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TILT - Toxicant Induced Loss of Tolerance o Mcs - Sensibilità chimica multipla *

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Un messaggio, arrivò tempo fa: acquista l’Unità, una notizia ti farà piacere. Caterina Serra aveva vinto il “Premio Paola Biocca per il reportage” del 2006. Nessuno avrebbe dubitato che Caterina, giovane donna secondo il metro della ricerca sui giovani che studia soggetti fino ai 35 anni, venisse premiata per scrivere.

Tilt di Caterina SerraCiò che stupiva era la materia di cui si era occupata: come i più, non ne avevo sentito parlare. Chiesi il testo su cui aveva ottenuto il riconoscimento. L’intervista ad una donna colpita da una sindrome allora poco conosciuta in Italia era sconvolgente. L’approccio conveniente: Caterina aveva scelto di scomparire per dare spazio all’interlocutrice, Giuliana. Salvo che per il viaggio, l’arrivo e il congedo, dove introduceva ai segni del luogo e della persona incontrata. L’anno dopo era alle prese con un “romanzo” di chiare intenzioni: narrare di individui contaminati da agenti chimici e fisici qualsivoglia, colpiti da insorgenze improvvise, sindromi imprevedibili, incompatibilità assolute. Una Cernobyl personale davanti ad un fattore x, rossetto, profumo, conservante alimentare, farmaco, colorante delle stoffe, detersivo, vernice, colla dei mobili, fumo del riscaldamento e dell’auto, o campo elettrico e magnetico, e via all’infinito, che istantaneo spinge oltre la soglia d’intossicazione sostenibile. Una bomba addosso che fa scappare dalle case, dalle città, da tutto e vivere al vento di porte e finestre sempre aperte, se è quello il caso; o, al contrario, sequestra in bunker ritagliati da pareti sterili e stoffe dilavate, se è quest’altro il caso. In entrambe le varianti, ritrovarsi isolati, in un altro mondo, è la regola, mentre i contatti umani, per verificarsi, richiedono cerimoniali da fare impallidire le culture orientali del paravento.
TILT, acronimo in uso per la fase iniziale della Mcs è il titolo del libro, uscito da Einaudi nel 2008. In copertina si legge poi: La storia sconvolgente di chi non sopporta più tutta la chimica del mondo.

La raffinatezza del costrutto dice qualcosa dell’autrice. L’introibo, mezza paginetta, è quanto di più classico nella letteratura, il viaggio nella condizione umana: Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Un viaggio postmoderno, minimo, tuttavia: “Sto partendo per piccole città di provincia, periferie… Raccoglierò le storie di chi ha dovuto lasciare il mondo… Ascolterò le voci di chi non può più concedersi distrazione, incoscienza, e desiderio… Vedrò i segni ancora nascosti di una nuova malattia”. Chi ama percorrere gli indici dei libri, la loro partizione, vedrà che esso non appare nell’indice. Seguono l’incontro con Giuliana a Clusone e 11 movimenti che portano a 12 i testimoni. Il nome di ognuno indica il movimento in questione nel capitolo che si leggerà, ma non ricorre nel testo. Capitoli e nomi e testimoni intercalati, ritmati ognuno dal ritorno a Clusone, a sostare sulle parole di Giuliana che si srotolano lungo le ore, segnalate al minuto, del 28 marzo. In realtà, un’eccezione c’è: al movimento 11, uno, Massimo, parla per due, per sé e la sorella Terri, cui lo lega un’affinità speciale perfino nel malanno. Voci, luoghi, giorni, romanzo. Anche la chiusa, meno di mezza paginetta, non è registrata. Serra vi traccia una mappa personale: “Ora che sto tornando, faccio un cerchio intorno ai nomi di ciascuno, come si fa con i punti di un viaggio sulla carta, per non perderli, per portarli con me… In ogni cerchio sono entrata almeno una volta, per sempre”. Un ordine elegante, un andamento lineare e ricorsivo, spoglio ma stratificato, che torna su se stesso disegnando attorno a Giuliana una costellazione irregolare.

Non m’inoltro nel simbolismo del numero dodici che, in molte culture, indica il ciclo completo. Qui, si tratta piuttosto di voci plurali in andamento aperto. Le/i protagonisti del libro non sono casi clinici sovrapponibili, bensì una famiglia di figure simili e distinte in un qualche rapporto a distanza tra loro. Esistenze uniche che la catastrofe ha differentemente bandite dal mondo comune. Alcune Serra le ha solo ascoltate, con altre ha scambiato lettere. Telefono, computer, preparazione e simboli non esauriscono il bagaglio che accompagna le sue aspettative e il suo immaginario. Arrivata a Clusone, piccola città lombarda, le hanno indicato qualcosa da guardare: la facciata dell’Oratorio dei Disciplini, ove un pittore anonimo della seconda metà del Quattrocento ha ricapitolato i temi dell’arte europea a soggetto macabro: il trionfo della morte con relativa danza. Nella parte superiore il trionfo con i potenti della terra a supplicare scampo; al centro tre scheletri danzano a irridere tre viventi, tra cui una sola donna; in basso, semiscancellati, i vizi e le virtù.

Il 28 marzo Giuliana ha un’emicrania ricorrente di venerdì e sente più del solito: “Lo vedo che sei pulita. Ma ti sento ancora”. Indica il bagno, l’Anf 3, un anfotero per lavarsi, gli abiti per cambiarsi, il fazzoletto per coprirsi il capo. Le è successo all’improvviso, dice, la vita è cambiata in un giorno. Ora sente tutto, sente tutti. La pelle comincia a bruciarle, il respiro si strozza. Sapeva di avere un buon odorato, ora ha “il naso di un segugio”. Per toccare, per mangiare, per respirare deve pensarci su. Per vivere, ha dovuto decostruire, demolire il corpo e la vita precedenti. Per salvaguardare l’amore, incontra raramente il suo compagno. All’avvio del lungo dialogo spiega di stare meglio adesso che ha tolto i denti, i metalli e la formaldeide che aveva in bocca, le ossa della mandibola.
Antonia, primo movimento, assume cortisone per mantenere, con la tinta, il suo colore di capelli, a certificare che la sua identità è la stessa. Un giorno li ha tinti dal parrucchiere e le “scoppia la testa, edema cerebrale”. Due anni prima dell’intervista, all’ospedale dove lavorava, dipingono le pareti: cade a terra, crisi respiratoria, edema della glottide. Nessuna avvisaglia. Oggi è come se respirasse con lo stomaco, senza che l’aria passi da narici, palato, polmoni. Chiarisce: “l’olfatto è l’unico senso che non ha intermediari, niente freni, nessun impedimento volontario; è libero, vola direttamente al cervello”. Immagina che si avvii una mutazione adattiva, che del naso resti sul viso un’appendice di cartilagine molle. Alla diagnosi è arrivata a fatica, dopo mesi, da sola. Ma, non è ancora pronta a vivere in una campana di vetro “inodore e vuota”: porta i capelli biondo miele. Paolo, secondo movimento, ha un tavolino fuori dal caffè anche d’inverno, piova o nevichi, non entra, aspetta che lo vedano per ordinare un bicchiere d’acqua. Lì si svolge l’incontro. Dice di non avere molto da dire; “Il dolore fa un taglio netto. Io ho tagliato i ponti”. Non il dolore fisico, bensì la sofferenza del distacco. Introduce l’argomento che altri ripeteranno: non gli hanno creduto. Non la figlia: avendo scelto la cucina nuova che ha scatenato l’allergia, riteneva che volesse punirla. Non la moglie: pensava ad una depressione dovuta all’andare degli anni. Lui stesso non si credeva fino a quando, dopo notti d’insonnia, riuscì a dormire in una vecchia Citroën. Il tilt irruppe dopo che si era rifugiato in un albergo dai mobili di plastica: “Una sera crollo nella hall come la statua di Lenin tirata giù con le funi in una piazza di Bucarest”.

Nel testo Diana, Marion, Agnese, Nina, Nicola, Marta, Piero, Emma si fanno carico con loro di interrogativi, riflessività, linguaggi appropriati alle esperienze estreme del mondo in cui tutti siamo. Ogni racconto biografico addensa in poche pagine vicende di salute manifesta e malattia invisibile, squarci di relazioni interrotte o trasmutate, osservazioni sugli oggetti di consumo, sui luoghi di lavoro e l’organizzazione spaziale delle città, su istituzioni e servizi, cose senza cui noi esseri umani contemporanei sembriamo non saper vivere e che, invece, minano la nostra sopravvivenza.
Benché non sia libro da leggere prima di dormire, Tilt offre al contrario forti segnali di ciò che la psicologia francese chiama le ressort invisible, la capacità di chi, gettato nell’estremo pericolo, riesce a farvi fronte. Consapevolezze, invenzioni non sono distribuite uniformemente: c’è chi marca più forti indizi di sfascio, di fine. Eppure ironizza, fantastica alternative, si batte, resiste.
A Piero si notifica in due righe: “lei è cessato dal servizio”. Responsabile di biblioteca, poi del laboratorio fotografico di un dipartimento universitario, ha vissuto di passione del lavoro tra carte, dispositivi tossici, studenti. Non vede più nessuno se non la madre: “Ho cessato di esistere”. Colpisce, a maggior ragione, la fantasia di essere infettivo, “questione di pubblica sicurezza” non obliterabile; l’istanza di legittimare la “malattia che non esiste”; l’obiettivo di “morire informato”.

Strategie diversificate, a volte opposte: ciò che per uno funziona a un altro potrebbe essere fatale, perché il rischio si annida nel secchiaio della casalinga perfetta che era Nina, come nel laboratorio farmaceutico di famiglia ove è cresciuto Nicola e in ogni altro ambiente quotidiano. Cambiare è d’obbligo: le strategie riguardano innanzitutto il sé. Emma si sorprende: remissiva verso la madre da ragazza, adulta lo è stata con il marito; ora però non accetta niente. Ora, cosa impensabile per lei donna di casa, scrive; lo ha fatto contro lo spray di pulizia che le impediva di prendere l’ascensore. I condomini non la salutano più, ma “sono io che muoio, non loro”. Marta suonava il violino, ora dirige sé e gli altri come un direttore d’orchestra, un vigile nel traffico.
Organizza tutto prima: “Prima che sia troppo tardi. Prima che le cose succedano, è lì che vivo io”.
Case con vecchi mobili innocui o liberate da quelli nuovi, bonificate dai pavimenti ai tetti dei materiali di costruzione e dei rivestimenti elettrici in uso, svuotate di ogni detersivo e pulite e ripulite come gli indumenti lavati e rilavati con acqua, bicarbonato e sale; auto scarnificate, ridotte a ferro e vetro senza gomma e plastica. Agli antipodi si pongono Marion e Agnese. L’una sempre “fuori”, un materasso sul tettuccio dell’auto e via a dormire dove le capita e mangiare dove lo trova appena avverte il “nemico invisibile arrivare”. L’altra il male, l’odore, l’ombra li ha “dentro” e non può scappargli. Per reggersi, vive in “gabbia”, metafora e busto di ferro che s’infila ogni mattina appena alzata. Medici ignoranti la hanno bombardata di chemio, per scoprire in seguito che non si trattava di tumore al polmone e di nessun male canonico. Le ossa della schiena e del bacino hanno “le stesse possibilità di resistere di un castello di carte al primo vento”. A Giuliana è riuscito d’imporre la ripulitura di una sala operatoria, ossia “tutta la chimica del mondo chiusa in una stanza”, con una lista espertissima di sì e no, di materie consentite e materiali al bando. “Forse hanno avuto paura che il caso avesse una qualche eco … Intanto io sono qui. Mi è andata bene”.

Alcune circostanze paiono del tutto inedite, altre sembrano allacciarsi in modo nuovo a problemi ambientali vecchi. Diana, vissuta in zona di petrolchimico, la ha cambiata da 13 anni, da quando data il male. Per telefono rifiuta a Caterina l’incontro: “potresti farmi peggiorare, scusa, preferisco di no”. Le mostra la città area per area e la casa vano per vano via lettera. Descrizioni circostanziate di elementi non nocivi, di piante che “la NASA sostiene si nutrano di sostanze chimiche”. Cautamente riduce il cibo da evitare: tenta un pezzo di banana, due mele. L’aiuta il marito –“senza di lui sarei già morta”-, in un rapporto non più coniugale. Nicola racchiude il mondo vivibile e quello mortifero nell’immagine del Paradiso e dell’Inferno; farmacisti da generazioni, il nonno coltivava le erbe officinali in un orto-giardino nel cortile che gli regalava “il profumo del paradiso”. Dietro il cortile, prima una fabbrica di sapone, ora un colorificio.

Qualcuno ha pensato al suicidio, vi ha rinunciato in scienza e coscienza. Giuliana, che ha imparato a vivere in pochi centimetri, “a gustarmi ora per ora le ore che mi restano”, sottolinea la qualità della tenacia dell’esserci; l’attribuisce innanzitutto alle donne che “sanno sempre come rimediare. Non è che si adattino meglio degli uomini, semplicemente si inventano qualcosa…”. Tuttavia è Piero, persuaso che la conservazione della materia serbi parte della nostra vita dopo la morte, ad affermare che qualcosa d’altro resta e si trasmette oltre la materia: “ciò che di buono abbiamo dentro. E’ questa l’eternità”.

A Giuliana il racconto torna sempre. Lei è insieme in campo e fuori campo. Conosce, capisce, collega ogni persona; esprime al massimo il sapere del male e del viverci insieme, le dinamiche della realtà contaminata come oggi si mostra e il vaticinio di un mercato occhiuto che colmerà i bisogni che essa induce. Di fatto è attorno a lei, cui gli altri si rivolgono per consiglio, che prende forma la comunità invisibile dei malati negati, isolati, disconosciuti, decontaminati, degassati, vivi. Caterina le chiede in chiusura del dialogo se esistano sentimenti più forti tra persone che stanno male. La risposta parla di concessioni, di libertà: “chi sta male si concede di averli quei sentimenti … Come se godesse di una certa libertà, non di movimento, non di azione ma di animo”.

Letterariamente l’incontro, il libro si chiude sulla Danza macabra, con l’invito ad andarla a vedere insieme “Ti metterai la maschera e andremo”; “Speriamo che ci sia vento”. C’è da chiedersi cosa resti nel romanzo del reportage, del lavoro d’inchiesta; cosa l’autrice crei per narrare nuove forme di esistenza ardue, povere, essenziali. Resta ciò che ha mosso Caterina Serra a dare vita al suo periplo: l’urgenza della cura che dà voce ai viventi, di una conoscenza minuziosa che dà credibilità alla loro esperienza cui la scienza normale, il senso comune le divieta.
Le descrizioni dettagliate, maniacali accomunano, nel racconto, gli elenchi degli oggetti e delle sostanze nocive, dei materiali tollerati, dei modelli delle maschere protettive da indossare, alla rammemorazione poetica delle erbe paradisiache del nonno di Nicola o dei profumi della cucina magica della bisnonna di Marta: tra le pagine più belle.
Rivelazioni da mondi nascosti e segni visionari di mondi possibili convivono con facilità. La parsimonia delle parole e dei periodi, la sorveglianza del patetico, la rarefazione delle atmosfere a fronte della crudeltà delle situazioni e della consistenza degli argomenti distillati dall’esperienza, dice che quest’opera prima è riuscita a oltrepassare il genere documentario in un peculiare genere di finzione che penetra il presente senza cedere poesia.
Viene in mente un romanzo straordinario del disastro che ci incombe e della forza di ricominciare dai gesti quotidiani: La parete di Marlen Haushofer.

* Dal 2003 esiste A.M.I.C.A., Associazione per le Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale. Anni fa, nel 1991 Gabriella Turnaturi chiamò “associati per amore” quanti si uniscono per accompagnare la sofferenza di chi è parente, vicino, simile.

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