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Paestum 2012 :: Pia Brancadori intervista Lea Melandri

Scritto da Redazione on .

Pia Brancadori intervista Lea Melandri, Presidente della Libera Università delle donne di Milano e tra le promotrici dell'incontro che si terrà a Paestum il 5, 6, 7 ottobre dal titolo Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria - la sfida femminista nel cuore della politica.

Un incontro aperto al confronto con gruppi, associazioni, anche istituzionali, e singole donne, per verificare, discutendo e vivendo insieme per tre giorni, se la politica femminile che fa leva sull’esperienza, la parola e le idee, può in un momento di crisi, smarrimento e confusione, restituire alla politica corrente un orientamento sensato.

Video e audio a cura di Marzia Vaccari e Federica Fabbiani.

L'incontro è disponibile in audio e in video; è possibile vedere/ascoltare online oppure scaricare il file sul computer o un lettore mp3.

Audio:
Paestum 2012: Pia Brancadori intervista Lea Melandri:

Scarica il file audio dell'intervista

Video:

Paestum 2012 :: Pia Brancadori intervista Lea Melandri from Server Donne on Vimeo.

L'intervista audio/video è di scarsa qualità a causa di un problema di connessione web al momento della sua realizzazione. Su richiesta delle moltissime amiche e compagne che non sono riuscite ad ascoltare integralmente la conversazione con Lea, la sempre attenta Pia ha trascritto l'intervista.
Ecco il testo dell'intervista:

Pia Brancadori. Oggi siamo in compagnia di Lea Melandri, una grande femminista, presidente della Libera Università delle donne che da moltissimo tempo porta il p.d.v. della intelligenza e della passione femminista nel mondo, nella politica e nella cultura. In occasione di un grande meeting femmi nista che è alle porte, che si terrà a Paestum il 5-7 ottobre prossimo, siamo onorate di poterla intervistare per farci dire anche che cosa l’ha portata ad essere una delle promotrici di questo incontro ….

Lea Melandri. L’idea di questa avventura è avvenuta abbastanza felicemente in occasione di un incontro con le donne dell’associazione Artemide di Paestum che mi hanno invitata l’8 marzo, e per me tornare a Paestum 36 anni dopo è stata una grande emozione, l’ultimo convegno femminista è stato proprio il 1976 a Paestum
Quando mi hanno invitata a tornare insieme ad altre del movimento hanno sfondato una porta aperta, nel senso che c’era stato già a Milano il 18 febbraio un incontro sul tema Cura e Lavoro, ci siamo ritrovate circa 200 donne – un po’ attempate ovviamente, gli anni sono passati per tutte – con la stessa passione, donne di varie città impegnate da molto nel femminismo e donne giovani o nuove che venivano per la prima volta.
Quindi l’idea di dare continuità a quell’incontro avvenuto a Milano si è unita a quella di potersi rincontrare in un luogo storico del femminismo.
Non ho aspettative particolari rispetto a Paestum, ho desideri e speranze. Innanzitutto la speranza che le donne che vengono abbiano come me il piacere di rincontrarsi di riverdersi e anche di incontrare donne che non si conoscono e soprattutto con la disponibilità all’ascolto reciproco, il desiderio di confrontare percorsi che negli anni si sono differenziati nel tentativo di trovare momenti di condivisione o anche apertamente di confliggere. Io al conflitto dò una valenza vitale, straordinaria per i cambiamenti. Ho una certezza ed è che noi abbiamo un lungo percorso alle spalle e in questi 40 anni abbiamo accumulato un patrimonio enorme di sapere in vari ambiti di conoscenza e varie pratiche politiche. 
Ecco io penso che questo sapere non dobbiamo lasciarlo agli archivi, penso che oggi di fronte alla crisi che non è solo di elementi economici, una crisi grande di un modello di sviluppo, di una civiltà che ha avuto un unico protagonista. Io penso che oggi quella radicalità che è nata nel femminismo, e che era la messa in discussione della politica a partire dal suo atto fondativo, oggi sia addirittura più attuale di allora, oggi che molti dei confini tra privato e pubblico sono saltati. Quindi la mia speranza è che a Paestum si possa tentare di mettere insieme questo patrimonio di idee per dare una interpretazione e anche una possibilità di cambiamento alla situazione che stiamo vivendo.

Pia Brancadori. Infatti voi chiamate alla conversazione, all’incontro e al dibattito dicendo Primun Vivere anche nella crisi.La rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della politica
E la lettera di convocazione di questo incontro pone questa serissima interlocuzione “c’è una strada per guardare alla crisi della politica, dell’economia, del lavoro, della democrazia – tutte fondate sull’ordine maschile – con la forza e la consapevolezza del femminismo?” 
Questa è una domanda centrale davvero per il nostro vivere, ed è centrale per tutte le generazioni, per le ragazze giovani, per noi donne più mature, e diciamo pure che è centrale per la convivenza umana nel suo complesso. Quindi questa è l’ambizione e a Paestum ci veniamo per questo, le tematiche che si affronteranno saranno relative – come sempre il femminismo ha fatto – al vivere, alla convivenza nella polis a partire da sé: il lavoro che sarà una delle questioni centrali, le relazioni e poi il bene e il male, etc. Se vuoi focalizzare quelli che saranno i punti d’emergenza che ci terrano in questi lavori comuni …

Lea Melandri. Il titolo “Primum Vivere” riprende in modo ambizioso – focalizzandoli e proiettandoli anche in un orizzonte più ampio – quella che è stata la radicalità e l’originalità del femminismo al suo nascere negli anni ’70. L’idea che la politica andasse ripensata a partire da tutto quello che è stato considerato “non politico” quindi a partire da quella separazione tra il corpo e la storia che è stato fondativo della politica. Quindi a partire dal corpo, dalla sessualità, dalla maternità – tutto ciò che è stato considerato l’altrove, naturalizzato, sacralizzato e identificato col destino femminile; partire quindi soprattutto dalla soggettività , e quindi dalla esistenza (?)… del singolo, a partire da sé, con l’idea che nelle vite personali persiste sedimentata, depositata, una storia che riguarda tutto lo sviluppo della storia umana che parte da lontano, dalla storia del corpo, dalla vita psichica, dalle esperienze corporee del singolo, ma con l’idea che da lì partono i modelli che poi si sono imposti nella società, nelle istituzioni, nei poteri e nei saperi della vita pubblica. Oggi quei confini tra il corpo e la polis, tra il personale e il pubblico sono superati, oggi le donne, che sono state identificate con la conservazione della vita, con l’altrove della sfera pubblica, oggi sono presenti su un terreno e sull’altro: sono nelle case e nelle famiglie ancora con il peso enorme di quella responsabilità, ma sono presenti nella vita pubblica dove giustamente pretendono di contare, di essere parte e di essere nel governo del mondo e della convivenza tra uomini e donne non più segnata da quella violenza e quel predominio che è stato storicamente nelle civiltà e nelle culture patriarcali. 
Oggi il Primum Vivere vuole mettere al centro la persona, nella sua interezza, cioè un soggetto uomo o donna restituito all’essere corpo e l’essere corpo è sempre segnato dalla appartenenza a un sesso o all’altro; mettere al centro la vicenda dell’umano nella sua interezza dicevo. 
Noi siamo fragili, siamo dipendenti per gran parte della nostra vita; la cura non può essere lasciata alla vita intima, al rapporto di coppia, alla famiglia. La cura vuol dire riconoscere che gli umani hanno problemi enormi di dipendenza, di fragilità e deve essere assunta come un problema e una responsabilità collettiva. Quindi non basta più la politica di stato sociale - anche se è vero che oggi c’è una grave crisi del welfare - ma non è solo una questione dello stato sociale; ma la sinistra ha sempre fatto appello per quanto riguarda i problemi della conservazione della vita ai servizi sociali. Oggi il problema va posto in maniera più radicale. Oggi che si sono imposte logiche di mercato, di profitto, una produzione senza limiti che poi è sfruttamento senza limiti delle risorse naturali, al centro è da mettere la persona. Il Vivere quindi è inteso non più solo nel senso di vita ma “buona vita”, ma buon lavoro, creatività, possibilità di dare espressione a tutte le forme di vita dell’umano, di uomini e di donne. Quindi in sostanza è una critica radicale al modello di civiltà, che ha avuto sì dei cambiamenti, è vero, per quanto riguarda alcuni aspetti di economia e di politica, ma pur sempre in un modello dato e fruito solo dalla comunità storica degli uomini.

Pia Brancadori Su questi temi il femminismo ha veramente prodotto tanto sapere, tanto lavoro e anche molte pratiche. Paestum vorrà essere l’occasione per partire da qui e perché appunto possiamo confrontarci su questa domanda e anche sulle risposte che nel corso di questo lungo tempo abbiamo avuto; perché capita che nella crisi della politica che è diventata questa cosa brutta che vediamo tutti i giorni, nella crisi dell’economia che ci attanaglia, nella crisi della convivenza che è violenza e sui corpi delle donne agisce in modo parossistico, la risposta che viene data correntemente – da parte anche ovviamente dei progressisti e della sinistra – è di fare un po’ di posto cosicchè le donne si possono accomodare un po’, assimilare un po’. Il punto di vista del sapere femminista non è questo, di accomodarsi un po’, di assimilarsi un po’ a un ordine che non corrisponde alle condizioni del vivere. Tu su questo sei una maestra …

Lea Melandri. La situazione oggi è estremamente complessa, ambigua, contraddittoria, in modo particolare per quanto riguarda questo aspetto che sottolineavi: se da un lato c’è ancora – in Italia sicuramente, ma anche in altri paesi – una enorme marginalità delle donne nella sfera pubblica, un aggravio delle funzioni domestiche, etc, c’è anche una richiesta invece che viene proprio dalla sfera pubblica, dalla nuova economia, ma anche dal mercato, dalla pubblicità, dalla televisione, una richiesta e una valorizzazione di quelle che vengono chiamate le doti femminili, il valore femminile, il talento femminile oltre che di occupazione femminile. Su questo è bene discutere a lungo perché può essere valutato da punti di vista diversi. 
Il femminismo ha percorso anche su questo strade diverse: un discorso di emancipazione, desiderio di contare, di essere più presenti nei luoghi dove si decide, e questa è sicuramente una delle spinte che si sono evidenziate all’interno del femminismo; e un aspetto, come dicevo prima più radicale che pretende di interrogare a fondo anche la mancanza di autonomia delle donne nel modo di pensare, di sentire, una mancanza di autonomia che è dovuta semplicemente al fatto che, per vivere o sopravvivere e anche per avere qualche potere, le donne hanno dovuto storicamente fare propri quei modelli, quei modelli che sono incorporati nella vita delle donne. Quindi c’è un grosso lavoro che va fatto sulla subalternità. Non si tratta di colpevolizzazione, perché quando si fa questo discorso di mancanza di autonomia, di visione del mondo, di pensiero sembra sempre che si vogliano incolpare le donne; no; la storia, secoli di subalternità, di mancanza di libertà non producono immediatamente una visione propria del mondo, tanto più che alle donne è stato sempre chiesto di vivere per l’uomo e in funzione dell’uomo, dei suoi modelli e della sua cultura. Oggi, dicevo, c’è una spinta a uscire da questa marginalità e allora anche questa richiesta e questa valorizzazione del femminile che viene dalla sfera pubblica può essere un’opportunità. Escono in continuazione articoli sui giornali economici sul management femminile, sul diverso stile del management; escono anche molte riflessioni di donne manager sulla possibilità di cambiare i tempi e l’organizzazione del lavoro portando lì queste doti femminili. Su questo discuteremo perché io penso che il rischio sia di estendere alla sfera pubblica quelle che sono state le attitudini domestiche, capacità relazionali, di mediazione, senso di responsabilità, l’attenzione agli altri e così via, quindi che si vada di nuovo a una complementarità aggiuntiva, un valore aggiunto in sostanza. Su questo sicuramente dovremo discutere. 
Penso che la posta più alta e più ambiziosa di questo convegno è vedere se è ancora così importante per noi e se possiamo ancora ripartire da quell’assunto iniziale del femminismo che è stata – dicevo prima – la soggettività, il parlare in prima persona, quindi uscire anche dalle logiche di genere: le donne sono state anche confinate in un genere e anche le battaglie di emancipazione nel corso dei secoli sono state sempre fatte in nome del genere; il genere poi voleva dire il materno, le doti materne delle donne usate poi come elemento per chiedere una cittadinanza piena, come un elemento di legittimazione. 
Io credo che il partire da sé – l’abbiamo scritto nella Lettera, abbiamo insistito molto su questo - la autorappresentazione , ……… raccontarsi, riflettere nelle esperienze che facciamo, oggi ovviamente non più solo nel privato, non si tratta più di riprendere in mano - anche se io penso necessario - ancora sessualità, maternità, corpo ma ragionare e riflettere a partire dall’esperienza che si fa nei luoghi della vita pubblica: chi è in un parlamento, in un partito, nei media, nella comunicazione, sì abbiamo …… sostenerne il desiderio di contare, ma importante è raccontare cosa succede quando una entra in quei luoghi. Di queste esperienze ne abbiamo; partire da lì, altre da fuori forse non hanno fatto abbastanza attenzione, forse. E’ il momento che parliamo anche di questo.

Pia Brancadori Questo è quello che più si racconta. Noi sappiamo anche che ormai la esperienze sono tante, sono ricche, le pratiche delle donne che agiscono a partire dalla libertà femminile sono tante, anche guadagnate, si tratta di farne occasione di convivenza. E il passaggio della crisi che stringe tutti questa occasione di convivenza la riapre e ci chiede di entrare su questo. E’ la cosa che è più interessante. 
Così come è altrettanto interessante nella vs Lettera di convocazione, il punto della idolatria dei corpi: il femminismo ha fatto il lavoro del partire da sé, del pensiero incarnato, dell’esperienza che si fa narrazione e storia e ci troviamo di fronte a questa rappresentazione dell’iperfeticizzazione dei corpi, del ritorno della vendita, cose peraltro su cui tu hai aperto conversazioni importanti su quotidiani nazionali, sul Corriere della Sera è uscito da poco un tuo bellissimo articolo con una riflessione molto interessante su questo disvalore che viene di nuovo riproposto della miss italia. E’ anche questo un tema che si incontra con le questioni della polis. 
Quindi insomma le aspettative su Paestum sono molte e pensiamo che lo siano anche i diversi tavoli tematici che lì si apriranno. No? Perché questo convegno è stato convocato così, con una ipotesi di libera conversazione per lavorare sulle questioni urgenti che nel nostro paese emergono come centrali: il lavoro, la questione della cura, la questione della rappresentazione che ci mette in colloquio anche con le diverse generazioni. Anche questo sarà interessante a Paestum, decere come avverrà questa conversazione tra generazioni …

Lea Melandri Sul protagonismo del corpo oggi abbiamo voluto farne uno dei temi, abbiamo voluto mettere in evidenza come anche questo sia uno degli aspetti più ambigui della condizione femminile di oggi, del rapporto uomo-donna. Credo che i corpi che noi vediamo in scena nella vita pubblica dicono s’ che c’è una maggiore libertà, sicuramente hanno perso molti dei vincoli del passato che le donne hanno subito nel passato però portano i segni della storia che li ha costruiti secondo quello che è l’immaginario maschile. Che poi siano oggi le donne a impugnare fattivamente, come potere, la seduzione e il ….. della maternità, ci costringe a riflettere se questa sia, appunto, libertà o no, e che avere maggiori scelte di libertà di per sé non vuol dire avere una liberazione profonda come avevamo intuito negli anni ’70 dai modelli interiorizzati. 
Abbiamo sottolineato sul corpo oggi tutta la questione della violenza , l’accanimento maschile sui corpi legati nella sfera dei profondi legami affettivi, l’amore, la sessualità, i legami familiari. Gli omicidi in famiglia è una questione enorme su cui nel passato il femminismo ha costruito pratiche politiche importanti, questione che non arriva ad essere assunta nella gravità che ha come una questione politica, culturale da parte di chi ha parola nella vita pubblica. 
Però abbiamo sottolineato in modo specifico alcuni temi, l’idea però è che i gruppi che si formeranno discutano di tutti questi temi, non vogliamo dividere e specializzare di nuovo; vogliamo che tra queste tematiche si comincino a trovare dei nessi che ci sono, che vuol dire anche far incontrare delle pratiche diverse e che anche se si sono diversificate nel corso degli anni oggi magari possano trovare dei percorsi in comune, che vuol dire anche una forza collettiva. E’quello sempre che ci si augura, no? Di trovare la forza collettiva per cambiare davvero le esistenze e per scuotere questa irresponsabilità della cultura e della politica maschile. Perché dopo 40 anni di femminismo non è più possibile sentirsi dire non abbiamo capito, non abbiamo sentito.

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