasformata in una eccitante
ragione per vivere. Il meraviglioso teatro messo in scena - quel
racconto incessante, incoerente e difficilmente comprensibile
( che lei stessa ha reso di proposito incomprensibile) - è
stato per lei un rifugio, un palcoscenico dove nessun altro sarebbe
salito, nessuno l'avrebbe raggiunta.
Non poteva essere più ingegnoso, più
utile...Con il suo grande talento, la sua grande intelligenza
creativa , ha creato e perfezionato il proprio teatro, per produrre
effetti stupefacenti...Ha scoperto il regno dell'incoerenza...
se ne è innamorata e ne è stata emozionata, senza
mai smettere di stupirsi. Ma pazza, certamente no. Quasi lucida,
sono convinto, si è ritirata nel guscio geniale che ha escogitato
per se stessa...".

Quello messo in scena da Aloïse è un
immenso teatro che ruota attorno alla figura femminile, che occupa
sempre il centro della composizione: attorno uomini coperti
di divise e medaglie e altre donne che indossano abiti sontuosi

Enlevé de le manteaux royal d ela
sirène..., 25 x 39 cm
e gioielli, ma
hanno un viso irrigidito "nel quale grandi
occhi velati di azzurro accentuano il vuoto che è proprio
delle maschere del teatro". Occhi senza pupille, opachi ed enigmatici, che non
sembrano fatti per vedere e che sono in assoluto contrasto con
la varietà e la suntuosità delle forme e dei colori
che caratterizzano i lavori di questa pittrice.

La sua pittura è a due dimensioni: la prospettiva è eliminata perché ricorda troppo il mondo reale. Il mondo ricreato
da Aloïse è cosmico e incorporeo, libero da una vita
fisica, in opposizione a quello che conosceva prima della sua
"morte", cioè prima della sua malattia.

Coi suoi colori ha costruito un teatro dell'universo affollato di esseri ieratici le cui azioni e sentimenti sono rappresentati
da minute figure simboliche che esistono solo per apparire. Possono
essere se stesse e allo stesso tempo qualcosa d'altro, un'icona
o una allegoria. In questo mondo vivono le protagoniste di celebri
storie d'amore con le quali Aloïse si identifica.

Il suo lavoro racconta la forza di un desiderio che non finisce
mai e trova sentieri immaginari, pieni di colori fiabeschi, dove
finalmente si può esprimere.
Nonostante la ricchezza di forme e di colori che c'è nei
suoi lavori, tutto il suo teatro mi sembra il grido di dolore
di una donna che, non avendo avuto la fortuna o la forza di vivere
come avrebbe voluto, è costretta a rifugiarsi in un mondo
a parte per non soccombere.
La vita di Aloïse può essere un esempio emblematico
di quello che disse Stendhal: " Un genio che nasce
donna è perduta per l'umanità".
Fonti:
Porret-Forel, Jacqueline, Aloïse e le Théâtre
de l'Univers, Skira 1993
Thévoz, Michel, Art Brut, Booking international
1995
Tosatti, Bianca a cura di, Figure dell'anima, Mazzotta
1997
28 gennaio 2007