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L’etica e (è) la politica di Federica Giardini

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Pubblichiamo la recensione di Federica Giardini sul libro Trasposizioni. Sull'etica nomade di Rosi Braidotti. Questa recensione è tratta da Leggendaria.

Bentornata, Rosi. E’ la prima, e durevole, reazione che suscita questo bellissimo libro che, appena ricevuto, è finito in borsa per essere ripreso in ogni momento della giornata, da leggere e rileggere, in giro per la città, in qualsiasi momento libero. Un libro da cammino, bussola e mappa. E questo per due motivi contrastanti: la lingua e la struttura, da una parte, gioiosamente chiara la prima e a zig zag la seconda, che si offrono a letture e pensieri istantanei; dall’altra, perché risponde a una fame di questi tempi, il bisogno, più impegnativo e di lunga portata, di avere un pensiero per parte di donna che porti il conflitto al cuore delle grandi narrazioni – dalla fine della storia che si realizza con la democrazia liberale di marca statunitense allo scontro di civiltà - che pretendono di prescrivere il modo“giusto”, l’unico modo, di agire e pensare al pianeta intero.

Trasposizioni porta a pienezza il percorso che si è fatto attraverso Soggetti nomadi, Nuovi soggetti nomadi e In metamorfosi. Mi prendo la libertà di un’associazione incongrua: nel centenario della nascita di Simone de Beauvoir, di cui è stato appena ripubblicato Il secondo sesso, ritrovo in Trasposizioni - fatte salve le radicali differenze tra le posizioni delle due autrici – l’impianto di un pensiero che non si priva di nulla, quello di un “libro a trecentosessanta gradi”. Se l’una aveva pensato l’essere donna mettendo al lavoro miti, scienze e vissuti, Braidotti affronta con passione positiva, costruttiva e non edificante, tre grandi campi di tensione: il divenire della differenza, in questi tempi complessi che hanno eletto a loro cifra la contraddizione, facendo convivere ipermodernità e ritorni arcaici, ad esempio nella forma che fa convivere il neoindifferenzialismo dei sessi e una rinnovata polarizzazione identitaria dei generi; le partite che si rigiocano, tra capitalismo postindustriale e bioingegnerie, sui corpi e sulla natura, che impongono di reindividuare i conflitti sulla riproduzione, sulla funzione materna “reinventata” e sulla produzione di merci materiali e immateriali, riscoprendo il potenziale politico della vita come bios ma soprattutto come zoe, quella costante eccedenza del vivente rispetto ai codici del potere; e, infine, la necessità di figurare altri modi di soggettività, quali nodi interconnessi e interdipendenti di intensità affettiva, corporea e materiale. Un programma di grande respiro, condotto con ritmo incalzante, che pure si presta a essere interrotto per annodare le proprie singolari connessioni. E’ un libro-percorso, dunque, percorso di chi scrive, ma anche di chi legge, al punto da dare la voglia di una presentazione “seriale”, per tornare e ritornare a pensare, discutere e immaginare.

Il filo che voglio però seguire qui è quello dell’etica, che crea un nodo imprevisto con la politica, scombinando le coordinate “moderne”, che separavano i comportamenti privati e individuali dalle questioni di governo, e mettendo i piedi nel piatto del ventunesimo secolo. La pista dell’etica che è politica ci toglie infatti da abitudini che ci indurrebbero a scindere il senso del giusto come sentimento personale e il bisogno di giustizia sociale, l’efficacia dell’agire locale e la critica su scala globale. Non sorprende che sia un’autrice come Braidotti ad assumere questa postura, a fare questa proposta, che conta nella propria genealogia la differenza sessuale pensata come etica di Irigaray, la vocazione transindividuale dell’amor fati di Deleuze e la centralità che Foucault ha riservato alle relazioni.

Dire che l’etica è politica significa riformulare, con una forza all’altezza dei tempi, il gesto con cui le femministe degli anni Settanta si erano prese la libertà di dire e agire il senso delle loro vite, collettive e singolari, denunciando l’inganno della separazione tra pubblico e privato e dichiarando che “il personale è politico”. Da allora, tuttavia, il divenire della differenza, della storia e delle storie, ha fatto il suo corso e i modi in cui personale e politico entrano in scambio vanno rintracciati, rimappati. A cominciare dalla constatazione che “l’apatia morale è parte costitutiva del liberalismo politico neoconservatore del nostro tempo” (p. 11). E’ questa una prima indicazione di grande portata: la dimensione etica della politica, ovvero la politica nelle nostre vite, non emerge perché abbiamo fissato un altrove fatto di principi ispiratori, programmi e progetti, bensì si trova nelle pieghe stesse del presente, esattamente là dove siamo sentiamo viviamo. Le grandi narrazioni generano effetti di potere nel più intimo - un intimo esposto al globale - ci impongono passioni tristi, reattive, di cui non siamo sorgente, come la passione eminentemente triste della paura e la reazione securitaria che pervadono le società del nord del mondo. Questa apatia si divarica nella coppia gemella del relativismo e dell’universalismo: da una parte, una sorta di appello alla convivenza, ma disimpegnato, senza implicazione affettiva di corpi e di vite, dall’altra, il ritorno della pretesa occidentale ad assumere il ruolo di chi prescrive regole e valori per tutti. Insomma, i nuovi assetti del potere richiedono agli individui un’etica del lasciar vivere che delega ad altri, agli stati e all’occidente, il compito di tracciare un orizzonte universale, neoimperiale, di valori e narrazioni.

La replica che Braidotti matura sul doppio piano della riflessione teorica e della pratica politica - che si è alimentata attraverso gli scambi con le reti transnazionali di resistenza, come ad esempio le iniziative di Transeuropéennes e di RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan) - si disegna su due parole chiave, responsabilità e interdipendenza, che rimandano l’una all’altra. Di vita responsabile si tratta infatti, non di una coscienza individuale che istituisce regole e divieti. Nel momento in cui ci riappropriamo di sensibilità e sensualità, l’etica si rivela come il campo di stati e azioni configurati dal corpo, dai suoi bisogni e resistenze, è un discorso “sulle forze, sui desideri” che agiscono per potenziare i diversi modi dell’essere (p. 24). Contrariamente a una certa ricezione del pensiero di Foucault sulla biopolitica, per la quale saremmo sempre e solo costituiti dal potere, troviamo qui l’idea e la pratica di una dimensione materiale corporea e affettiva delle nostre vite su cui poggia l’urgenza di libertà e di giustizia. Bios, la vita significata, qualificata dai codici scientifici e politici, e Zoe, il vivente come forza impersonale, creativa e resistente, che troviamo intrecciate nel corpo singolare di ciascuna e di ciascuno, sono la materia di cui è fatta la nostra collocazione che è insieme planetaria e contestuale, in una rete di interdipendenze. Liberandone il senso, percettivo e simbolico, la responsabilità etica si rivela essere “collegata alla consapevolezza politica della propria posizione sociale e dei privilegi personali” (p. 23) e dunque chiama a una critica della gestione del potere e dei rapporti di potere che insistono sulle vite e sui modi di narrarle. Lo scambio tra etica e politica apre un altro fronte di conflitto con le ideologie dominanti, in particolare sul potere che viene esercitato nel momento in cui si assume che l’unica storia, e l’unico tempo, è quello dell’Occidente e dei suoi cittadini riconosciuti, una storia fatta di “esclusioni letali e di interdizioni fatali” (p. 32).

A partire da questo conflitto, il testo offre sollecitazioni su diversi campi d’esperienza, e per prima cosa le questioni dei soggetti “altri” che stanno provincializzando l’Europa, che la riconducono al suo essere parte, e non il tutto, di un mondo che ha avuto e ha temporalità differenti. Responsabilità, nel sentirsi collocate in una trama di interdipendenze, significa allora assumere la dimensione temporale della propria posizione – Braidotti, tra le contraddizioni dell’epoca individua anche l’alleanza incongrua tra l’ideologia tardo capitalistica e l’emancipazionismo di quelle donne occidentali che “rinnegano ogni debito” nei confronti delle lotta collettive delle donne (p. 57) - e delle sue relazioni con altre temporalità. Se “la coscienza storica è un importante connettore tra i soggetti che la condividono”, terreno di resistenza alla narrazione prepotente di una storia unica, la produzione di una “temporalità interstiziale”, come ne scrive Homi Bhabha, è la via per una memoria che si opponga ai ritorni dell’essenzialismo identitario ma anche allo scatenarsi di un soggetto infinitamente frammentato (p. 27). Un’altra sollecitazione in merito a questo conflitto tra storia e memoria è disegnata da Braidotti a partire dalla sua esperienza di insegnamento universitario, dall’osservatorio europeo per eccellenza che è Utrecht. Nel testo si trova l’esigenza contestuale e insieme globale di respingere le pretese rappresentative, universalistiche, della tradizione filosofica occidentale per ripensare la “geopolitica della filosofia europea” e gli effetti che le relazioni internazionali hanno sulla pratica istituzionale della filosofia. Etica e politica si scambiano anche attraverso le storie con cui/che/ ci raccontiamo.

Guarda la video-intervista di Annamaria Tagliavini a Rosi Braidotti

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