13
- 22 DICEMBRE 2005
Quintocortile
Viale Col di Lana 8 - 20136 Milano
tel. 338. 800. 7617
segr.telef. 02. 5810.
2441
"EX VOTO"
installazione
di Mavi Ferrando con 60 interventi di 30 artisti
presentazione di Donatella
Airoldi

particolare
dell'installazione prima degli interventi
L'installazione
"Ex voto" consiste nella realizzazione da parte di Mavi Ferrando
di una serie di piccole sculture in legno dalla forma ottagonale di cm 61,5x19x1,6
e sulle quali 30 artisti sono stati invitati ad intervenire con un'operazione
di interazione e contaminazione linguistica sul tema degli ex voto. Ogni opera
diventerà pertanto un lavoro a 'due mani' e a due firme.
artisti:
Silvia Abbiezzi, Donatella Bianchi, Adalberto Borioli, LeoNilde Carabba, Giuseppe
Denti, Silvia Cibaldi, Giovanni Fabris, Fernanda Fedi, Mario Gatto, Gino Gini,
Jane Kennedy, Giorgio Longo, Marilde Magni, Esther Martel, Jutta Mahnke, Sandra
Mazzon, Hera Mendikian, Daniela Miotto, Agustin Olavarria Valdivia, Roberto Origgi,
Gianni Ottaviani, Giuseppe Prenzato, Antonella Prota Giurleo, Luca Rendina, Raffaele
Romano, Elisabetta Sperandio, Armando Tinnirello
inaugurazione:
martedì 13 dicembre alle ore 18
orario: da martedì a venerdì
dalle ore 17,30 alle 19,30
(m.m)
_________________________________
dal
28 novembre 2005 al 15 dicembre 2005
Nadia Magnabosco Marilde
Magni
Sirene, regine o perfide matrigne

Circolo
Culturale Bertolt Brecht/ Spazio 2
Via Giovanola 21 c - 20142 Milano
MM2
Abbiategrasso
Inaugurazione lunedì 28 novembre 2005 alle
ore 18
La mostra sarà aperta lunedì, mercoledì e venerdì
dalle 18 alle 20
e sabato 3 dicembre dalle 15 alle 18
Ciclo: 2005
sguardi
divergenti - A cura di Lorenzo Argentino
Si conclude con
questo nuovo progetto il percorso iniziato da Nadia Magnabosco e da Marilde Magni
sulle figure femminili a latere: ieri erano le bambole, simbolo di un'infanzia
libera e sapiente, poi è stata la volta delle streghe, affascinanti sacerdotesse
dell'anticonformismo; oggi tocca alle sirene e alle regine. Il lavoro di Nadia
e Marilde - un'opera comune, giacché comuni sono gli intenti e la poetica
e, talvolta, anche le installazioni - affonda le radici nello studio dell'antropologia,
della mitologia e della storia, alla ricerca di archetipi femminili alternativi.
Su questa base si innestano poi le personali scelte stilistiche: modulata su declinazioni
più pittoriche quella di Nadia, centrata sull'assemblaggio di oggetti rinvenuti
casualmente quella di Marilde. Nascono così opere che si inseriscono nel
solco dell'iconografia del femminile, ponendosi oltre e aldilà della questione
dell'arte al femminile. Le regine e le sirene che popoleranno questa mostra non
saranno icone o ritratti storici, ma rappresentazioni, al limite del simbolico,
della forza e del coraggio della scelta. Il femminino che va così delineandosi
è alternativo ai modelli oggi in voga. Combattute tra il miraggio della
perfezione estetica (ovvero dell'omologazione estetica), tra vocazioni più
o meno sentite al domestico e al casalingo o tra i modelli frettolosi e maschili
della donna in carriera, molte potranno riconoscersi in queste regine: signore
dei propri cuori e delle proprie menti, indipendenti, volitive e forti, decise
ad estendere i confini del proprio regno ad ogni esperienza, ad ogni passo compiuto
con le gambe o con la fantasia. Perché in realtà, il vero soggetto
di questa mostra è il potere, inteso sia come esercizio della forza, dell'autorità,
della legge, sia come capacità e possibilità di fare. A tutte coloro
che hanno fatto, cambiato, deciso, inciso, scelto va questo omaggio, scevro d'ogni
giudizio morale: alle due artiste poco importa fare la conta e la separazione
tra le regine buone e quelle cattive - bontà e cattiveria sono due lati
della stessa medaglia; tra quelle con corona e diademi e quelle con gli stracci
- un trono di velluto può essere più scomodo di un cartone nell'angolo
della stazione, una corte di gatti randagi più fedele dei fruscii delle
sete dei palazzi; tra personaggi reali e personaggi inventati - la fantasia sola
può salvare il mondo. Alle artiste importa farsi e farci conoscere come
regine.
Cinzia Bollino Bossi
(m.m)
________________
11
x 5 = 55
55 cartoline di 11 artiste

Silvia Cibaldi - Gaia Clerici
-
Daniela Dell'Amico - Maria Teresa Fata -
Mavi Ferrando - Sabrina
Ghiri -
Nadia Magnabosco - Marilde Magni -
Maria Mesch -Annalisa Mitrano
-
Franca Munafò
La casa
Bioecologica
V.le Piemonte, 28
Busto Arsizio
da
sabato 26 novembre a sabato 3 dicembre 2005
dalle
10 alle 12 e dalle 16 alle 19
(n.m)
________________
Con
questa foto, "Rompere il ghiaccio", l'artista
Jutta Mahnke ha vinto il primo premio del concorso
"CERCHI CERCA SCATTI. Scatti di donne che vogliono vedere" indetto dalla
Cooperativa Sociale Cerchi d'Acqua di Milano che si occupa di violenza contro
le donne all'interno della famiglia.
"IL GHIACCIO SI SCIOGLIE NON APPENA TROVI IN TE IL CORAGGIO DI AFFRONTARE
LA
PAURA CHE TI BLOCCA. NON ABBATTERTI DI FRONTE A CIO' CHE FORSE TI SEMBRA
IRRISOLVIBILE. ESCI DAL CONGELAMENTO CON LA CONSAPEVOLEZZA CHE, ALLA LUNGA, UN
PROBLEMA NASCOSTO E' MOLTO PIU' DANNOSO DI UNO MANIFESTO E SCOPRIRAI CHE E' MEGLIO
ANDARE INCONTRO AI CONFLITTI PIUTTOSTO CHE NEGARLI PERCHE' QUESTI
SI POSSONO TRASFORMARE E NON ESSERE PIU' IN UN TUNNEL CIECO SENZA
VIA DI USCITA".
(n.m)
________________
"B
come bambine: carine o maligne?"

opere
di Nadia Magnabosco
Anteo Spazio Cinema
Via Milazzo, 9 - Milano
dall'1 ottobre al 30 novembre 2005
Dei dipinti di Nadia
Magnabosco ci parlano innumerevoli bambine: compiute o stilizzate, sempre disegnate
con colori forti e giochi di contrasti. Bambine qualche volte spaventate, più
spesso segnate da espressioni diaboliche ricche di una sapienza antica. Si snoda
una galleria di ritratti femminili , come il riproporsi di un autoritratto tracciato
pescando in immagini raccolte sul fondo dell'inconscio che rimandano alla zona
oscura di un'infanzia dimenticata, il doppio non riconciliato di una bambina obbediente,
misterioso e forse crudele al di là dell'innocenza. E' come un percorso
di apprendimento che si precisa in ogni opera e che aspetta di esaurirsi per poter
ripartire verso altre mete, e intanto si prende la libertà di osservare
il mondo e capovolgerlo a proprio piacimento, come le donne in questi anni hanno
imparato a fare. Con la sua pittura Nadia ritorna a parlarci della figura femminile
attenta a una voce interna che affiora senza quasi si sappia come prende forma,
attraverso immagini che emergono dal vuoto e dal niente e si attestano inquietanti
talvolta anche per la mano che le ha dipinte.
Gabriella
Lazzerini
(n.m)
______
Dal
7 al 18 novembre
FIGURE IN TEMPI VARIABILI

personale
di Elisabetta Baudino
a cura di Lorenzo Argentino
Inaugurazione:
lunedì 7 novembre 2005 alle ore 18,30
La mostra rimarrà aperta
fino al 18 novembre 2005, nei giorni di martedì, giovedì e sabato-
ore 17/19 e su appuntamento nello Spazio1 del Circolo Bertot Brecht, Piazza San
Giuseppe, 10 - Milano
dal 28 novembre fino a Natale le opere rimarranno esposte
nello studio di via Manzoni, 53, Opera (Mi) lunedì, martedì, mercoledì
ore 17/19 e su appuntamento
www.elibaudino.net
Finestra,
strada che porta lo sguardo alla luna, intuire la profondità in un paesaggio
o nel movimento di una conversazione, lì, sullo sfondo.Lo spazio che si
percorre e i mondi dischiusi sono interiori. Colore ed emozione incontrano forme
che delimitano e pensieri che conferiscono spessore.
Non è solo la
profondità del concetto e dell'interpretazione - solido orizzonte delle
figure di questa artista -, ma uno spessore di ricordi e di attese, un tempo sedimentato
nell'interiorità e disteso oltre lo sguardo bambino del desiderio.Dalla
loro dimensione ancestrale e senza tempo, figure archetipe di donna-albero sembrano
indicare, con la forza del paradosso, il fluire incessante della vita e il radicamento
come condizione ineludibile, convergenza di limite e ricchezza. Ricorrono altri
miti: la partita a scacchi come metafora dell'esistenza e il ballo mascherato
come teatrino della catena dei giorni. Un presentimento di morte si lascia cogliere
nella frenesia della spesa e nello stallo di Faust, mentre un altro tempo si stacca
dalla perplessità e continua a scorrere. Elisabetta Baudino propone uno
slittamento di piani, dove l'interiorità che comprende l'istante, pur privilegiata
nel conferimento di senso, non è in fase rispetto ad un tempo sempre un
po' più in là.
Che cos'è dunque il kairòs? Redenzione
o ricerca? Dannazione e gabbia? È l'incontro che ci apre la nostra piccola
verità. È trovare un'altalena su cui oziare in un gioco di equilibri
e abbandoni. Oppure trovare un pezzo di legno, una roccia e un profilo che si
tengono nella distanza dei loro mondi e restituiscono, con stupore, un breve tratto
di quella strada che porta alla luna.
presentazione critica di Vera Maria
Carminati
(n.m)
____
Kiki
Smith - on and about sculpture and drawing

Il 28 ottobre si è aperta presso la Galleria Lorcan O'Neill di Roma
la personale di Kiki Smith. L'artista americana arriva a Roma con alcune sculture
di varie dimensioni e materiali: bronzo, ferro e porcellana. L'oggetto principale
della sua indagine artistica è sempre la figura femminile, sia che si tratti
di piccole statuette, sia di lavori di solenni dimensioni come la "Guardia",
una scultura di bronzo dalla forte ascendenza materna che domina lo spazio della
galleria. Alle pareti, due soggetti per due serie di disegni: in una grandi immagini
di donne mentre nell'altra fiori a matita di bellezza fragile e caduca.
Galleria Lorcan O'Neill - Via d' Orti d'Alibert, 1/e - Roma
sino
al 28/11/2005
(n.m)
______
Rachel
Whiteread: le sculture della memoria
Serpentine Gallery, Kensington Gardens, Londra W2.
11 October
2005 2 April 2006

"The latest in the celebrated Unilever
Series of commissions for the Turbine Hall has been undertaken
by Rachel Whiteread.As one of Britain's leading contemporary
sculptors, Whiteread has undertaken several public commissions.
She was awarded the Turner Prize in 1993 for House and, more
recently, has completed the Holocaust memorial in Vienna and
Monument which was displayed on Trafalgar Squares empty
plinth.
For the Turbine Hall, she has created a gigantic labyrinth-like
structure, entitled EMBANKMENT, made from 14,000 casts of the
inside of different boxes, stacked to occupy this monumental
space. The form of a cardboard box has been chosen because of
its associations with the storage of intimate personal items
and to invoke the sense of mystery surrounding ideas of what
a sealed box might contain. "
"Per la Turbine Hall della galleria
londinese, la scultrice Rachel Whiteread che lavora ossessivamente
da anni intorno ai temi domestici, rifacendo arredi e stanze
con materiali deperibili, ha pensato di disorientare lo spettatore
con un gigantesco labirinto intitolato Embankment. Whiteread
che nel 1993 vinse il Turner Prize con la sua House,
una ricostruzione in calco di una casa popolare londinese, ha
riempito lo spazio della Tate Modern con stampi di scatole esatoline
accatastate in modo da creare un percorso misterioso attraverso
argini e confini di un "continente acquatico" che
non esiste. la mappatura del luogo d'arte è sconvolta
mentre l'artista, al posto dei suoi soliti "vuoti",
letti, tavoli, sedie (in gesso, cera, silicone) prive di un'umanità
che le abita, sceglie di affastellare oggetti, impedendo qualsiasi
movimento libero e lanciando l'allarme per una passeggiata fra
container, relitti risputati dall'oceano. Si cammina dunque,
a proprio rischio e pericolo."
Arianna
Di Genova su Alias del 14/
01 / 2006
(m.m.)
______________________
Adolescenti
bestiali e cybercorpi in mostra di Arianna Di Genova
Altre
Lilith. Le Vestali dell'Arte - Terzo Millennio
Trentasei grandi artiste internazionali espongono
alle Scuderie Aldobrandini del Comune di Frascati
P.za Marconi,
6 - Frascati (RM); Tel: 06 9417195 - 06 9417196

Dal
16 ottobre al 27 novembre 2005.
Carolina Raquel
Antich, Vanessa Beecroft, Daniela Buoncristiani, Jessica Rosalind Carroll, Donatella
Di Cicco, Bruna Esposito, Janieta Eyre, Stefania Fabrizi, Vibeke Fuglsang-Damgaard,
Armida Gandini, Mariela Gemisheva, Susy Gómez, Nicky Hoberman, Chantal
Joffe, Yumi Karasumaru, Marya Kazoun, Coralla Maiuri, Heidi McFall, Margherita
Manzelli, Eva Marisaldi, Ada Mascolo, Tracey Moffatt, Sükran Moral, Mariko
Mori, Nzingah Muhammad, Sabah Naim, Orlan, Lucy Orta, Margot Quan Knight, Luisa
Raffaelli, Floria Sigismondi, Pia Stadtbäumer, MariaLuisa Tadei, Olga Tobreluts,
Ester Viapiano, Giovanna Zinghi.
Alle soglie del terzo millennio
la questione dell'identità femminile e della sua definizione è una
ferita ancora aperta e sanguinante sul corpo complesso e dolorante delle società
ipermoderne dell'Occidente e di quelle del Sud del mondo in via di sviluppo. Nel
pieno della terza rivoluzione industriale, lasciata alle spalle l'epoca delle
grandi rivendicazioni femminili in ambito politico, economico e sessuale, l'era
della globalizzazione e dell'informazione impone ancora una riflessione sulla
figura della donna e sul ruolo che le compete nel presente. L'apertura delle frontiere
europee con il conseguente accorpamento di nuove aree geografiche del continente,
il sorgere di competitivi imperi economici come la Cina, la circolazione ubiqua
di merci e informazioni, i progressi compiuti in termini di spostamento grazie
all'introduzione e all'utilizzo di migliori tecnologie hanno rapidamente modificato
la concezione di spazio, tempo, storia e identità umana. Ripensare l'identità
femminile oggi, a partire dai più recenti cambiamenti che l'hanno vista
partecipe in prima linea sul fronte della politica, dell'economia, della cultura,
della famiglia e delle relazioni con la parte maschile dell'universo, significa
ripensare la società stessa a partire dalle sue radici antropologiche.
Lungi dal presentarsi al mondo nella veste obsoleta d'angelo del focolare, la
donna ha messo in luce negli ultimi vent'anni un nuovo aspetto grintoso e combattivo,
provocatorio ed energico, protettivo e disperato culminato nella creazione di
differenti modelli di femminilità. Accanto alla donna androgina proposta
all'inizio degli anni '90 si è affiancata una nuova tragica figura, quella
della kamikaze, in grado di sfidare i suoi limiti per occupare un territorio maledetto
che fino a ieri era stato appannaggio maschile. Non vogliamo dire che ciò
sia un bene; vogliamo semplicemente riaffermare la necessità di riflettere
ancora su questa figura del femminile. Una mostra d'arte è pertanto un'ottima
cartina tornasole, uno specchio inesorabile di verità, un prisma ottico
che rifrange meravigliosamente tutte le complessità e le sfaccettature
di un universo in continuo e rapido mutamento. La questione femminile è
d'altra parte venuta a complicarsi ulteriormente in seguito alle articolazioni
di una società dove le categorie di Locale e Globale si fronteggiano quotidianamente
insieme a quelle di pubblico e privato. Il passaggio dal corpo sociale al corpo
femminile come territorio ultimo di scambio di tutte le funzioni sociali ed economiche
è nuovamente al centro di feroci dibattiti intellettuali. La politica,
l'economia, la moda, la sociologia, la filosofia e adesso anche il marketing non
cessano di interessarsi a lei. Nella mostra Altre Lilith: Le Vestali dell'Arte
- Terzo Millennio, vengono evidenziati attraverso i processi creativi e le opere
realizzate, i nodi concettuali e poetici del "fare arte" oggi e i molteplici
snodi sociologici in cui la donna contemporanea vive e lavora tra mille difficoltà.
A fronte del suo essere nel mondo come e più di prima, il femminile continua
a riservare sorprese, a liberare energie positive e a esplodere di creatività
a tutte le latitudini del mondo. Le artiste riunite in questa esposizione si confrontano
con i differenti orizzonti tematici dell'appartenenza e delle origini territoriali,
della funzione e del suo ruolo sociale, della modificazione del corpo come sindrome
di adattamento o resistenza al reale, con il corpo come ultima merce di scambio
economico, con i concetti di etnia, etc. Tutto ciò non è un vezzo
di pensiero bensì un'urgenza prioritaria per affondare dentro il presente
della nostra quotidianità e per interpretare un futuro che è già
qui.
mostra curata da Rosetta Gozzini e Gabriella Serusi
(n.m)
______
Quintocortile
viale Col di Lana 8 - 20136 Milano
11 - 20 ottobre 2005
AUTUNNESCHE + POETINCONTRO 1
Con questa mostra, che
è la terza di un ciclo che esplora suggestioni e sentimenti suscitati dai
diversi periodi dellanno, si sperimenta un modello di manifestazione che
contempla allinterno dellesposizione una serie di appuntamenti fissi
di poesia, di breve durata, alle ore diciotto di tutti i giorni di apertura della
mostra.Lultimo giorno della mostra, 20 ottobre, finissage con gli interventi
dei poeti invitati.
"Autunnesche" sono storie di foglie che cadono
e delle prime nebbie, di funghi e di colori bruni. Ma sono anche la ripresa della
vita dopo la sospensione estiva, i programmi, i progetti. E poi sono le finestre
chiuse per i primi freschi e le giornate che continuano a raccorciarsi giorno
dopo giorno. E poi
.
artisti: Adalberto Borioli, LeoNilde Carabba,
Mavi Ferrando, Giorgio Longo, Daniela Miotto, Raffaele Romano, Luca Rendina, Nada
Pivetta, Armando Tinnirello
inaugurazione: martedì 11 ottobre
alle ore 18,30
finissage: giovedì 20 ottobre alle ore 18 con le letture
dei poeti
poeti: Amedeo Anelli, Luigi Cannillo, Gabriella Galzio, Guido
Oldani, Alberto Mari, Maria Pia Quintavalla
flautista: Adalberto Borioli
orario: da martedì a venerdì dalle 17,30 alle 19,30
(n.m)
______
personale di Antonella Prota Giurleo

Librertà / Librertad
Istituto
Italiano di Cultura.
Avenida Arequipa 1075
Lima. Perù.
da:
Lunedì 24 ottobre 2005 alle ore 19 sino a Martedì 8 novembre 2005
L'agire di Antonella Prota Giurleo parte dal suo essere
donna e dal senso che per lei hanno le relazioni con le altre persone e con il
mondo. Per la mostra di Lima, che costituisce momento di inaugurazione della settimana
della cultura italiana, l'artista ha lavorato sul tema della predilezione femminile
per la lettura, realizzando due installazioni, una performance e una rappresentazione
fotografica.
Le installazioni hanno origine dalle risposte di più di
cento donne alla domanda: Se il piacere di leggere fosse un colore, quale sarebbe?
In Il colore della lettura i colori indicati trovano forma in
108 collages (cm 20 x 30); in Leggere, passione femminile i colori sono
dipinti su teli stesi come fossero un bucato.
Il desiderio di visualizzare
luoghi e posizioni della lettura viene indagato in Dove leggono le donne,
convocazione di Arte postale alla quale hanno aderito 108 partecipanti da diversi
paesi del mondo.Il titolo della mostra è una parola inventata, Librertà,
che esplicita il nesso tra libertà e libri, tra libertà e cultura.
Nadir Morosi, direttore dell'Istituto italiano di Cultura di Lima, così
scrive nel testo di presentazione: " La mostra di Antonella Prota Giurleo,
ha la caratteristica di offrire al fruitore un repertorio di oggetti che si riferiscono
alla memoria, vale a dire a quelle cose della vita comune di ogni giorno che costituiscono
una serie di ricordi, di riflessioni, di tracce di un passato che risulta essere
quanto mai vivo e presente. "
Donatella Airoldi, nell'analisi critica
dell'opera dell'artista, scrive : "Antonella Prota Giurleo ci porta a
comprendere come degli strappi legati alla carta o al tessuto possano trovare
equilibrio e gioia di vivere: mappe colorate, fili, stoffe parlano di sottili
vissuti. Il bucato un lavoro che vive di aria e di luce riesce a farci vedere
donne antiche mentre chiacchieravano nello stendere i loro teli al sole. E' come
se la compresenza dei sentimenti opposti fosse qui esplicitamente rappresentata:
gioia e dolore, espansione e ripiegamento, pianto e riso. E gli oggetti, nel loro
significato simbolico, diventano parola e racconti, quasi inesauribili nei loro
rimandi associativi"
(n.m)
______
26
- 30 SETTEMBRE 2005
SVESTITI

In concomitanza con la settimana di MilanoModa 11 artiste contemporanee
presentano altrettante opere a tema dal parodiante titolo Svestiti.
Una ironica e ambigua pausa di riflessione dallabbuffata di vestiti, modelle
e party.
a cura di Donatella Airoldi
presentazione di Roberto
Borghi
opere di:
Bruna Aprea, Silvia Abbiezzi, Hera Mendikian, Jane
Kennedy,
Nadia Magnabosco, Sonia Avellino, Elisabetta Pagani, Marilisa
Pizzorno, Mavi Ferrando, Anna Santinello, Silvia Cibaldi
inaugurazione:
lunedì 26 settembre alle ore 18,30
orario: tutti i giorni dalle 17,30
alle 19,30
da (Delt@ Anno III, n. 188 del 28 settembre
2005):
A Milano Svestiti:
ironica controrisposta alla settimana della moda
di Eleonora Cirant
Svestiti
è il titolo provocatorio della mostra inaugurata lunedì 26 settembre
nello spazio Quintocortile, una ironica e ambigua pausa di riflessione dallabbuffata
di vestiti, modelle e party che si svolge in occasione della settimana della
moda. Il Comune di Milano ha invitato le gallerie darte cittadine di aderire
alliniziativa promuovendo eventi culturali e Donatella Airoldi, curatrice
della mostra, insieme a Mavi Ferrando hanno colto loccasione per proporre,
attraverso larte, un messaggio differente.
Scrive
Donatella nellinvito che con la mostra Svestiti si è
cercato di trasmettere il senso di una magica povertà, non una carrellata
di lussi e di fasti, ma la nudità dei corpi o delle vesti nel suo senso
più articolato e profondo, vera protagonista di incondizionata ricchezza,
ben al di là degli stereotipi commercial-estetizzanti. Le undici artiste
presenti formano e sformano il nudo cercando corpi assenti o prosperosi, vestiti
frantumati o gocciolanti di metallo prezioso, svestiti dal loro abituale sguardo
addomesticato, maliziose seduzioni per essere unattrazione a volte di crudeltà
sopraffina. Originalità del nudo, o del corpo che non cè,
placata nel tempo, che accede a via furtive per essere accattivante.
Sono donne le artiste, femminile il corpo attraversato dal
segno artistico e restituito allo sguardo nella sua complessa stratificazione
di significati. Come descrivere le opere darte se non attraverso le emozioni
che suscitano?
Nel quadro di Bruna Aprea non sono le
natiche nude delle due donne a turbarmi, ma il loro sguardo a me mentre guardo,
esse stesse guardate da due maiali. Nellatto di guardare mi accorgo: non
sono i maiali, ma io stessa a scrutare le forme di quei nudi femminili. I loro
occhi mi osservano da sotto i capelli, puntando nel fondo di un voierismo che
permea la società e il nostro stesso sguardo, immergendoci in una sorta
di continuum pornografico.
I seni del quadro di Silvia
Abbiezzi, modellati e dipinti con una tecnica mista (colore e imbottitura) sono
tanto belli da sembrare veri, viene voglia di toccarli. Vediamo solo il tronco
di un corpo che immaginiamo stupendo, ma è un corpo cucito ago,
filo, ganci - come un modello di perfetta sartoria. Immersa nella visione del
quadro, affiorano alla mente due immagini: la chirurgia estetica e i corpi sfigurati
dalle guerre, sbranati dalle mine, ricuciti per pietà.
Lopera
di Hera Mendikian affonda nello stomaco come uno di quegli incubi da cui ti svegli
sudata e raccapricciata. A descriverla fisicamente, è fatta di bambole
e stoffe. Ma nellimpatto con limmaginazione, le creature avviluppate
in bozzoli neri sono bimbi, oppure feti, oppure siamo noi stesse, sepolte sotto
le macerie di antichi traumi?
Passiamo dal nero di Mendikian
al bianco dellistallazione di Nadia Magnabosco e il fremito non si stempera
ma rimane sospeso allimbocco della pancia, tra il sogno e la realtà.
Labito candido e fiorito di una bambina è chiuso dentro una gabbietta
a forma di casa. E linfanzia tradita dalla violenza degli adulti che
hanno chiuso in gabbia la propria. Solo aprendo quella porta chiusa possiamo liberare
la voce della bambina che ancora vive dentro di noi. Infatti la porticina della
casa è aperta e qualcuno ha potuto mettere una scala e unaltra ancora
e unaltra ancora.
Altre infanzie baluginano come
ombre nella parte inferiore del trittico di Elisabetta Pagani. Al centro, una
donna provocante, nuda su velluto rosso, ha il volto coperto da una veletta nera.
Mentre espone il proprio corpo come oggetto di consumo e al tempo stesso di adorazione,
maschera la parte vera di se stessa: lo sguardo. Gli occhi che ci guardano dalla
parte superiore del quadro sono quello sguardo negato, che qui risplende con una
luminosità tale da rimanere impressa come un ricordo tattile: il calore
del sole sulla pelle.
Nellistallazione di Anna
Santiniello vedo un corpo femminile ridotto al suo involucro, o un involucro che
da forma ad un corpo femminile, o anche un vuoto modellato a forma di donna da
una fitta griglia di metallo nero. E senza bordi questo busto di trama nera
che evapora nellaria appena sotto i fianchi. Mentre lo guardo, ho il sospetto
di vedere in uno specchio di materia quella mia parte dove lorlo dellanima
è sfilacciato.
Ironica listallazione di
Silvia Cibaldi, che ha preso un busto per la cura della scoliosi e lo ha reso
oggetto darte. Ma, del resto, la moda impone schemi rigidi a chi ne fa non
gioco, ma veicolo di identità. Il busto ha la pesantezza del piombo e sulle
due protuberanze che in origine servivano a tenere dritte le spalle,
Silvia ha dipinto due occhi. Dentro il busto, immagini di donne tratte da celebri
dipinti ci ricordano che, nei secoli, busti fisici e culturali sono intervenuti
a modellare la debordante soggettività femminile.
Nel
collage di Jane Kennedy si affollano brani, strappi, tronchi e parti. Corpi e
soggetti spezzettati, frammentari, inconsulti, amalgamati da una monocromia in
scala di grigio. E un po come prendere il metrò in una giornata
media di un inverno medio in una città media e accorgersi, allimprovviso,
che siamo tutti mediamente, eccezionalmente differenti. O come quando ti ascolti
dentro in cerca del chi sono? Qual è il senso del mio stare al mondo?
e, in risposta, senti solo fragore, fruscii, frasi sconnesse; ma sai che il senso
è nella domanda, non nella risposta.
E
gioioso il gioco di neri e bianchi del quadro verticale di Sonia Avellino, che
lì per lì ti accoglie come un gioco di forme morbide, gratificando
lo sguardo. Osservando meglio, sullo sfondo della texture si stacca il profilo
di un corpo femminile. Come in quel gioco in cui puoi vedere un vaso o due profili
a seconda di come atteggi lo sguardo interiore, qui accade che se ti concentri
sulla texture, non riesci più a vedere il corpo. E impossibile guardare
contemporaneamente i due aspetti, il testo e il contesto, ma ciascuno è
necessario a fare esistere laltro.
Nel quadro
di Marilisa Pizzorno labito è vuoto, ma pare si muova più
del corpo nudo che gli cammina accanto, separato da una sventagliata di stoffa
frivola. Lo sguardo passa con una certa inquietudine dalla materia morbida di
una tuta blu che pare frusciare al vento ma senza piedi, senza mani, senza
testa ad un corpo femminile che ha la fissità di una statua
ma senza occhi perchè tagliati fuori dal quadro. Possiamo forse immaginarli,
ma non vederli.
Sono gioiose e liberate come fiamme
bianche le forme dei mostri danzanti di Mavi Ferrando. Mi sento di
stemperare nella miscela di spazio e luce che le figure, ritagliate nel legno
e appese al soffitto proprio in mezzo alla stanza, amalgamano grazie al tratto
fluido di una linea completa. In punta di piedi, leggere, danzano roteando su
se stesse nellequilibrio di un asse, trait dunion fra terra e cielo.
Fossimo anche noi così delicatamente in equilibrio con noi stesse
Eleonora Cirant
(n.m)
______
succede
tutto a Venezia: Bice Lazzari, Peggy
Guggenheim, Kiki Smith, Karen Kilimnik (vedi
sotto) e
tutto
sulla Biennale di Venezia 2005: informazioni utili, impressioni, articoli
______
Nuovi
ingressi nell'Archivio di Oltreluna
Liliane
Lijn
light and memory
con contributi di A. Vestrelli, E. Mascelloni,
H. Spurling, L-V Masini, G. Brett
Rocca di Ubertide Centro per l'Arte contemporanea
associata a
Thames & Hudson
2002
_____
Vanni
Scheiwiller
REGINA
con il manifesto
tecnico dell'aeroplastica futurista
All'insegna del Pesce d'Oro
Milano-
1971
(m.m.)
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Fino
al 18 settembre 2005
Bice
Lazzari: l'emozione astratta

Museo D'Arte Moderna di Ca' Pesaro
Santa Croce 2076Fondamenta Cà
Pesaro cap 30135 - Venezia
Linee Actv: n. 1 fermata/stop S.Stae
info:
Web: www.museiciviciveneziani.it
tel. Ca' Pesaro tel. (39) 0415240695
Orario:10.00-18.00 (chiusura biglietteria ore 17.00); chiuso il lunedì
Resterà aperta, nelle sale espositive al piano terreno con il biglietto
del museo.
"Di Bice Lazzari (Venezia 1900
Roma 1981), grande protagonista dellastrattismo italiano, la mostra propone-
a venticinque anni dalla morte- 40 dipinti, dagli anni 50 ai 70, capaci
di documentarne linconfondibile fisionomia nel vasto e articolato panorama
della scena artistica italiana.
La mostra , dovuto omaggio della città
natale a 25 anni dalla morte, consente di ripercorrere, attraverso 40 dipinti
tra i più importanti provenienti dallArchivio dellartista,
litinerario di Bice Lazzari lungo trentanni di lavoro assiduo, spesso
solitario e comunque costellato da autorevoli apprezzamenti da parte dei più
importanti critici darte dellepoca. Il percorso espositivo si apre
con alcune tra le più caratteristiche opere degli anni Cinquanta, quando
la sua pittura si dimostra più vicina alle poetiche dellinformale,
in particolare nel noto ciclo delle Situazioni. Un secondo gruppo di opere risalenti
agli anni Sessanta documenta il passaggio a una poetica della misura e dellequilibrio,
con presenze cromatiche più controllate e pensate; la mostra si conclude
quindi con un gruppo assai significativo della estrema maturità dellartista,
pervenuta ad un rarefatto lirismo intonato allesprit de geometrie.
BICE
LAZZARI nasce il 15 novembre 1900 a Venezia e studia al Conservatorio e all'Accademia
di Belle Arti, dove segue il corso di decorazione più appropriato
per una ragazza (non vi sono le lezioni di nudo). Dal 1925 al 1932 partecipa alle
mostre della Fondazione Bevilacqua La Masa con dipinti di carattere figurativo
- paesaggi e ritratti - in seguito ripudiati. Contemporaneamente svolge una ricerca
assai personale nell'ambito della decorazione su tessuti che la porta a sperimentare
un precoce linguaggio astratto documentato dalla partecipazione del 1931 alla
Bevilacqua La Masa e del 1934 alla sezione arti decorative della Biennale. Frequenta
il vivace ambiente veneziano di quegli anni: nel suo studio di fondamenta Rezzonico
passano intellettuali come Carlo Izzo e Aldo Camerino, fotografi come Ferruccio
Leiss, mentre ferve il dibattito con protagonisti come Mario De Luigi e Carlo
Scarpa (quest'ultimo sposa nel 1935 Nini Lazzari, sorella di Bice). Nel 1935 si
trasferisce a Roma dove rimarrà fino alla morte e dove, fino alla fine
degli anni '40, realizza opere decorative, anche di grandi dimensioni: pannelli
per le Triennali, per la Mostra dell'educazione Nazionale e per committenti privati.
Nel 1942 sposa l'architetto veneziano Diego Rosa. Nel 1949 esegue il pavimento
a mosaico al Cinema Fiammetta e l'anno dopo ottiene il premio alla Biennale di
Venezia con un mosaico - La vanità - eseguito da Gino Novello e confluito
nella collezione del Museo di Ca' Pesaro.
Dopo una prima personale
a Roma presso la Galleria La Cassapanca, il lavoro per le arti applicate è
affiancato da periodiche verifiche pubbliche dell'attività pittorica, in
personali (alla Galleria Schneider nel 1954) e in grandi mostre: la Quadriennale
di Roma, le mostre dell'Art Club, il Premio Michetti. Negli anni '50 matura la
prima personale interpretazione dell'informale, con gli esiti liricamente sofferti
delle "Situazioni" e dei "Racconti". Due dipinti di questa
fase- Situazione del 1957 e Racconto n. 5 bis del 1959 sono conservati al Museo
di Ca' Pesaro. In seguito, la trama geometrica cede il passo alle esigenze espressive
della materia e del colorecome documentano le personali di Messina, di Bologna
e di Venezia nei primi anni sessanta. Dal 1964 al 1978 (quando dovrà rallentare
l'attività per una malattia agli occhi) l'artista lavora a un nuovo ciclo
di opere ispirate a un ritorno all'ordine: prevalgono linee, intrecci
e sequenze in analogia con situazioni di tipo musicale. La qualità e la
coerenza del suo lavoro sono riconosciute in numerose antologiche di prestigio,
tra cui si segnalano quella di Bassano del Grappa a cura di Bruno Passamani e
a Venezia a cura di Giuseppe Mazzariol nel 1970. Nel 1979 subisce due interventi
agli occhi ma continua l'attività espositiva, ormai relativa alla storicizzazione
della sua esperienza. Muore a Roma il 13 novembre 1981.Opere di Bice Lazzari sono
presenti nei principali musei italiani e nelle collezioni private più prestigiose.
"
(m.m.)
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giovedì 25 agosto 2005, ore 18
si inaugura la mostra
"PEGGY
GUGGENHEIM, un mito dell'arte del XX secolo"
Cassa di Risparmio
di Venezia -
Campo San Luca
Venezia (VE)
INFO Tel 041/5292231
La
mostra resterà aperta dal 25 agosto al 23 settembre 2005 nei giorni dal
lunedì al venerdì in orario di sportello (8,30-13,30/14,45-15,45).

"La
Collezione Peggy Guggenheim si arricchisce di un archivio di immagini fotografiche
che ritraggono la collezionista americana in vari momenti della sua vita veneziana.
Liniziativa
rientra in un più ampio rapporto di collaborazione avviato dalla Collezione
Peggy Guggenheim con la Cassa di Risparmio di Venezia il cui Consiglio di amministrazione,
presieduto da Giovanni Sammartini, ha deliberato lacquisizione dellarchivio
CameraphotoEpoche di Bianconero composto da oltre 300 negativi. Laccordo,
sancito tra il Direttore generale della banca, Massimo Mazzega, e il Direttore
del museo, Philip Rylands, permette di mantenere a Venezia una importante testimonianza
di vita culturale e artistica della città: le fotografie saranno infatti
donate al museo.
La Cassa di Risparmio di Venezia, da parte sua, avrà
lonore di ospitare temporaneamente le fotografie più ricercate e
importanti dellarchivio presentandole al pubblico in occasione della mostra
in programma dal 26 agosto al 23 settembre nella sede di campo San Luca.
Queste
immagini costituiscono una documentazione unica di Palazzo Venier dei Leoni e
della lunga presenza della collezionista americana negli ambienti artistici veneziani.
Alcune fotografie hanno un valore speciale: fra esse vi sono le uniche fotografie
esistenti che ritraggono Peggy Guggenheim con i rinomati orecchini di Alexander
Calder e Yves Tanguy, indossati allinaugurazione della sua galleria newyorchese
Art of This Century progettata dallarchitetto Frederick Kiesler
ed inaugurata nellottobre 1942. Altre fotografie documentano il conferimento
nel 1962 della cittadinanza onoraria di Venezia alla collezionista, ritratta in
compagnia di personalità veneziane come il sindaco Favaretto Fisca, Giuseppe
Marchiori, Pietro Zampetti, Emilio Vedova, Giovanni Comisso e Giuseppe Santomaso.
Una delle missioni della Collezione Peggy Guggenheim è quella di celebrare
la memoria della sua fondatrice la cui fama si lega naturalmente a quella di Venezia:
ogni giorno la sua casa e il suo museo veneziani sono meta di turisti da tutto
il mondo.
Il museo in passato ha acquistato o ricevuto in donazione importanti
fotografie di Peggy Guggenheim firmate da prestigiosi fotografi, tra cui Berenice
Abbot, André Kertesz, Gisèle Freund e Gianni Berengo Gardin, per
citarne alcuni. La Cassa di Risparmio di Venezia, rispondendo a una precisa sollecitazione
del museo veneziano, ha scongiurato una perdita per il patrimonio culturale e
artistico della città lagunare riconfermando, in quanto banca leader della
provincia con 150 sportelli, la sua attenzione per la valorizzazione del territorio
anche attraverso il sostegno a iniziative di carattere socio-culturale.
La
Cassa di Risparmio di Venezia rende omaggio a Peggy Guggenheim con una mostra
fotografica che verrà inaugurata giovedì 25 agosto alle ore 18 presso
la sede della banca in campo S. Luca.
Peggy Guggenheim,
un mito dellarte del XX secolo, questo il titolo della rassegna, presenta
oltre cinquanta fotografie, in parte inedite, provenienti dal prezioso archivio
CameraphotoEpoche di Bianconero composto da oltre 300 negativi che Carive ha recentemente
acquisito per farne dono alla Collezione Peggy Guggenheim.
Nella
sede di Venezia verranno esposte le immagini più esclusive e significative
dellarchivio che costituisce una documentazione unica di Palazzo Venier
dei Leoni e della lunga presenza della collezionista americana negli ambienti
artistici veneziani.
In particolare, nella sede Carive
di campo S. Luca si potranno ammirare le uniche fotografie esistenti che ritraggono
Peggy Guggenheim con i rinomati orecchini di Alexander Calder e Yves Tanguy, indossati
allinaugurazione della sua galleria newyorchese Art of This Century
progettata dallarchitetto Frederick Kiesler ed inaugurata nellottobre
1942. Altre fotografie spaziano dalla prima esposizione della collezione Guggenheim
alla Biennale di Venezia del 1948 (foto allegata) al conferimento nel 1962 della
cittadinanza onoraria di Venezia alla collezionista, ritratta in compagnia di
personalità veneziane come il sindaco Favaretto Fisca, Giuseppe Marchiori,
Pietro Zampetti, Emilio Vedova, Giovanni Comisso e Giuseppe Santomaso.
La
mostra resterà aperta fino al 23 settembre nei giorni dal lunedì
al venerdì in orario di sportello (8,30-13,30, 14,45-15,45).
Come
da tradizione, il compleanno di Peggy Guggenheim, il 26 agosto, viene celebrato
con un concerto di musica classica moderna nel giardino di Palazzo Venier dei
Leoni. Il concerto è su invito e per ulteriori informazioni chiamare il
numero 041 2405 403/412. "
(m.m.)
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Kiki
Smith
Homespun Tales
Fondazione Querini Stampalia- Venezia
12 giu 2005 > 11 set 2005

Scheda tecnica della mostra:
Al terzo piano della Fondazione Querini Stampalia
Kiki Smith propone una personale riflessione sulla casa veneziana. Traendo ispirazione
dalla ricca collezione di ritratti diPietro Longhi, Antonio Canova, Giovanni Bellini
e altri artisti collocata al piano sottostante, nelle stanze in cui duecento anni
fa viveva il Conte Giovanni Querini, Kiki Smith cuce insieme frammenti di una
struggente storia domestica. Riprendendo elementi caratteristici della dimora
nobiliare veneziana dipinti, mobili, specchi e spirandosi alle tradizioni
estetiche americane, a partiredallepoca coloniale, attraverso gli anni Venti
e gli anni Trenta fino al presente, lartista crea una nuova narrazione capace
di mettere in luce lintraprendenza di un bricolage casalingo.
In un
gioco di continui richiami, mimando e imitando diversi elementi presenti nella
collezione, Kiki Smith dipana la sua personale e apparentemente disordinata storia
di nostalgia di una vita domestica, un habitat tessuto a mano in cui è
possibile udire leco di tempi e luoghi del passato, in cui si può
rintracciare il fascino dellinsonnia, disordine e decorativo squallore,
storie di vita precaria e di occupanti abusivi, di donne pensionanti e senza fissa
dimora.Il progetto, a cura di Chiara Bertola, si avvale della sponsorizzazione
di Montblanc ed è stato realizzato con il supporto della galleria Pace
Wildenstein di New York.
La Fondazione, centenaria e prestigiosa
istituzione veneziana, famosa per la sua storica Biblioteca e per la Casa-Museo
della famiglia Querini Stampalia, ha sviluppato negli ultimi anni una forte e
costante sensibilità verso larte contemporanea, nella convinzione
che lo sguardo degli artisti più interessanti e più sensibili possa
aiutare a capire non soltanto il tempo in cui viviamo, ma anche a vedere in modo
diverso il nostro stesso passato. Agli artisti viene chiesto di lavorare a partire
da un luogo segnato dal tempo, un luogo che è immenso serbatoio di memoria,
su spazi architettonici in cui convivono, stratificati con ledificio del
Cinquecento, gli interventi di Carlo Scarpa e di Mario Botta. Un luogo al cui
interno come in un gioco di scatole cinesi si aprono spazi sempre
diversi e insospettabili oltre e dentro quello storicamente dato.
Kiki
Smith nasce a Norimberga in Germania nel 1954. Figlia dellartista americano
Tony Smith e della cantante Jane Lawrence, Kiki Smith cresce nel New Jersey. Il
suo linguaggio, fortemente evocativo e capace di esprimere la vita contemporanea,
affonda le radici nelle rappresentazioni anatomiche del corpo umano così
come nei racconti mitologici, nei bestiari e nelle cosmologie, in atmosfere medievali
e fiabesche, in oggetti di culto appartenenti alle più diverse culture,
nella storia e nel femminismo. Innovativa e indipendente, nei suoi lavori Kiki
Smith utilizza i più diversi supporti e materiali: dal vetro al gesso,
dalla porcellana alla ceramica, dal bronzo alla carta e attraverso questa attività
occupa ormai da tempo un posto di rilevo nel panorama dellarte contemporanea.
Una sua grande mostra retrospettiva dal titolo Kiki Smith: Prints, Books and Things
si è tenuta tra il 2003 e il 2004 al Museum of Modern Art - Queens di New
York. Nel 2000 Kiki Smith riceve la Skowhegan Medal per la scultura e nello stesso
anno viene introdotta allAmerica Academy of Art and Letters. I suoi lavori
sono presenti nelle collezioni di molti musei, tra cui il Museum of Modern Art
e il Metropolitan Museum of Art di New York, il Musée National dArt
Moderne Centre Georges Pompidou di Parigi e il Museo di Arti Applicate di Vienna.
Kiki Smith vive e lavora a New York.
(n.m)
vedi
recensione sulla mostra di Nadia magnabosco
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Dall'otto
giugno al 3 ottobre 2005
Karen Kilimnik

FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA - PALAZZETTO TITO
Venezia
Dorsoduro
2826 (30123)
+39 0415207797 (info), +39 0415208955 (fax
TESTO
ANGELA VETTESE:
A casa
Cè la storia e ci sono
le storie. Queste ultime si servono della prima come materia grezza da usare per
un bricolage personale, quello che tesse la trama del nostro io. La casa è
il posto giusto per farlo. A casa troviamo lo specchio magico dove si incontrano
i fatti e i sogni, per formare la nostra famiglia interna di pensiero. Come sostiene
Collier Schorr, come unistituzione, una casa nel lavoro di Kiliminik
è unistituzione, è qualcosa da cui scappare o in cui irrompere
(in Parkett 52, 1998).
Quando si gioca a facciamo che io ero si
pesca un ruolo tra i tanti che ci hanno affascinato e lo si manipola. Sarebbe
arduo, per un osservatore, capire cosa venga proiettato di sé in quel certo
personaggio fittizio e quanto invece quel personaggio stia diventando fondante
per la costruzione della nostra persona. Non solo i divi trovati nei rotocalchi,
i personaggi dei romanzi, principi e ballerine, ma anche i luoghi e i fatti storici
collettivi possono diventare la fonte di una ricostruzione interiore , di una
autoterapia contro lansia.
Questa premessa pare doverosa di fronte
alle opere di Karen Kilimnik , che traspone il mondo fisico e tangibile della
vita in un universo più dolce o forse ancora più minaccioso, composto
di sogni a occhi aperti e fissazioni della memoria. Come indicazione di metodo,
occorre ricordare che ogni sua opera ne rievoca unaltra del passato, oppure
prende le mosse da una fotografia divulgativa, o riproduce in maniera bidimensionale
o tridimensionale un momento che ha una radice precisa: nel catalogo della mostra
Post Human (1992) compare un omaggio incrociato a un brano del Dottor Zivago (The
Sleight Ride, 1992) e alla pantera rosa che accompagna nei film Peter Sellers
(Switzerland, the Pink Panther & Peter Sellers & Boris & Natasha in
Siberia); in quella mostra campeggiavano i disegni dedicati alle modelle e alle
attrici come Goldie Hawn in un sorriso imperfetto, imperterrito e accattivante.
Per quella occasione lartista, ancora nella fase in cui prediligeva linstallazione
ambientale e il disegno, era stata affiancata ad artisti che investigavano il
problema dellidentità, da Matthew Barney a Sylivie Fleury, da Mike
Kelley a Janine Antoni. Malgrado i cambiamenti anche radicali intervenuti da allora
nel suo modo di fare arte, riflettere su queste vicinanze ci aiuta a sbarazzare
il campo da alcuni fraintendimenti: Karen Kilimnik è stata e rimane tuttora
unartista che lavora sullo spazio e non si confina alla pittura. Ora mostra
una dedizione crescente allolio su tela, ma le tematiche che tocca non si
risolvono in un gratuito pittoresco. Anzi scavano sia in una ricerca personale
sia in una citazione consapevole della cultura artistica di secoli lontani. I
temi elaborati non convergono verso un grazioso gratuito, ma parlano dellarte
come un momento di riparazione rispetto alla brutalità di qualsiasi esistenza
umana. Da questo punto di vista, diventa più chiaro il modo in cui Kilimnik
usa i visi della gente famosa. La loro fama non protegge. Le celebrità
sono persone come qualsiasi altra, con le loro tragedie e amori e pene. Lartista
riproduce le loro fotografie nei suoi disegni o nei suoi dipinti come se fossero
fonti, caratteri di base da cui prendere spunto nel pensare cosa implichi essere
una persona.
Qui a Venezia, a Palazzetto Tito, ha scelto immediatamente di
associare i suoi quadri a una vasta serie di aspetti installativi tesi a trasfigurare
lambiente: una tappezzeria in una stanza e possiamo vedere la stessa
carta da parati blu, stile vecchia Inghilterra, per esempio in Prince Desirée
(1998) dietro al volto di Leonardo di Caprio; nidi sparsi come rappresentazione
di cuori; nidi più grandi pieni di oggetti preziosi rubati che chiedono
protezione; mobili e tende che tendono a sottolineare il carattere di dimora sontuosa.
Un sovrapporsi barocco di segni che vengono dal presente e dal grande passato
di Venezia. Allo spirito di questo luogo, che potrebbe agevolmente ospitare un
fantasma, Kilimnik sta aggiungendo una colonna sonora di uccellini, alcuni uccelli
veri, delle conchiglie intere e rotte, uno specchio con una cornice di conchiglie,
delle tende, delle uova di plastica colorate, anelli, spille e collane di falsi
diamanti, orecchini, perle finte, il suono registrato delle campane, velluto nero,
nastri, una bottiglia di shampooo, roselline e altri fiori.
La lontana collettiva
Post Human ci spiega anche, inserendo lartista in quel contesto, che Karen
Kilimnik proviene dal mondo vero della sua generazione, quello in si cui poteva
incontrare Feliz Gonzales Torres prima che lAIDS lo mangiasse, quello in
cui esistevano i club più libertini della storia e un modo non ancora colpevolizzato
di interpretare lassunzione di droga o la sessualità omosessuale.
Quando Karen divenne una giovane donna, attraversando quel guado così profondamente
desiderato e faticoso per qualsiasi bambina, il mondo in cui si è venuta
a trovare non è stata una sala di esercitazioni per ballerine classiche.
Fare lartista nei primi anni ottanta, tra laltro, significava gettarsi
in unarena pericolosa da molti punti di vista.
Il suo lavoro successivo
sembra essere stato connotato dalla paura di crescere, dalla paura di New York,
dalla paura di un buio esistenziale e daltro canto dal coraggio, che lha
resa capace di affrontare anche gli ostacoli più difficili con incertezza
solamente apparente. Dalle sue opere sembra emergere una strategia di difesa che
è composta dal rifugiarsi nellincanto, nellidentificarsi con
il mito più o meno contemporaneo, dallevitare il pericolo ma anche
dal giocare con esso, come nella famosa partita di scacchi messa in scena da Ingmar
Bergman ne LUltimo Sigillo.
Una prova di questo atteggiamento può
essere vista nella letteratura dalla quale lartista ammette di essere influenzata:
Edgar Aallan Poe, Mary Shelley (a cui lartista ha dedicato un ritratto nel
2001, Mary Shelley writing Frankenstein), Ernst Theodor William Hoffmann, Oscar
Wilde, Agata Christie. Tutti condividono il combinarsi di un senso sottile per
il grottesco e per lassurdo nella società borghese con un lato intuitivo
che prevede la parte inconscia della natura umana.
Anche le labbra succulente
che trattengono una fragola nella bocca della bionda di turno sono, seguendo il
titolo dellopera (The black Plaghe, 1995) e gli occhi cerchiati di malattia
della ragazza, un riferimento a un evento storico: la peste che ha ispirato il
Decamerone di Boccaccio alla metà del XIV secolo. La fragola può
essere letta come un richiamo sessuale, alla stregua del canto degli uccelli e
dei loro colori, ma potrebbe anche essere interpretata come una trappola, come
sangue e come segno di una morte incombente. Non cè bisogno di dire
che Dracula è per lartista un ulteriore importante riferimento. Il
titolo dei quadri emerge, dunque, come qualcosa che non ci dovremmo perdere, come
un ipertesto che conferisce senso al testo dipinto. Una casa bianca di campagna
con finestre scure diventa The Devil House (1998) e il ritratto di una giovane
donna nobile diventa Circe at the Volcano (2002).
La qualità della
pittura si azzarda a chiaroscuro incipriati, a toni pallidi che appaiono efebici.
Possiamo percepire come se fossimo rabdomanti in cerca di suggestioni
segni dei tempi e fantasmi dal passato. Limportanza dei riferimenti ai fatti
storici realmente accaduti trova però una sua prova in installazioni come
lindimenticabile Battels of the Art oft War (1991) , dove fumo reale invadeva
fisicamente la galleria, con un vero cannone che sembrava avere appena sparato,
con i muri che apparivano scioccati dalla paura, con segni pittorici, bandiere,
uccelli che cadevano, frammenti di stoffa e memorie di un arredamento da discoteca.
Dopo il trauma che ha attraversato New York ben prima delle due torri, Kilimnik
è scappata lontano e si rifugia in un mondo di fantasia. Per questo, in
questa mostra, arredi e tappezzeria possono essere inglesi benché lambiente
sia chiaramente veneziano. Quando si immagina o si pensa, tutto si ibrida in associazioni
indebite ma forse proprio per questo interessanti. La fantasia è un ventre
fertile e mai pedante. Ruba dovunque, come attestano i gioielli luccicanti che
si accatastano nei nidi, quasi reperti di una gazza ladra e quasi che, appunto,
la gazza ladra sia metafora dellartista.
Il fantastico è quel
senso di libertà nel raccontare che giustifica il particolare amore di
Kilimnik per le parti vecchie di New York, per gli anni sessanta del Novecento,
i novanta dellOttocento, gli ottanta del settecento, per il seicento. Lartista
ne fa uso a piene mani e combina coroncine di fiori con ritratti di voga settecentesca,
scene di caccia e modelle da swingign London.
Quello che non dovremmo dimenticare,
e che in effetti ci aiuta a leggere questa mostra così come lintero
procedere dellartista, è che la finta bambina ha assorbito con maturità
penetrante i temi duri del suo essere americana, da un lato, attaccata dai miti
di celluloide e dalle nuove patologie sociali. Dallaltro lato, il suo apparente
passatismo tecnico non potrebbe essere nato senza i muri luccicanti di carta argento
della Factory di Andy Warhol, senza la sua scioltezza nel rubare immagini al mondo
vero per setacciarle e riproporle. Non potremmo capire Karen Kilimnik senza guardare
la televisione e le bambole come Twiggy e i vecchi film di cappa e spada e di
storie sentimentali; tuttavia, non coglieremmo nulla di ciò che ci sta
dicendo se non riallacciassimo il suo lavoro - anche e soprattutto - al lessico
e ai temi artistici più estremi degli ultimi quarantanni. Questo
mondo di favola non ha ironia e non ostenta ideologia. Ma racconta magistralmente
che siamo dilaniati dai nostri stessi modelli, dai nostri miti e da ciò
che consideriamo la nostra casa mentale.
Angela Vettese
(n.m)
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