CRONACHE 2010
artiste nel mondo
(segnalazioni artistiche di Nadia Magnabosco e Marilde Magni )

 

 

dal 13 febbraio al 14 marzo 2010

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n.m.

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dal 3 al 20/2/2010

no War, please!

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Biblioteca Chiesa Rossa - Via San Domenico Savio, 3 Milano
Tel. 02 884 65991
Mezzi pubblici: MM2 Abbiategrasso, Tram 3, Tram 15, Bus 79


Alberto Maria Maderna, Aleksandra Erderljan, Alessandro Bombardini, Alessia Brozzetti, Alma Islambegovic, Andrea Margheriti, Andreina Argiolas, Anna Epis, Antonella Prota Giurleo, Antonio Eusebio, Antonio La Malfa, Antonio Marciano, Antonio Sassu, Barbara Crimella, Cadi Salama, Calogero Marrali, Calogero Tuzze', Claudio Parentela, Claus (Claudia Lauro), Cristina Cattaneo, Cristina De Marchi, Davide Di Taranto, Domenico Severino, Eleonora Pullano, Elidon Mucaj, Elvira Vera Mauri, Erika Riehle, Fran Forman, Frances Crocetti, Francesco Lasalandra, Gabriela Diana Gavrilas, Gerardo Marzullo, Giada Fioramonti, Gian Paolo Ciurlo, Gianluca Centrone, Gianna Maria Pesce, Giuliano Cotellessa, Giuseppe D'Alia, Ilaria Dolino, Leo Nilde Carabba, Lia Battaglia, Luca Biondi, Luca Squarcialupi, Luigi Caiffa, Luigi Spagnolo, Marcella Zardini, Marco Bellomi, Marco Lamanna, Margherita Calzoni, Maria Elena Borsato, Maria Sabina Segatori, Marianna Mendozza, Mariano Bellarosa, Marilde Magni, Marta Idda Maryse Marconi, Me and Jesus (Salvatore Palazzo), Meliha Druzic, Michele Cutrano, Mirta Caccaro, Nadia Magnabosco, Nadia Sabbioni, Olga Vanoncini, Ornella Garbin, Paolo Camplone, Paolo Chirco, Paolo Ollano, Patrizia Pecorella, Roberto Contini, Rosa Maria Taffaro, Rosalba Cutrano, Rosanna Giani, Ruggero Maggi, Santina Chirulli, Santo Giunta, Sebastiana Vitello, Simona Vajana, Stefania Recalcati, Stefano Vitellaro, Tijana Kojic, Tiziana Rosmini, Valentina Berna Berionni, Valentina Majer, Veronica Menni, Vincenzo Inrgasci', Vincenzo Todaro
A cura di: Anna Epis e Aldo Torrebruno


Inaugurazione: mercoledì 3/2/2010 alle ore 18.00


Quando abbiamo deciso di lanciare l'iniziativa di No war, please! eravamo in dubbio: il rischio quando si sceglie un tema così ampiamente dibattuto è sempre quello di cadere nella facile tentazione del qualunquismo, del pacifismo pronto all’uso, acritico e generico, di non contribuire seriamente al dibattito.
Per contro, ci sembrava necessario, per la prima occasione in cui un’iniziativa di microbo.net si spostava dal non-luogo per eccellenza, la Rete, a luoghi fisici, non occuparci di un tema “qualsiasi”, ma di chiedere agli artisti di confrontarsi con un tema importante, pesante, per il quale valesse la pena impegnarsi. Per andare oltre questa contraddizione abbiamo deciso di seguire la via tracciata da una bellissima frase di Gianni Rodari, che permettesse a tutti di orientarsi in un tema così spinoso, richiamandosi all’atteggiamento dei bambini – a cui Rodari ha dedicato tutta la sua vita di scrittore – che nascono naturalmente bendisposti verso i propri simili, naturalmente disposti all’amicizia, naturalmente contrari alla guerra (di cui, peraltro, sono poi le vittime più deboli e più indifese). Con l’occhio del bambino possiamo osservare il multiforme collage di No war, please!: ogni artista ha saputo dare il proprio contributo, e tali contributi, così eterogenei, trovano una inattesa armonia nel tutto (dis)organizzato che è possibile osservare nella mostra. Si ha la sensazione che ci siano richiami tra le opere, che si stia osservano un organismo dalle molte parti, talvolta contraddittorie nelle forme, ma assolutamente consonanti nella sostanza: non è un urlo disperato quello di No war, please! ma un messaggio di speranza, trasmesso in linguaggi artistici differenti, che ci sembrano ripetere, con Rodari “Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte né per mare né per terra: per esempio, la guerra”

Anna Epis e Aldo Torrebruno | microbo.net


La mostra resterà aperta da lunedì a venerdì dalle ore 9.00 alle 19.15;
mercoledì dalle 15.00 alle 19.15; sabato dalle 10.00 alle 18.15

info: http://www.microbo.net/winnerextra.asp?ID=25

n.m.

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dal 6 al 21 febbraio 2010

XX AUTORI PER IL MURO

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n.m.

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10 febbraio 2010 ore 17,30


Presentazione del terzo numero della rivista d’arte di strada


Biblioteca Gallaratese, Via Quarenghi 21, Milano ( MM1 Bonola)

Gretel Fehr e Antonella Prota Giurleo organizzano la pubblicazione
e la distribuzione di una rivista d’arte di strada da diffondere gratuitamente in ambiti artistici e culturali.
La rivista, redatta in mille copie di 28 pagine ciascuna, è realizzata in fotocopie bianco e nero su carta riciclata in formato A5.
Ha uscita semestrale ( quando riesce).
In occasione della presentazione saranno esposti tutti i lavori pervenuti sino ad ora.

ARTISTI: S. Rajshekhar Nature, India: Regina Carmona, Brasile; Silvia Lissa, Argentina; I.M. Nagaray, India; Tarja Trigg Finlandia; Manuchakravarthi K.N., India; Corneliu Ionescu,Romania; Jaromir Svozilik, Norvegia; Maria Angelica Chamorro, Argentina; Satish Shivarudraiah, India; Gretel Fehr, Italia – Germania; Francesco Cucci, Italia; Roberto Sommariva, Italia; Alberto Mari, Italia; Clemente Padin, Uruguay; Stefano Soddu, Italia; Maria Amalia Cangiano, Italia; Rani Rekha, India; Simone Beck, Italia; Eliana Frontini, Italia; Angela Caporaso, Italia; Dodog Soeseno, Olanda; Hilda Paz, Argentina

AUTRICI E AUTORI DEI TESTI pubblicati sul numero 3:
Rosalba Signorello, Domenico "Mimmo" Di Caterino, Donato Di Poce, Luciana Tavernini
TESTOCRITICO DI PRESENTAZIONE:
Abbiamo deciso di dar vita ad una rivista d’arte di strada perchè ci piace pensare che arte e strada possano confrontarsi andare d’accordo;
l’abbiamo chiamata bianchenere perchè ci piace pensare a pagine nelle quali le gradazioni del bianco, quelle del nero e le infinite dei grigi diano il senso della varietà di pensieri e di saperi;
abbiamo scelto di stamparla su carta riciclata perchè ci piace pensare che cultura e natura possano vivere in armonia

m.m.

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13 February 2010 - 25 April 2010

LEE LOZANO


Moderna Museet - Stockholm


Lee Lozano (1930–1999) belongs to the generation of artists who were active in New York in the 1960s and early 1970s. She was a seminal figure on the largely male-dominated art scene.


Within merely twelve years, Lozano produced radical, often provocative, independent and multifaceted works, verging on pop art, minimalism and conceptual art, but always in her own way. When Lozano left the New York art scene in the early 1970s with her Drop Out Piece, her style had developed through a rapid succession of phases. Towards the end of the 1960s, she abandoned painting entirely, in favour of conceptual art in the form of text-based investigations, Language Pieces. Unlike many of her male colleagues, Lee Lozano never received the recognition she deserved and is therefore still relatively unknown. Among other aspects, her relevance lies in the way she challenged both female and male stereotypes.

Moderna Museet’s retrospective exhibition aims to highlight Lee Lozano and present her oeuvre for the first time to a Nordic audience. The exhibition is produced by Moderna Museet.
Curator: Iris Müller-Westermann

n.m.

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February 12–September 12, 2010

Kiki Smith: Sojourn

Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art, 4th Floor
Brooklyn Museum - New York

In this exhibition, acclaimed artist Kiki Smith presents a unique, site-specific installation exploring ideas of creative inspiration and the cycle of life in relation to women artists. Kiki Smith: Sojourn draws on a variety of universal experiences, from the milestones of birth and death to quotidian experiences such as the daily chores of domestic life. An important eighteenth-century silk needlework by a young woman named Prudence Punderson, The First, Second and Last Scene of Mortality (Collection of the Connecticut Historical Society), which provided original inspiration for Smith’s installation, is included in the exhibition. Punderson’s stark depiction of a woman’s journey from childhood to death in the years leading up to and immediately after the United States gained its independence intrigued Smith because rather than following the stereotypical rites of passage in a woman’s life of the period—marriage, family, and domestic life—this young woman chose to depict a life of the mind for her subject, presenting a woman engaged in creative work.

In Sojourn, Smith, who is known for a psychologically acute, non-narrative approach to constructing installations, begins from the position of the adult female artist and cycles through a series of experiences and artistic genres that venture far beyond the autobiographical. Religion, mythology, and spirituality surface repeatedly throughout Smith’s work, and in this installation, the Annunciation is used as a metaphor for identifying the unknown and unexpected sources female artists draw upon for inspiration. Sojourn presents a variety of work by the artist in a range of media, including unique sculpture, cast objects, collage, drawing, and photography. To extend the conceptual relationships she will develop in the Sackler Center galleries, Smith will also incorporate two eighteenth-century period rooms in the Museum’s nearby Decorative Arts galleries into her project.


The exhibition at the Brooklyn Museum is the fourth site-specific installation of a long-term project by the artist that originated at Museum Haus Esters, Krefeld, Germany (March 16–August 24, 2008), before traveling to Kunsthalle Nürnberg (September 18–November 16, 2008) and Fundació Joan Miró, Barcelona (February 19–May 24, 2009).

n.m.

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L'opera Abito da lavoro di Marilde Magni, una maglia-carta  ottenuta lavorando ai ferri fili di parole dello Statuto della CGIL,è esposta permanentemente alla Camera del Lavoro di Milano

vedi il sindacato, il lavoro

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sino al 31 gennaio

è possibile vedere al BEM VIVER di Cosico, in via Monti, le immagini e i testi raccolti dal Gruppo Donne CGIL Giambellino Corsico sul tema:
Il lavoro che c'era, che c'è, che non c'è

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                 marilde magni                                    nadia magnabosco

Abbiamo pensato di affrontare la crisi uscendo dalla solitudine.Cerchiamo di riflettere, il più possibile all’insegna della leggerezza, sulla crisi e sui problemi, ma anche e soprattutto sul valore, sui valori che, come donne, possiamo e sappiamo portare nel nostro piccolo grande mondo. Abbiamo chiesto ad amiche e amici, donne e uomini che lavorano e operano nei più diversi settori di inviarci pensieri, disegni, storie, fotografie, pagine di diario sul tema del lavoro: quello che c’era, quello che c’è, quello che non c’è più. Abbiamo ricevuto contributi di testi e di immagini dal cerchio, grande, delle nostre relazioni. Ci hanno scritto l’operaia della Hitman ormai pensionata e l’artista dalla Finlandia, la critica d’arte e l’insegnante precaria, la giovane con contratti a progetto e la segretaria CGIL, il lavoratore e la lavoratrice del settore del commercio e la poeta milanese, e tante altre. Ci hanno mandato immagini donne e uomini che hanno lavorato o lavorano in zona e artiste e artisti da diverse parti del mondo, soprattutto dall’America Latina, a ricordarci, se ce ne fosse bisogno, che la crisi è mondiale. Abbiamo deciso di esporre tutti i contributi ricevuti in una installazione collettiva, una sorta di bucato. Testi e immagini appesi con le mollette a riprendere simbolicamente un lavoro “femminile” e una modalità di espressione pubblica, il tendedero, che ci viene dall’Argentina. Poichè lo spazio espositivo al Bem Viver non è stato sufficiente per esporre tutto il materiale, abbiamo inserito in un raccoglitore tutti i testi con le immagini relative ed i lavori realizzati dalle artiste e dagli artisti.

Autrici e autori dei testi:

Santo Alderuccio, Piera Ambroselli, Pinuccia Barbieri per il Gruppo di Lavoro della Libreria delle donne di Milano, Primo Casali, Lucia Cavalieri, Rosanna Corsini, Silva Cristofari, Nerina Benuzzi, Carmela Di Paola , Nicoletta Fasani, Raffaella Frigiolini, Carla Galimberti, Ornella Garbin, Silvana Gatta, Gabriella Lazzerini, Angela Marino, Licia Rita Roselli, Cristina Rossi, Paul Tiilila, Rosanna Veronesi.

Autrici e autori delle immagini:

Gabriela Alonso, Piera Ambroselli, Paco Ariza, Giuliana Bellini, Franco Bonini, Giulio Calegari, Maria Angelica Chamorro, Iole Contino, Massimo Cuomo, Darmeli, Nicoletta Fasani, Gretel Fehr, Raffaella Frigiolini, Ornella Garbin, Marcela Graba, Graciela Gutierrez Marx, Pirjo Heino, Luigia Introini, Silvia Lissa, Grazia Lombardi, Jim Lorena, Tania Lorandi, Ruggero Maggi, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Angela Marino, Veronica Menni, Antoni Mirò, Gilia Montanella, Emilio Morandi, Hilda Paz, Marcela Peral, Irma Petrella, Antonella Prota Giurleo, Perla RaMa, Daniela Re, Tulio Restrepo, Tere Roquero, Maria Carla Rossi, Jaromir Svozilik, Paul Tiilila, Alejandro Uribe, Rosanna Veronesi, Alfredo West Ocampo

Antonietta Aucello, Iole Contino, Grazia Lombardi, Antonella Prota Giurleo, Daniela Re, Maria Carla Rossi

n.m.

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Fino al 29 gennaio 2010

“Pinturas de rua - i figli del Brasile raccontano”


Istituto Brasile-Italia - Via Borgogna, 3 Milano

Si chiamano “meninos de rua”, bambini di strada: Martina Seminara, l’illustratrice e curatrice di questa mostra, è andata a trovarli nella struttura-associazione Casa do Menor di Miguel Couto, alla periferia di Rio,e con loro ha giocato con colori e forme, macchie e materiali particolari. Il risultato è “Pinturas de rua”, una mostra che fino al 29 gennaio racconta di questi bimbi e del loro abbandono, ma anche della bellezza di una rinascita: è’ la mostra dei sorrisi degli ex bambini di strada della Casa do Menor.

Per tutta la durata della mostra raccoglieremo nella sede dell’IBRIT materiale artistico per i bimbi della Casa do Menor di Miguel Couto.
www.ibrit.it

n.m.

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dal 23 gennaio al 14 febbraio 2010

Sex-Zwangsarbeit in NS-Konzentrationslagern
(La Prostituzione forzata nei lager nazisti)


"Women of Ravensbruck." Drawing by Ravensbrück prisoner Helen Ernst. Ravensbrucker Zeichnungen. © (MRG/SBG). (Original in Historisches Museum Schwerin, Germany.

Museo della Liberazione di Via Tasso - Roma


Per la prima volta in Italia una mostra che illustra la costrizione alla prostituzione subita da molte prigioniere del regime nazista e rende nota una pagina di estrema crudeltà rimasta finora nascosta alla conoscenza e alla coscienza civile e politica del nostro paese. L' esposizione si propone di far luce su una delle pratiche più criminalmente dimenticate in uso nei lager nazisti: quella di forzare alcune prigioniere a prosituirsi per soldati e prigionieri. Fotografie delle "case di piacere" create accanto ai campi di concentramento, schede identificative delle detenute costrette alla prostituzione, ma anche "buoni premio" che i prigionieri di sesso maschile ricevevano dalle SS per una "visita al bordello" come ricompensa per la buona condotta all’interno della macchina lavorativa, questi i reperti che sarà possibile osservare tra i pannelli in mostra.

L'iniziativa è stata organizzata dalla cooperativa sociae "Be Free":"Ci interessava approfondire il tema dell'utilizzo storico dello sfruttamento del corpo delle donne", spiega la presidente di "Be Free" Oria Gargano, motivando così la scelta di una cooperativa normalmente impegnata nell'assistenza concreta alle donne vittime di tratta, violenza e discriminazioni, di organizzare questa iniziativa di interesse storico e culturale.

"Le donne costrette alla prostituzione erano le cosiddette "prigioniere asociali", ovvero donne recluse per crimini comuni o crimini politici – spiega l'organizzatrice della mostra e operatrice di Be Free, Antonella Petricone – mentre gli utilizzatori erano inizialmente solo i membri della polizia di stato, ma successivamente anche i prigionieri considerati meritevoli di premio". Come spiega la Petricone le motivazioni che hanno spinto ad allargare ai prigionieri l'accesso ai bordelli sono, secondo la documentazione analizzata, relative al "timore del diffondersi dell'omosessualità nei campi, ma anche di malattie sessualmente trasmissibili".

L'esposizione presenta la documentazione della prostituzione forzata di oltre 200 donne, in gran parte provenienti dal campo di concentramento di Ravensbruck. Proprio a Ravensbruck la mostra è nata ed è stata ospitata per due anni; l'esposizione, il cui titolo originale è in tedesco “Sex-Zwangsarbeit in NS-Konzentrationslagern” (Prostituzione forzata nei campi di concentramento nazisti), è stata creata dal gruppo di studiosi di Vienna “Die Aussteller”, e successivamente è stata trasformata in laboratorio e mostra itinerante dal gruppo di studenti della Universität der Künste di Berlino.

n.m.

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19 gennaio 2010

Antonella Prota Giurleo

dell' ASSOCIAZIONE DI DONNE GALASSIA condurrà a Corsico presso il Centro Falcone, Via falcone5/7 un incontro sul tema

"l'arte e le artiste"

Attraverso la proiezione di immagini e il racconto orale si esamineranno le artiste che hanno partecipato alla FIAC ( Fiera Internazionale di Arte Contemporanea) svoltasi nell'ottobre 2010 e le artiste presentate alla mostra Elles in corso sino al maggio di quest'anno al Beaubourg ( ufficialmente, Centre Pompidou).
L'ingresso  è libero e l'incontro è aperto a tutte le donne interessate.

m.m.

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dal 18 gennaio al
9 aprile 2010

REGINA.FUTURISMO, ARTE CONCRETA E OLTRE

Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea
Palazzo Panella, Via Matteotti 53,
Palazzolo sull’Oglio (BS)

Inaugurazione
sabato 16 gennaio 2010 ore 11.30

Date mostra 18 gennaio 2010 - 9 aprile 2010
Orari da lunedì a venerdì 9-13 / 14.30-18.30
sabato e domenica e festività su appuntamento

La Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea, in collaborazione con il Museo Regina di Mede, presenta la mostra “REGINA. Futurismo, arte concreta e oltre”, ovvero l’intero percorso creativo della scultrice futurista lombarda Regina Cassolo Bracchi (Mede, 1894 - Milano 1974) dagli esordi degli anni venti alle ultime produzioni degli anni settanta, in una delle più complete antologiche mai realizzate, con oltre 140 opere tra sculture, disegni, taccuini e bozzetti, alcuni di questi assolutamente inediti e mai sino ad oggi esposti.
La rassegna è curata da Paolo Campiglio, con il patrocinio della Regione Lombardia - Culture Identità e Autonomie della Lombardia, della Provincia di Brescia - Assessorato alle Attività e Beni Culturali Valorizzazione delle Identità, Culture e Lingue locali e del Comune di Palazzolo sull’Oglio - Assessorato alla Cultura, Comune di Mede. Dall’ultima antologica di Luciano Caramel nel 1991, gli studi sulla figura di Regina,  considerata tra le maggiori interpreti femminili del 900 italiano che dal Secondo Futurismo approda all’Astrattismo, si sono moltiplicati, tanto da sollecitare l’esigenza di una revisione critica del suo lavoro che include anche una  vasta produzione grafica e di bozzetti su carta.
Proprio i disegni e i bozzetti presenti in mostra alla Fondazione Ambrosetti seguono l'intera attività della scultrice e pongono l’attenzione sul momento progettuale, affiancandosi alle sculture vere e proprie in un costante richiamo tra disegno e scultura.
L’esposizione, articolata in sei momenti principali, è organizzata seguendo un percorso cronologico.
Gli anni della formazione e delle prime sculture, tra la fine degli anni venti sino all’inizio degli anni trenta, sono caratterizzati da una produzione ancora figurativa.  Agli anni trenta appartengono invece le opere in alluminio ritagliato di ispirazione futurista e la produzione non figurativa, ed è proprio in questo periodo che, dopo aver conosciuto Marinetti nel 1931, Regina frequenta gli artisti del secondo futurismo milanese (Bruno Munari, Ricas, Cesare Andreoni e Giuseppe Scaini), firmando nel 1934 il Manifesto Tecnico dell’aeroplastica futurista e partecipando sino al 1940 a tutte le esposizioni di aeropittura.
Negli anni quaranta Regina procede verso una maggiore astrazione, come evidenziano i disegni relativi agli studi sui fiori e, forte di questa esperienza, negli anni cinquanta aderisce al Movimento Arte Concreta (MAC), giungendo a de - materializzare sempre più la scultura.
Nuovo è anche l’approccio ai materiali quali ferro, plexiglas, marmo e in linea con le premesse del gruppo appare l’adesione a un’estetica geometrica. Negli anni 1955 e 1957 Regina è invitata alla Biennale di San Paolo del Brasile, alla Prima rassegna italiana d'arte concreta, alla Biennale di Milano e alla Permanente. Negli anni sessanta continua le esperienze astratte e nel frattempo si interessa, con una serie di disegni e tavole, al linguaggio non verbale, ai suoni della natura e del paesaggio.
Al periodo giovanile appartengono opere come La popolana (1925 ca.), un ritratto inedito esposto originariamente alla I Mostra Sindacale Lombarda di Milano nel 1928.
Con la definitiva maturazione intorno al 1930 e la sperimentazione di materiali nuovi quali latta e alluminio, che permettono una facile modellazione manuale e si allineano a un’estetica meccanica, nascono le prime opere futuriste come Spiaggia (1930), La signora provinciale (1930-31) e il Ritratto del nipote (1930-33). Il periodo più vivo dell’aereoscultura è invece testimoniato in mostra da progetti inediti per L’amante dell’aviatore, realizzata nel 1935.
Nel 1934-35 la produzione della scultrice appare in clima con  le ricerche non  figurative che, da Fausto Melotti a Lucio Fontana, interessavano il contesto milanese gravitante attorno alla Galleria del Milione.
Una sala è interamente dedicata a Il paese del cieco (1936), prima riflessione sul linguaggio e sulle sensazioni di un non vedente, lavoro emblematico che rappresenta un punto di arrivo nell'arte di Regina, con abbondanza di studi preparatori in carta e di varianti in alluminio.
La ricerca degli anni quaranta è testimoniata da sculture astratte in gesso o in marmo come Fiore (1945),  Scultura spaziale (1947) e Ritratto di Mariuccia Rognoni (1948), in cui la forma si semplifica e si libera in una composizione equilibrata e armonica col mondo della natura.
La de-materializzazione scultorea si compie nelle strutture in plexiglas del periodo MAC, come le sculture multicolore sospese e le composizioni con fili di ferro ed elementi in plexiglas. Sempre agli anni cinquanta appartengono le opere Sputnik (1952) e Terra-Luna (1955), suggestionate dalle nuove scoperte scientifiche in campo spaziale.
La ricerca sul linguaggio non verbale, che in parte riprende gli studi degli anni trenta, è presentata, per la prima volta al pubblico, nella sala dedicata alle nove tempere su carta trasparente de Il linguaggio del canarino (1966), nelle quali Regina ha decifrato e illustrato il linguaggio del suo canarino. Proprio in queste opere il tema della traduzione del linguaggio degli animali in poesia visiva e disegno raggiunge l'acme più lirico dell'intera produzione dell'artista, da sempre rivolta anche al mondo degli animali e della natura.
La mostra rappresenta indirettamente anche un omaggio a Vanni Scheiwiller che, grande estimatore della moglie del pittore Luigi Bracchi, ne conservò la memoria dando vita alle prime monografie dedicate all’artista, la cui cifra stilistica è sempre stata una moderna ‘avanguardia mentale’ così descritta dalla stessa Regina: «I miei pensieri non sono mai fissi, sono sempre disposta a cambiare opinione».
Per l’intera durata della retrospettiva è previsto un programma di attività didattiche, sia per le scuole, sia per adulti con bambini, ideati e realizzati da Valeria Depalmi, Cinzia Cassinari ed Elisabetta Bernardelli della cooperativa Educarte. I laboratori prenderanno spunto dagli aspetti più significativi dell’iter artistico di Regina quali l’innovazione plastica, il disegno, la sperimentazione dei materiali, la suggestione delle tecnologie spaziali, per tradurre e dare vita a piccole architetture astratte, a decorazioni artistiche e sculture mobili.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito e realizzato dalla Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea, con il contributo della Fondazione Banca Popolare di Bergamo onlus.

vedi Una Regina dell'arte in viaggio nel Futurismo di Chiara Gatti

m.m.

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30 gennaio - 28 febbraio 2010


Palazzo Te incontra il contemporaneo: Lucia Pescador, Gabriella Pauletti, Sonia Costantini

Palazzo Te - Viale Te 19 - Mantova
Tel +39 0376 323266


Palazzo Te a Mantova, dal 30 gennaio al 28 febbraio 2010, ospita nell’Ala Napoleonica, l’unica area della villa ideata e progettata da Giulio Romano che non presenta il suo intervento pittorico, le mostre monografiche di Lucia Pescador, Gabriella Pauletti e Sonia Costantini.
I lavori delle tre artiste, che approdano a differenti risultati espressivi, dall’installazione all’astrattismo, si arricchiscono nel confronto con la grande arte del Maestro manierista.

La mostra Wundernachtkammer per Mantova di Lucia Pescador è allestita in una piccola stanza “di servizio” di Palazzo Te fino ad oggi esclusa dal percorso di visita museale. La scelta insolita dello spazio espositivo, oltre a confermare l’originalità del progetto a cura di Gabriella Belli, è perfettamente funzionale alle esigenze dell’artista che, ispirandosi alla città di Mantova, ai temi del teatro e degli animali, reinterpreta la tradizione enigmatica delle Stanze delle Meraviglie.
A partire dal XVI secolo, il termine tedesco Wunderkammer designa l’ambiente privato in cui ambiziosi e gelosi collezionisti d’arte erano soliti conservare oggetti con caratteristiche straordinarie (per forma, dimensione, materiale e provenienza) sia appartenenti al mondo della natura (naturalia) sia creati dalle mani dell’uomo (artificialia).
Lucia Pescador realizza un “montaggio” raffinato e visionario di disegni, immagini, illustrazioni, fotografie, indumenti e oggetti, in parte selezionati dal suo repertorio di opere dagli anni Ottanta a oggi – perlopiù dall’Inventario di fine secolo con la mano sinistra – e in parte inediti.
Numerosi “frammenti” che vanno a comporre l’installazione illustrano la città di Mantova, il Gabinetto Scientifico del Liceo Virgilio e il Teatro Bibiena. Mentre al teatro e agli animali si rifà la scelta di maschere, ritratti di attori degli anni Quaranta, illustrazioni di volpi, serpenti e coccodrilli. Peculiari sono sia le citazioni di maestri come Mondrian, Depero, Monet, sia i rimandi ad altri temi come la religione o il fumetto. Il filo conduttore della sua opera è la notte, che riecheggia la segretezza, il mistero.
“Di fatto – spiega l’artista – riempio pareti, da cima a fondo, lavorando sull’accumulo e la stratificazione, con disegni di tante misure utilizzando carte già adoperate, mischiate con oggetti e foto. Dispongo tutto vicino in modo che ne esca una sola voce, quella di un coro”.

Le carte di Gabriella Pauletti, esposte nella Loggia Meridionale di Palazzo Te, rappresentano spesso un sofferto tentativo di avvicinamento o di approssimazione tra mondi, cose e persone, raffigurano incontri possibili che il più delle volte esprimono la conflagrazione di uno scontro.
L'esposizione Versus, curata da Paolo Campiglio, presenta una decina di opere ed è incentrata su alcune tappe dell'avventura creativa dell'artista mantovana. Accanto alle carte catramate, che ricordano delle costellazioni, per l'impiego di differenti materiali come lustrini e terre, vi sono le ultime lastre di metallo segnate a grafite e carboncino, a cui si affiancano alcune tele emblematiche di una ricerca più che ventennale. Tra queste ricordiamo la serie dei ponti e quella dei segni liberi su carta giapponese, che rappresentano un felice controcanto di luce e segno rispetto all'oscurità espressa delle composizioni caratterizzate da toni bruni, neri e grigi.
L'avverbio versus che dà il titolo alla mostra pone l'attenzione sull'ambiguità espressa dalle opere dell'artista, tendenti certamente a un avvicinamento, ma al tempo stesso disposte a chiudersi a riccio per difendersi, o addirittura a esprimere un conflitto, una conflagrazione di forze ed energie.

L’intervento della mantovana Sonia Costantini, esposto nella Camera delle Vittorie di Palazzo Te consiste in 4 quadri monocromatici di grandi dimensioni e dà conto di una accurata riflessione sul rapporto di intima reciprocità tra il colore e la luce. Il colore è inteso come valore assoluto: tema, sostanza, materia, corpo opaco che reagisce alla luce, trasformandosi.
Inserendosi nella tradizione della “pittura di colore”, con la mostra Armonie per accordo, a cura di Federico Sardella, l’artista invita il visitatore a fruire dell’opera d’arte con atteggiamento empatico: quando la pittura si manifesta nella più totale dimensione monocromatica è infatti indispensabile che l’occhio dell’osservatore si disponga a cogliere ogni vibrazione della tessitura.
Eseguiti con una tecnica mista, acrilico e olio su tela, di formato quadrato, i dipinti esprimono la trasparenza del colore nei toni del Rosa di Avignone, Terra Verde e Azzurro Cenerino. Mentre il quarto pezzo, esposto separatamente nella piccola stanza adiacente, si presenta nell’assoluto del Blu Reale. Con le opere di Sonia Costantini si apre un dialogo suggestivo con la grande arte del passato. Le tele monocromatiche appaiono come “momenti d’espansione” dei meravigliosi affreschi giulieschi che decorano l’antica residenza dei Signori di Mantova.
“L’opera d’arte – spiega l’artista – definisce lo spazio che la circonda, e in virtù di questo assume per sé un valore altro che ne arricchisce il senso. Il linguaggio della pittura è carico di storia e di memoria stratificata”.

Le mostre Wundernachtkammer per Mantova di Lucia Pescador a cura di Gabriella Belli, Versus di Gabriella Pauletti a cura di Paolo Campiglio e Armonie per accordo di Sonia Costantini a cura di Federico Sardella, organizzate dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te con la collaborazione del Comune di Mantova, Provincia di Mantova, Museo Civico di Palazzo Te e MAC Francesco Batoli, sono corredate da cataloghi monografici editi da Tre Lune.

n.m.

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Lunedì 26 gennaio 2010 dalle ore 18 alle ore 21

CLARA BRASCA

ARTE DALL'ARTE

Galleria Maria Cilena
Studio per l’arte contemporanea
Via C. Farini, 6-Milano

La mostra prosegue fino al 28 febbraio
da martedì a venerdì, dalle ore 15 alle 19

Abitare il quadrato, Spazio pittorico, Poststorico, sono alcuni titoli che danno una ragione  della ricerca di Clara Brasca, artista milanese che ha esposto molte  delle sue opere  anche all’estero. Disvelamento è un quadro bianco nel quale è raffigurata  l’insondabile oscurità di un taglio di Fontana, dal quale immaginavamo l’accesso ad un’altra dimensione, si affaccia inaspettatamente una Venere neoclassica, che ritorna titubante nella speranza di venire nuovamente accolta e considerata il centro e il motore dell’arte.
Il tema della mostra è un motivo costante dell’iter pittorico, che  Clara Brasca  periodicamente riprende e  sviluppa  in sequenze di opere dal vario contenuto espressivo, in occasione di vari appuntamenti espositivi. Compie un viaggio artistico nel quale la contemporaneità è considerata come simultanea al passato e la storia come un eterno presente, da elaborare e da cui attingere.   
Gli autori e le opere del passato sono un patrimonio storico di linguaggi codificati, disponibili per nuove interpretazioni ma in questo caso non possiamo parlare di omaggi  o citazioni, perché non si tratta di rifare un capolavoro alla “maniera di”  De Chirico, Picasso e molti altri, ma di una appropriazione attraverso il proprio vissuto, la cultura odierna, le proprie emozioni  per modificarlo e reinterpretarlo alla luce del  presente. In un’epoca in cui tutto è già stato detto, scritto, dipinto e i margini d’azione per il nuovo, soprattutto in pittura sono minimi, diventano secondo il pensiero di Clara Brasca  possibili nuove aperture solo muovendosi liberamente nella Storia, raccogliendo e ricomponendo i  frammenti  del sapere di questa cultura  e rielaborandoli.
Le tele esposte raffigurano figure femminili che si muovono e abitano gli spazi astratti di Mondrian, Malevic, Fontana e la ricerca cromatica è ridotta  a volte al semplice bianco e nero,  per concentrarsi maggiormente sulla dimensione spaziale. 

m.m.

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sino al 14 febbraio 2010

Gender Check
Femininity and Masculinity in the Art of Eastern Europe

MUMOK Museum of Modern Art
Ludwig Foundation Vienna
www.mumok.at

'Gender Check' is the first comprehensive exhibition featuring art from Eastern Europe since the 1960s based on the theme of gender roles. 20 years after the fall of the Berlin Wall, the curator Bojana Pejic, along with a team of experts from 24 different countries, has put together a selection of over 400 works including paintings, sculpture, installations, photography, posters, films and videos. With over 200 artists, the exhibition paints an exceptionally diverse picture of a chapter in art history that until recently had been largely unknown and that could also act as an important addition to contemporary gender discourse.

'Gender Check' follows the changes in the representation of male and female role models in art – especially as they develop under different socio-political conditions. The exhibition, initiated and supported by the ERSTE Foundation, shows the interrelationship between art and history following both a chronological and thematic approach:

Up into the 1960s, heroic male and female workers were the dominant figures in the socialist realist tradition of art. The intended realitytransforming program of a 'sexless society' propagated by the state was met with irony and unmasked by unofficial art at the time. Following the period of collective state utopian aesthetics, different individual and more open tendencies could be found on a local level – periodically provoking a hostile response – that created independent spaces for nonconformist art. Beginning in the 1970s, ideals of femininity and masculinity were reexamined beyond the propagandist clichés of the past: Self-portraits and representations of the body and subjectivity began to hint at a newfound self-confidence also reflected in openly displayed sexuality that called heterosexual standards and heroic ideals of masculinity into question. Even many of the abstract pieces worked with anthropomorphic forms and the relationship between the sexes within society.

The emancipation from role models went along with an emancipation from traditional means of expression, as new media and art forms like photography, film, video and performance became increasingly important. At the same time, more and more female artists began to gain in prominence.

With the fall of the wall in 1989 and the end of socialist regimes, new challenges became evident in the face of rising nationalism and neoliberal influences from the west. The newly won freedoms came hand in hand with neoconservative role constraints that soon also became the topic of artworks. A critique of chauvinist, militaristic, misogynist and xenophobic ideologies were expressed in the context of feminist theory. Homosexuality began to be brought up. Clichés about motherhood and traditional religious-inspired ideals of femininity and patriarchal power structures came under critique. To underline the political and public significance of female identity, allusions came to be made to historical allegories of femininity.

Curator Bojana Pejic

n.m.

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sino al 7 gennaio 2010

INDOMITABLE WOMEN SHOW
Audiovisual Selection of the Barcelona Art Contemporari Festival 10.0 – Pandora’s Box

CCCB ·Centre de Cultura Contemporania de Barcelona
c/ Montealegre, 5, 08001, Barcelona, Spain

Curator: Macu Morán · Curatorial Assistant: Francesca Tusa

Curated by Macu Morán, the Indomitable Women exhibition gathers a selection of audiovisual artworks developed within the past four decades, in an attempt to glimpse the ethereal something that is a backdrop to the feminine artistic praxis. Homage to those passionate artists who fearlessly redefine contemporary aesthetic and thought, taking us all towards new futures, conceived for an advanced, dynamic and multi-faceted society.

Passion is the basis and sustenance of this exhibition. Impulses from women with very different stories, beating for so many other beings, finally brought into the practical philosophy that art invites with an admirable passion. The selection certainly bespeaks of a passionate process, throughout proposals and reflections developed with the necessary wisdom to allow total freedom of creation under diverse circumstances. Artists with a passion to create something different, to leave their particular imprint, fearlessly redefining contemporary aesthetics and thought.

They are indomitable because no one has been able to cast them into a mould designed through a long history developed for and by men. They are indomitable because both endogenous and exogenous domination mechanisms have not worked on them. Indomitable because of being immune to the standard guidelines, the product of mental paradigms that come from implicit and unconscious assumptions beliefs, and cultural values that restrain creativity and repress ideas, towards the obedient acquiescence to the predominant masculine role, established in most societies since the origins of humankind.

Indomitable, once again, because of embracing the audiovisual medium as a genuine form of artistic expression, embodying the temporal dimension as an active player in the universe of perceptions and multiplying the experience with countless visual impacts, which choreograph at the retina an everlasting sensation.

Passionate women who know how to give time to time in the artistic practice, who have not been stopped by the recalcitrant resistance of conservative reactionaries afraid of change and specific to each generation. Women with their own voice and criteria, who, by vocation, have let their imagination fly and take us all towards new futures, conceived for an advanced, dynamic and multi-faceted society. What is will no longer be; what was is no more. Intrinsically bound to change, time does not stop; neither does it repeat itself. Wise are those creators who have an inspiring muse and travel companion in this juncture.

The Indomitable Women selection provides a space for an important group of artists to transmit the essential features of women’s freedom of creativity and its possibilities, able to cope with multiple proposals in the aesthetic, form and content, while always loyal to the duty of evolution inherent in art, and acquiescent with its revolutionary power. Gathering works developed within the past four decades, the show is an attempt to glimpse that ethereal something that is a backdrop to women's artistic praxis. The flux of conscience that emanates from their works, intimate monologues of oscillating thought, images, wishes, emotions, curiosities and reflections, which contain surprising conceptual, aesthetic and, of course, technical and technological links.

The show is an effort to discover the characteristics of the female point of view behind the camera as a pertinent discursive thread that has not been sufficiently analyzed, exhibited or recognized. It invites to reflect upon the perception and vital behavior that designates the various approaches of the female creative nature and, on a deeper level, concerns anchored in the psyche over time, perceptible thanks to the cross-historic cut.

Distinguishing art as a flux of currents of thought that promotes the creation of innovative notions, which subtly filter through society, permuting the rooted structure of masculine values and refuting a society that identifies with them and is programmed to serve their interests. Meanings and signifiers which have created and continue to create their imprints in contemporary art history, confronting past times and generating new ideas and original perspectives. It is essential to give visibility to these works, which just by existing de-construct the male-centered subjacent discourse, and point to a more fair social progress.

Work elaborated with the virtuosity that only passion can conceive, and that in the de-codification state offers an open reading to the viewers, allowing them to have an intimate relationship to the codes and sub-codes proposed in each work by this splendid group of artists and indomitable women.

n.m.

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“Existence denied”
Mostra fotografica di Andrea M. e Magda C

Alternative Information Center di Beit Sahour, Betlemme

La mostra “Existence denied” dei fotografi Andrea M. e Magda C. è presente dal 17 ottobre presso l'Alternative Information Center di Beit Sahour, Betlemme: Il nostro lavoro ha avuto come scenario i quattro venerdì dello scorso Ramadan, momento in cui crediamo risulti più facile comprendere il vero volto di un “checkpoint” e più difficile nasconderne il vero significato da parte dell'autorità israeliana, momento in cui risulta più evidente ciò che accade nella vita quotidiana di ogni abitante dei Territori Occupati Palestinesi. L'intento delle immagini della mostra è quindi prima di tutto spostare l'attenzione sulla vera natura di un checkpoint. “Checkpoint” dall'inglese letteralmente significa “punto di controllo”, ma difficilmente sentirete questa parola pronunciata da un Israeliano o da un Palestinese. Il termine più usato è “machsom” dall'ebraico “barriera” e la differenza tra questi due concetti ci rende il reale significato di questo strumento di privazione del diritto. Ma per ironia della sorte “machsom” significa secondo la terminologia della kabbalah ebraica “barriera tra questo mondo e quello spirituale” e mai come durante il Ramadan tale parola risulta essere piu' appropriata. Centinaia di migliaia di Palestinesi che hanno cercato di recarsi alla moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme per la preghiera del venerdì si sono visti rifiutare in maniera aggressiva e immotivata il loro diritto al movimento ed il loro diritto alla preghiera, protetti tra l'altro dagli articoli 13 e 18 della dichiarazione universale dei diritti dell uomo. Con le nostre foto abbiamo inoltre cercato di sottolineare, allo stesso tempo, l'arroganza e la prepotenza dei militari israeliani, e la resistenza pacifica e composta del popolo palestinese che nemmeno per un secondo ha sconfinato nella violenza o nella risposta alle ostilità ricevute. Sfidando il caldo torrido del sole d'agosto, il digiuno imposto dal corano, la lunga estenuante fila di attesa ed i malori che ne sono conseguiti, questa gente ha dovuto subire ulteriormente i maltrattamenti, l'umiliazione e nella maggior parte dei casi il rifiuto di recarsi a Gerusalemme. Solo le donne sopra i 45 anni, gli uomini sopra i 50 ed i giovani sotto i 16 anni, sono stati autorizzati a passare ed il fatto che sia stato rifiutato il passaggio durante i venerdì di preghiera a chi non rientrasse nelle fasce d'età consentite, pur possedendo il permesso giornaliero di lavoro per recarsi da Betlemme a Gerusalemme, dimostra ulteriormente come queste “barriere” non abbiano nessuna relazione con la sicurezza. Tutto ciò anzi non fa altro che accrescere la sensazione di impotenza ed umiliazione che porta inevitabilmente all'odio nei confronti dell'unica faccia della società israeliana (i soldati) che ai palestinesi è consentito conoscere. Stiamo organizzando in questo periodo delle esibizioni all'estero ed in Italia. Chiunque sia interessato alle foto o all'organizzazione di una mostra, possa darci anche semplici consigli o suggerimenti, può contattarci all'indirizzo mad_kamboui@hotmail.com o telefonare ai numero 00972(0)59.85.86.275 oppure 0039.328.678.52.66. Tutti i nostri contatti così come le foto del reportage sono visibili sul sito: http://www.andrea-magda.com/.

n.m.

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dal 15 al 22 dicembre 2009 e dal 12 al 27 gennaio 2010

VOLUTE

opere di Mavi Ferrando

nella nuova sede di Quintocortile - Viale Bligny 42 - Milano

presentazioni di Roberto Borghi, Chiara Gatti, Evelina Schatz

inaugurazione martedì 15 dicembre alle ore 18


orario: da martedì a giovedì dalle 17 alle 19 - dal 15 al 22 dicembre 2009 e dal 12 al 27 gennaio 2010

vedi Mavi Ferrando di Antonella Prota Giurleo

n.m.

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fino al 28 febbraio 2010

ANTENATE DI VENERE


Castello Sforzesco, Sala Sforzesca
Milano

LA TERRACOTTA più antica della storia raffigura una donna dai seni generosi, anzi enormi, e dai fianchi larghi. La Venere di Vestonice sta comodamente nel palmo di una mano, con i suoi 11 centimetri di altezza, ha quasi 30.000 anni ed è stata ritrovata nel 1925 in Moravia. Un pezzo più unico che raro, che anticipa di 20.000 anni la tipologia di figure femminili diffusa in età neolitica. Da oggi è esposta eccezionalmente al Castello Sforzesco nella mostra Antenate di Venere, prodotta dal Comune e dall' associazione Capodanno Celtico e curata da Venceslas Kruta e Alena Humplova (catalogo Skira). Sono circa 150 pezzi, quasi tutti provenienti dai musei della Repubblica Ceca: tra i molti vasi e oggetti di uso quotidiano, spicca una trentina di statuette femminili che costituiscono la vera attrazione. Queste piccole donne di terracotta sono le discendenti della Venere di Vestonice e sono databili tra il 6.000 e il 4.000 a.C., quando l' uomo scoprì l' agricoltura e smise di essere esclusivamente cacciatore. Molte le ipotesi sulla loro natura: c' è chi le crede divinità, altri figure erotiche, leggendole come una sorta di "Playboy" preistorico, mentre per le femministe americane erano l' espressione di una società matriarcale. Da non perdere la Figuretta femminile intagliata in un molare di cinghiale e il vaso a forma di donna seduta, in cui le mani sono sostituite da due scodelline.

Michele Tavola da La Repubblica del 5/12/09

m.m.

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fino al 22 gennaio 2010

SPOSE IN VIAGGIO / BRIDES ON TOUR
Pippa Bacca Silvia Moro

FONDAZIONE MUDIMA
via Tadino 26, 20124 Milano
tel. +39 02.29.40.96.33 fax +39 02.29.40

Inaugurazione mercoledì 9 dicembre 2009 - ore 18.30


La Fondazione Mudima inaugura la mostra “Spose in viaggio / Brides on Tour”, un progetto realizzato nel 2008 da Pippa Bacca e Silvia Moro in collaborazione con Byblos Art Gallery di Verona. Le due artiste, animate dalla forte determinazione di portare a compimento il loro progetto, hanno lavorato con dedizione alla sua preparazione e alla messa a punto della rete di connessioni e ospitalità servite a supporto del progetto e del viaggio. Così facendo hanno percorso in autostop i paesi del Mediterraneo sconvolti da recenti guerre, con lo scopo di portare un messaggio di pace, speranza e solidarietà, attraverso il viaggio stesso e una serie di rituali/performances di grande valore simbolico. Pippa Bacca e Silvia Moro sono partite da Milano vestite in abito da sposa, attraversando la Slovenia, la Crozia, la Bosnia, la Serbia, la Bulgaria, sino ad arrivare in Turchia, dove il percorso è stato bruscamente interrotto dalla tragica morte di Pippa, che non ha però distrutto la fiducia nel loro positivo messaggio e la volontà di spiegare i significati racchiusi in questo progetto, ricco di sfaccettature. La mostra documenta e rivive le tappe più importanti vissute nel viaggio di Pippa e Silvia attraverso diverse sezioni espositive avvalendosi di sezioni multimediali e della documentazione originale raccolta durante il viaggio: opere prodotte in collaborazione con le persone incontrate, fotografie, ricordi, testimonianze, oggetti. Pippa Bacca e Silvia Moro, attraversando paesi sconvolti da guerre fratricide e odi etnici, hanno innescato un sistema di relazioni e di scambi dove la pace, la speranza, il confronto e la solidarietà sono divenuti le vere tappe che hanno scandito il loro viaggio, sostenuto dalla volontà e dal coraggio di impersonare e dar voce al simbolico femminino, generatore di vita e creatore di relazioni feconde. Proprio come inno alla vita Pippa Bacca ha realizzato durante il viaggio la "Lavanda dei piedi" alle ostetriche del posto, come simbolo di riconoscenza e gratitudine verso queste donne che permettono alla vita di nascere in luoghi in cui la guerra troppo spesso non ne ha rispetto. Come ha scritto Giorgio Bonomi nel testo in catalogo, il viaggio di Pippa Bacca “ha aperto la mente e il cuore di tanta gente, in tutto il mondo, per cui il male si è trasformato, dialetticamente, in bene: è penetrato in profondità, così, il messaggio che l’arte di Pippa voleva comunicare, cioè la fratellanza e l’amore tra i popoli, e gli individui, tra il tu e l’io”. Silvia Moro ha invece utilizzato l’antichissima arte del ricamo che ha varcato i confini territoriali e culturali ancora prima di quelli linguistici, chiedendo alle donne che ha incontrato in ogni paese di realizzare ricami sul suo abito che contaminandone il bianco, rivelano e testimoniano la rete di connessione e relazioni possibili come dissolvimento dei limiti territoriali, culturali e linguistici, in nome della pace. Martina Corgnati ben sottolinea nel suo testo in catalogo l’attitudine di Silvia Moro verso il progetto: “La rinuncia sistematica all’autorship a favore dello scambio e della condivisione, il rifiuto di fermarsi sull’opera, l’oggetto risolto, compiuto e concluso a favore di un insistente e persino umile processualità; il rifiuto, in altre parole, della verticalità dell’io a favore dell’orizzontalità del noi, un noi femminile, indefinito, aperto, non barriera ma rete, non dogma ma tentativo, almeno tentativo di osmosi e di condivisione”. Saranno anche in mostra le opere fotografiche di Sirio Magnabosco, il fotografo che ha raccolto dal vivo le testimonianze video-fotografiche dei rituali-performances quotidiane come il lavaggio degli abiti, le persone, i loro mestieri, l'interazione con i luoghi, la visita alle associazioni culturali, i rapporti con gli artisti locali. Il 9 dicembre alle 18.30 verrà inoltre presentato il catalogo del progetto “Spose in viaggio” con i testi critici di Martina Corgnati e Giorgio Bonomi, che interverranno all’inaugurazione.
La mostra rimarrà aperta fino al 23 dicembre e riaprirà dal 7 al 22 gennaio 2010 lun.-ven. 10.30/12.30 - 15.30/19.30

n.m.

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fino al 30 gennaio 2010

Dorothea Tanning

Beyond the Esplanade: Paintings, Drawings and Prints from 1940 to 1965
Frey Norris Gallery and Annex
456 Geary Street, San Francisco, CA 94102


Beyond the Esplanade surveys a fascinating period in the career of one of the most intriguing artists and writers of the last century. After extensive travel and living for some time in Sedona, Arizona and the Loire Valley in France, Dorothea Tanning now lives back in New York City, the same city where she came to prominence in 1942. That year Julien Levy, the gallerist who effectively introduced the United States to Surrealism, visited her studio. Levy was so impressed by Tanning's painting Birthday (now in the Philadelphia Museum of Art), that he quickly offered her a solo exhibition in his eponymous gallery in 1944. This exhibition was well received and positioned Tanning as one of the more significant artists in the country at the time. As a thinker and artist, Tanning’s life with her husband, the renowned painter Max Ernst, served as the epicenter for encounters and electrifying exchanges with many of the most significant creatives alive. From Joseph Cornell, Truman Capote, Merce Cunningham, George Balanchine, John Cage and Dylan Thomas to Alberto Giacometti, Joan Miro and James Merrill, Tanning’s autobiography Between Lives sometimes reads like a bildungsroman - Tanning found herself quickly surrounded by genius, yet remained sufficiently grounded to allow this to inspire and not overshadow her own emerging oeuvre. The exhibition's title painting, Beyond the Esplanade (1940), speaks to the strength of will, creative unorthodoxy and story of artistic blossoming that would define Tanning’s evolving vision. Through work that cleaves rather closely to Surrealist paradigms of the biomorphic, erotic and the power of chance association, Tanning matured into a period of prismatic abstraction that calls to mind the shattering of semi-precious gems across the surface of her paintings. In Daphne (1943), Fatala (1947) and The Witch (1949), the intensely self-revelatory and still self-obscuring tones of her signature paintings demonstrate a sharp and witty intelligence struggling with the effects of, and often dismissive assumptions conjured by, her own physical beauty. This struggle is probably best encapsulated in the expression of the solitary and seductive but perhaps drowned woman depicted in Beyond the Esplanade, or the more confessional passages of her autobiography. Paintings like Vorace Veracite (1956) and Ignotti Nulla Cupido (1960) epitomize the jewel-like beauty of the second and third decades of Tanning’s career, a transition from a tone of discomfiting sexuality to embracing a distinct abstract language, one defined by color, hidden imagery and intricacy bolstered by clever poetic titles. Tanning would later experiment with what is now called installation art (such as Hotel du Pavot, Chambre 202 of 1973) and soft sculptures which the artist understood would not last, would be ephemeral combinations of plump twisting curves and functional furniture with titles like Pincushion to Serve as a Fetish (1979). In the 1980’s Tanning began to concentrate more on her writing, authoring several books and becoming a much celebrated poet, with poems appearing in The Best American Poetry 2000 and The New Yorker. Beyond the Esplanade is the most comprehensive look at Tanning's early career to appear in an American gallery since the Philadelphia Museum of Art hosted "Birthday and Beyond" in 2000, to celebrate their acquisition of this seminal painting. A 48 page catalogue accompanies the exhibition with an essay by Surrealism scholar and art historian Amy Lyford.

n.m.

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dal 28 novembre 2009 al 14 febbraio 2010

'Yayoi Kusama
'I want to live forever'

Padiglione d'Arte Contemporanea
Via Palestro 14 Milano


Curata da Akira Tatehata, direttore del National Museum of Art di Osaka, la mostra è dedicata alla protagonista indiscussa dell'arte contemporanea giapponese.

Oltre a dipinti figurativi e astratti di recente realizzazione, sculture di grandi dimensioni e installazioni create nell'ultimo decennio, sarà esposta anche una selezione di disegni risalenti agli anni '50 e '60.

In mostra anche Narcissus Garden, l'installazione-scultura presentata per la prima volta alla XXXIII edizione della Biennale di Venezia (1966). Kusama produsse questo ambiente interattivo composto da 1500 sfere metalliche con l'assistenza di Lucio Fontana. In una presentazione improvvisata sul prato del Padiglione Italiano, Kusama, vestita in kimono, puntò l'attenzione sugli aspetti commerciali usualmente velati della Biennale, vendendo ogni sfera a 1.200 lire. Più di quaranta anni dopo, Narcissus Garden arriva per la prima volta a Milano.

Kusama produsse i suoi primi enormi dipinti ''infinity'' alla fine degli anni '50 a New York. Oggi compone ancora questi quadri, come lo spettacolare ''I Want to Live Forever'' a cinque pannelli (2008). I suoi ultimi lavori figurativi, come ''Cosmic Space'' (2008), riflettono un'ossessione per la mortalità, oltre che per la solitudine, il vuoto e i misteri dell'universo fisico e metafisico. Nelle sue sculture, Kusama fa uso continuo di specchi, come nell'opera ''Passing Winter'' (2005) o nel complesso ambiente ''Aftermath of Obliteration of Eternity'' (2008), che utilizza un sistema di semplici ma ingegnosi strumenti ottici per creare un'interazione senza fine di luce riflessa. Il più recente gruppo di sculture monumentali di Kusama ''Flowers that Bloom at Midnight'' sono fiori barocchi dai colori accesi, che misurano in altezza tra 1,5 e 5 metri.

vedi Zucche e lanterna magica è il mondo di Kusama di Barbara Casavecchia

m.m.

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dal 25 novembre 2009 al 14 febbraio 2010

Marianne Werefkin
L'amazzone dell'avanguardia

Museo di Roma in Trastevere

Coltissima e carismatica pittrice, protagonista della grande rivoluzione artistica dei primi del Novecento, Marianne Werefkin si confrontava quotidianamente con gli artisti-amici Jawlensky, Kandinsky, Mùnter, Marc, Klee parlando di arte, cultura simbolista ed esoterismo contribuendo così ad aprire a Kandinsky una nuova via artistica.

Nata da una famiglia dell’alta nobiltà russa — il padre generale della Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo, la madre pittrice e discendente da un’antica stirpe di principi cosacchi — Marianne Werefkin è una delle artiste più interessanti del panorama europeo di inizio Novecento ma è rimasta quasi sconosciuta al pubblico italiano. La sua opera è stata fondamentale, a livello sia teorico che pittorico, per la nascita nel 1909 della “Neue Kùnstlervereinigung Mùnchen” (Nuova Associazione degli artisti di Monaco) e di conseguenza del “Blaue Relter” (Cavaliere Azzurro), ponendo così le basi per la nascita della moderna arte astratta. Un’arte che doveva esprimere soprattutto le emozioni interiori, non la “verità della vita” ma la “vita vera”.

Per lunghi periodi rimane lontana dall’esercizio della pittura: incomincia, infatti, a dipingere nel 1906, strutturando le forme con l’uso puro del colore e stilizzando le linee senza mai entrare nell’astrazione pura.

La sua produzione artistica può essere distinta in tre momenti significativi. Il primo, riscontrabile negli schizzi in lapis e matite colorate, vede l'influsso delle correnti mistiche e dell’arte di Kubin e Redon. Il secondo, evidente in diverse opere e schizzi del 1907, è influenzato dall’arte francese impressionista e neo-impressionista nell’iconografia (con le scene di città, caffè e spettacoli teatrali) e dall’opera di Gauguin e Nabis nello stile (con l’uso espressivo del colore e delle linee). Ma in questa fase è soprattutto l’arte di Edvard Munch ad avere influenzato fortemente la sua pittura, per l’uso simbolico e antinaturalistico del colore, per la pennellata fluente e per i richiami iconografici. Nel terzo periodo, con le opere degli anni 1908-13, la Werefkin giunge infine al suo stile lirico, espressivo, personale in cui le forme, le linee e i colori sono spesso assorbiti da una tonalità dominante. Infine, con il suo trasferimento in Svizzera, che si conclude ad Ascona dove risiede negli ultimi 20 anni della sua vita, la sua arte da un lato segue una forma più mistica e visionaria, dall’altro esprime i suoi sentimenti più umanitari e vicini alle problematiche umane.

m.m.

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fino al 17 gennaio 2010 

NIKI DE SAINT PHALLE



Museo Fondazione Roma  
via del Corso, 320 - Roma  

tutti i giorni dalle 10 alle 20 (lunedì chiuso).

Inaugurerà il prossimo 4 novembre al Museo Fondazione Roma una grande retrospettiva sull’arte di Niki de Saint Phalle, una mostra mainstream di sicuro appeal per un pubblico di massa, ma quantomeno eterogeneo.
In effetti è la prima volta che in Italia si apre un’antologica dell’artista, grande e inimitabile protagonista del Nouveau réalisme insieme a Robert Rauschenberg e Jean Tinguely (suo secondo marito). In mostra 100 opere esposte in un percorso di quattro capitoli tematici: le origini, Nana-Power, Tarot Garden e Spiritual Path.
Ovvero: i Tiri (le prime opere, l’artista sparava con la carabina su opere in gesso, in modo da colorarle con le tinte nascoste in sacchetti di pittura); le Nanas (le fanciulle, in francese), le celebri sculture che rappresentano donne dalle forme esagerate, distorte e libere. Poi l’esperienza del Giardino dei Tarocchi, con le sue grandi sculture realizzate nella tenuta della famiglia Caracciolo, a Capalbio (ispirato al Parc Güell di Barcellona); infine il lavoro “di coppia”, con Jean Tinguely, da cui nacquero diversi lavori, tra cui ad esempio la Fontana Igor Stravinsky, di fianco al Centre Pompidou.
Molte delle opere di Niki de Saint Phalle sono installate in luoghi pubblici, e non è chiaro come questa importante parte del suo lavoro possa essere rappresentata con efficacia in una mostra all’interno di un museo. Per chi avesse voglia di viaggiare alla scoperta dei lavori di Niki de Saint Phalle, alcune destinazioni: la stazione ferroviaria di Zurigo, il bellissimo Grotto nel giardino Herrenhäuser ad Hannover, il parco Kit Carson a Escondido, in California. E ancora Gerusalemme, Duisburg…


vedi Niki de Saint Phalle: l'intimismo si fa pop di Lea Mattarella


m.m.

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dal 26 settembre 2009 al 10 gennaio 2010

Angels of Anarchy: Women Artists and Surrealism

Manchester Art Gallery
Mosley Street, Manchester M2 3JL

Angels of Anarchy is the first major exhibition in Europe to explore the crucial role that women artists played in the surrealist art movement. The exhibition features over 150 artworks, including paintings, photography, sculpture and surreal objects, created by three generations of artists from around the globe. The 32 artists are some of the most important and influential artists of the 20th century, including Frida Kahlo, Lee Miller, Meret Oppenheim and Leonora Carrington. These were radical, revolutionary women whose work still inspires, and sometimes shocks, today. The exhibition explores five different themes which show how women surrealist artists created artworks which challenged and subverted tradition. These themes are landscape, portrait, still life, interior and fantasy.
Portrait/Self Portrait: Traditionally, portraiture has represented women as passive muses or erotic objects. This was strongly evident in art by the male surrealists. The artists in this exhibition set out to challenge this notion. The artworks in this section show how they developed strategies to present identity as something that is not fixed, but is transformative and continually changing, something that can be manipulated to play with and disturb image and gender boundaries. Photographic and painted self portraits feature alongside little explored photographs of women surrealists by women surrealists, such as Dora Maar's and Lee Miller’s candid images of their contemporaries, as well as rarely seen images of Frida Kahlo by Lola Alvarez Bravo, including a poignant portrait of Kahlo’s studio after her death.
Landscape: Women surrealist artists subvert the traditional landscape in different ways. Rock formations, beaches and desert sandscapes take on human characteristics. In Ithell Colquhoun’s Scylla, rocks take on the shape of a pair of thighs and in L’Esprit saint Jane Graverol transforms the female silhouette into a rocky seascape. Throughout this section images of rocks, holes, gaps and spaces in the landscape, such as Lee Miller's Portrait of Space or Eileen Agar's Rocks at Ploumenach, are represented as bodily parts and become imbued with erotic significance. The artists depict environments which are barren, desolate and impermanent, as if in a state of transformation. This represents the nomadic lifestyle of constant travelling and moving from place to place experienced by many of the artists represented.
Interior: Interiors in the world of women surrealist artists become strange, unfamiliar and uncanny spaces. They oppose the traditional view that a woman’s place in the world is confined to the home. Some artworks examine conventional, eroticised representations of women in bedroom scenes. In other works, domestic interiors are depicted as dark, claustrophobic or barren spaces - the stuff of nightmares, such as Dorothea Tanning’s Eine Kleine Nachtmusik or Remedios Varo’s Insomnia. Interior spaces take on different meanings, redefined as the spaces inside the artist’s head – spaces of memory, dream, desire and, above all, of freedom of imagination and expression.
Still Life: Traditional still life painting usually features subject matter such as arrangements of food, flowers or objects. Women surrealists reworked still life to challenge how women's roles and bodies have traditionally been represented. They often draw comparisons between body parts and food, using surrealist puns and juxtapositions to 'dish up' the objectification of women in a male-dominated world.Some artists used found materials and animal matter such as wood, cork, coral and embalmed birds to assemble beautiful, but sinister surreal objects. Other artists put themselves into the artwork, such as Francesca Woodman’s torso in her photograph Three Kinds of Melon and Mimi Parent's own hair in the object Maitresse.
Fantasy: Fantastic scenarios played a significant role in women surrealists' artistic production. Fantasy offers fertile ground to explore unconscious drives and desires, but also to examine the uncanny and the world of dreams alongside the world of everyday life. The artists delved into the world of dreams, myth, folklore and fairytales. Images of goddesses, visionaries and hybrid beings are re-worked to tell new stories and present alternative identities for women. The sphinx, which in classic mythology has the head and breasts of a woman, the body of a lioness and the wings of an eagle, is a repeated figure (seen in Jane Graverol’s L’Ecole de la Vanité). The angel is also a recurring figure and one of the key symbols of women surrealists, as a gender-ambiguous divine messenger operating between worlds.

n.m.

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dal 26 settembre 2009 al 10 gennaio 2010

Francesca Woodman


Santa Maria della Scala
piazza Duomo
Siena

inaugurazione venerdì 25 settembre ore 18.30

sms contemporanea, il centro di arte contemporanea del Santa Maria della Scala di Siena, in collaborazione con l’Espacio AV di Murcia e l’Estate di Francesca Woodman di New York presenta una grande mostra retrospettiva di Francesca Woodman composta da 114 fotografie, alcune delle quali inedite.

Nata a Denver nel 1958, figlia degli artisti Betty e George Woodman, Francesca cominciò a lavorare col mezzo fotografico a soli tredici anni di età, quando realizzò il primo autoscatto. Nei nove anni che separano questo esordio dall’abbandono volontario della vita, avvenuto nel gennaio 1981 a soli ventidue anni, l’artista ha continuato a fotografare se stessa in ambienti domestici, in mezzo alla natura, sola o con amiche, nel vivo di azioni e performance appositamente progettate.
Le serie fotografiche più significative si identificano con i luoghi dove sono state realizzate e ripercorrono i passaggi essenziali della sua biografia: la prima ha per scenario Boulder, nel Colorado, e data agli anni della scuola superiore, la seconda riguarda l’intenso periodo di formazione presso la Rhode Island School of Design di Providence, seguita da quella, molto ricca, che fra 1977 a 1978 venne eseguita a Roma. New York, da una parte, e la natura incontaminata della MacDowell Colony nel New Hampshire rappresentano le fasi estreme della sua opera.

Quasi tutta la produzione dell’artista vive nel rapporto tra il proprio corpo, oggetto e soggetto degli scatti, e il proprio sguardo, nella dialettica cioè che s’instaura fra la Francesca Woodman artista e la Francesca Woodman modella di se stessa. Di sé non offre mai alcuna visione idealizzata, eroica, caricata di particolari significati; al contrario, la propria immagine è sempre inserita nell’universo delle cose, come fosse una di esse o, meglio ancora, parte di esse. Ecco allora che il corpo di Francesca quasi si assimila con l’intonaco dei muri, gioca con la propria ombra, compare da porte e finestre, si nasconde tra i mobili e gli oggetti; la luce ne sfalda la consistenza piuttosto che esaltarla, oppure ne tornisce le forme purché siano sempre colte come frammenti, come particolari. Tratti caratteristici e ricorrenti sono anche l’assenza del volto, tagliato via dall’inquadratura - o nascosto da maschere, dai propri capelli, da una torsione del collo o del busto - e la dimensione performativa, ben evidenziata anche dai pochi minuti di video girati dall’artista che sarà possibile vedere nel percorso della mostra.

La mostra, a cura di Marco Pierini e Isabel Tejeda, è accompagnata da un catalogo edito dalla Silvana Editoriale con testi di Isabel Tejeda, Marco Pierini, Rossella Caruso e Lorenzo Fusi.

m.m.

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10 dicembre 2009 – 17 gennaio 2010

Fausta Squatriti

Museo d’Arte Moderna di Mosca, POSSIJSKAJA AKADEMIA CHUDOZESTV Ul. PRECISTENK’A, 21,

La mostra, organizzata e curata da Evelina Schatz, poeta, storica dell’arte, membro effettivo dell’Accademia Internazionale di futurologia di Mosca, e molto altro, eminente personaggio della cultura sia russa che italiana, sarà accompagnata da un esauriente catalogo in russo, italiano e inglese, edito da CHARTA, con testi inediti di Evelina Schatz, Vitaly Patsjukov, Mikhail Pogarsky,  Alberto Di Mauro, Elisabetta Longari, Angela Madesani

Installazioni, opere a muro e tridimensionali, presenteranno la ricerca dell’artista compiuta dal 1998 ad oggi, in quattro  cicli tematici.

Fausta Squatriti, artista visiva, poeta, narratrice, saggista, docente, esperta di editoria d’arte, è  nota in Italia e all’estero già dagli anni ’60, avendo esposto in prestigiose gallerie, in capitali europee e americane, New York, Huston, Honolulu, Stoccolma, Caracas, Ciudad Mexico, Caracas, Tel Aviv, Parigi, Ginevra, Milano, Dusseldorf, ed altre,  partecipando a numerosissime esposizioni di gruppo e di tendenza, si è sempre differenziata dalle ricerche in atto, pur partecipandovi in prima persona.
 Ha al suo attivo parecchi testi di poesia e prosa pubblicati, e collabora a riviste specializzate, sia in arte che in letteratura, con testi creativi e critici.
La sua ricerca sul linguaggio la porta ad avvalersi liberamente delle tecniche a lei utili, dalle più antiche come l’acquarello o il disegno, alle fusioni in resina, alle stampe digitali, alle costruzioni in ferro, acciaio e pietra, con un suo personalissimo linguaggio che assume dentro al proprio lavoro le istanze  proposte dalle avanguardie del ‘900, facendo dell’opera il luogo della meditazione etica sull’esistente, insistendo, in modo sempre profondo, specie negli ultimi vent’anni, sulla dolorosa contraddizione insita nella società di impronta occidentale, ma non solo.

Emblematico è il titolo dato alla mostra, preso a prestito dal linguaggio simbolico cristiano, “ECCE HOMO” : ecco qui l’uomo, nel suo dolore, nella sua miseria, e nella sua misteriosa grandezza, a causa della quale è spesso denunciato, perseguitato, esattamente come accadde a Cristo di fronte a Ponzio Pilato.
Una situazione che non ha mai smesso di ripresentarsi.

I cicli che saranno esposti riguardano dieci anni di ricerca attorno alla storia dell’umanità, della sua gloria e della sua miseria, e della natura così come è stata adattata, sia in positivo che in negativo, diventando anch’essa parte della incessante elaborazione della realtà, nelle mani dell’uomo.

Requiem per la specie e per la macchina”. 1997-98
La solitudine dell’umanità e delle sue macchine, create a imitazione della forza muscolare, ora abbandonate per nuove tecnologie che imitano sempre più l’intelligenza umana e non la sua forza. La carne viva si crea in laboratorio, le nuove tecnologie ragionano come l’intelligenza, un robot bambino, cresce e apprende, diventerà adulto.
 La macchina umanistica ha un vecchio corpo in disuso. Era giunto il tempo di rendergli onore con un Requiem.

Beata solitudo sola beatitudo”. 2002-05
E’ il motto della vita monastica. Ma per chi monaco non è, non dovrebbe esserlo. Eppure esiste anche a solitudine dei luoghi, che ci parlano della disillusione, assai meglio degli umani protagonisti.  Costruzioni fatte per essere abitate dall’uomo, decadute, inutili, patetiche. La natura strumentalizzata, impoverita, abbandonata. Luoghi e natura, ugualmente sventrati, lasciati a marcire lentamente, prima che ci si decida a farli sparire, avanzi che costa troppo caro rimuovere, e che dalla loro presenza/assenza, testimoniano la propria obsoleta esistenza.

Ecce homo”. 2005-09
E infine, la solitudine dell’alienazione mentale, l’osservazione della soglia tra ragione e follia, tra norma e normalizzazione del fuori norma, come diventano le ossessioni della mente malata. I corpi di chi possiede una mente malata, sono relitti, abbandonati perché inservibili, accuditi il meno possibile.  Eppure conservano, gli ammalati presenti in questo ciclo di lavoro di Squatriti, una dignità stupefacente. A capo chino, stanno abbracciati l’uno all’altro sulla branda sfondata, a seno nudo, si rifanno il letto, camminano lungo un corridoio. Tengono la testa bassa, non hanno nulla da guardare.
Per loro, dice tutto lo sguardo, diritto nel nostro, inguardabile, di una scimmia torturata da esperimenti scientifici. In quel muso/volto quasi umano, sta il dolore immenso di chi non sa perché sta soffrendo.

 “ Storia al nero”. 2009
Il ciclo comprende tre opere tridimensionali.
 “ Ritratto dell’artista da giovane”. “Sudario”. “Alter ego ”.
I tre lavori riguardano l’epilogo dell’indagine sul dolore.
L’artista non è più in grado di continuare a vedere il male, non riesce più a sopportare il dolore, la disillusione. La sua testa si è rotta, gli strumenti ingenui per vedere amorevolmente, per capire meglio il mondo vicino, da lui stesso creato, binocolo, cinepresa, flash, con i loro astucci, sono ridotti a calchi grigi, pietrificati con estrema esattezza, come ritrovati sotto la lava di Pompei. La residua innocenza, rappresentata da un cestino dell’asilo di un bambino dei primi del novecento, è stata ridicolizzata. La voglia di costruire, raffigurata nell’ installazione da un fascio di liste di legno ben legati tra loro, pronti per essere trasportati e usati, anch’essa non ha più ragione di esistere. Questi oggetti circondano la stele di acciaio lucidissimo, asettica come un appoggio da obitorio,  sulla quale sta infissa, come misero trofeo di guerra, e monumentino funebre, la testa dell’artista, da giovane.
Il titolo è un omaggio a Dylan Thomas, così come “Storia al nero” è omaggio alla Yourcenar.

Sudario è un drappo, annodato su se stesso, un grumo organico sgocciolante, e irrigidito anch’esso dentro una colata lavica. Sta appeso a un gancio di ferro ruggine, a sua volta infisso in un cerchio di lucido acciaio. Agli altri ganci, manca qualcosa da reggere.

Alter Ego  è un trittico le cui due ante sono tenute socchiuse, lasciando intravedere l’interno in acciaio a specchio, ove sta appeso, a testa in giù, un faro potente, ora immerso nel bitume, relitto ed emblema di una luce che è stata drammaticamente oscurata. Si riflette nell’algida bellezza dell’acciaio, divenendo quasi organico.
 Le ante all’esterno sono decorate a stampa con teschi dipinti da una mano abile e leggera, nel settecento, sul catafalco di  una chiesa di campagna, quando la morte, evento naturale e poco contrastato, era tratteggiata con eleganza.

m.m.

 

 

Segnalazioni artistiche 2009
Segnalazioni artistiche 2008
Segnalazioni artistiche del 2007
Segnalazioni artistiche del 2006
Segnalazioni artistiche del 2005
Segnalazioni sulla Biennale di Venezia 2005
Segnalazioni artistiche del 2004
Segnalazioni artistiche dal settembre al dicembre 2003
Segnalazioni artistiche dal marzo all'agosto 2003