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Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura a cura di Barbarulli e Borghi

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Il destino della sostenibilità degli stili di vita dell’occidente e della globalizzazione mondiale, nelle sue forme contraddittorie e mutevoli, dipende anche dalla capacità di intrecciare la cooperazione nelle differenze e di tessere nella comunicazione una dimensione di trasversalità culturale; queste sono forse le uniche possibilità capaci di far fronte a quella compessità di cui siamo portatrici, di cui ci parla anche Braidotti.


Visioni in/sostenibili. Genere e interculturaNon sempre, però, il processo di scrittura riesce a trasgredire il linguaggio postmoderno delle differenze dell’Altro-a per approdare ad una compiuta elaborazione dell’incontro (o forse scontro?) fra identità culturali che si cercano e si allontanano, che oppongono resistenza alla compenetrazione reciproca, ma che conoscono le leggi antiche dell’ospitalità.

È quindi centrale riflettere sul nodo dell’incontro, doloroso e perturbante, che sia in grado di oltrepassare la dicotomia fra una identità che irriducibilmente si definisce originaria, intatta e fondativa di eterni valori (leggi ad esempio la cristianità e/o l’occidente) e la condizione reietta ed indistinta dello straniero, la cui provenienza è esotica, la sua lingua incomprensibile, la sua vita segnata unicamente dalla fuga e dalla povertà. Penso che se vogliamo dare corpo e realtà a questo processo di negoziazione incessante in seno alla comunità sia necessario assumere la tradizione analitica dei femminismi, che sono stati in grado di affrontare adeguatamente la produzione delle differenze e far fronte all’articolazione di soggettività sempre più complesse e caratterizzate dalla compenetrazione fra genere, razza, etnia, religione, sessualità, condizione economica.

In una complessità che non si sa irrigidire neppure nelle pagine bianche di un libro e che eccede continuamente la fissità dei codici che ti aspetteresti, si snoda la sfida “utopica” del Laboratorio per Mediatrici Culturali Raccontar(si), fortemente voluto dalla Società Italiana delle Letterate, dall’Associazione Il Giardino dei Ciliegi (Fi), con la collaborazione dell’Università di Firenze e della Regione Toscana, che prende vita ogni anno per una settimana a Villa Fiorelli (Prato) verso la fine di agosto. Dalla scuola-laboratorio dell’anno scorso è uscito un interessante volume che raccoglie i principali contributi delle donne e gruppi di donne che qui sono intervenute, e porta il titolo di "Visioni in/sostenibili", curato da Clotilde Barbarulli e Liana Borghi ed edito dalla CUEC.

Come ho già detto, si tratta di un testo particolarmente ricco di interventi, raggruppati secondo temi generali che sono “I Conflitti”, “Storia e storie”, “L’Erranza delle parole”, “Raccontare l'immigrazione” e “Visioni in/sostenibili”, in cui si accavvallano letture molto differenti, per il contesto disciplinare da cui si dipanano, con lo scopo comune da parte di molte autrici di tratteggiare un possibile e praticabile soggetto resistente, che si opponga all’assimilazione culturale e all’omogeneità identitaria. Naturalmente gli interrogativi che vengono sollevati sono molteplici, a volte senza risposta, ma sempre situati nello spazio di un soggetto incarnato, insofferente al codice linguistico scientifico, considerato inaccogliente ed impersonale (Elena Bougleux), alle prese con i cambiamenti che stanno riplasmando il mondo del lavoro, con la precarietà a volte subita, altre volte cercata (il gruppo di Milano Lo Sconvegno), un soggetto che, infine, si riconosce, nell’ambiguità del proprio ruolo, con gli occhi dell’altro-bambino come «quell’italiana sorridente e ben coperta arrivata nella sua casa a cavar fuori quell’inferno. Cosa cercava nella loro memoria tormentata quella donna straniera?» (Maria Bacchi).

L’aspetto più forte del libro risiede però fuori dal libro stesso. Ovvero nella continuità che sta assumendo il Laboratorio Raccontar(si) di anno in anno, e nel lavoro politico che sta tessendo: ossia, nella costruzione di relazioni fra donne di paesi diversi e nella costruzione di una comunità politica fra le partecipanti e le organizzatrici, in «un intreccio e condivisione di vissuti che porta ad un arricchimento collettivo» (Clotilde Barbarulli). Per questo va ringraziata e riconosciutea per lo straordinario lavoro di empowerment di ogni singolarità la curatrice del libro Liana Borghi e tutte le donne che hanno lavorato alla realizzazione di questo viaggio inusuale.

Il libro si chiude (o forse si ri-apre) con una bellissima riflessione poetica di Cora Herrendorf, che pensando al proprio destino di esule argentina, scrive in maniera esemplare sulla possibilità del viaggio, facendo sgretolare con le proprie parole ogni distinzione spaziale e temporale, personale o collettiva, emotiva, razionale o spirituale:

«Da allora ho viaggiato molto, per paesi e continenti; ho viaggiato attraverso il mondo dei così detti “folli”, lavorando per anni insieme a loro e imparando l’umiltà di essere diversi; nei mondi dei carcerati, dei drogati, dei bambini di strada. Ho viaggiato insieme ai miei compagni svelando segreti magnifici e trasformandoli in spettacoli; ho viaggiato nei misteri della conoscenza e in quelli della meditazione; ho viaggiato morendo tante volte di strane malattie, per poi resuscitare e assaporare ancora il gusto della vita. Il viaggio delle vite si ripete, il cerchio del destino è ancora aperto».


Da PorticoDonne

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