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Recensione di Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi

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Bellezza severa, modi franchi, Alina Marazzi informa secca il pubblico che ha a lungo applaudito Vogliamo anche le rose: ciò che s’è visto ora 7 marzo 2008, anteprima bolognese, non è il suo film, né lo rivedremo in tale veste; chi lo ha proiettato ha invertito le ultime due cassette.

Vogliamo anche le roseArrivata in tempo all’appuntamento, avevo trovato la fila dal cancello esterno che porta agli edifici della Cineteca all’ingresso delle sale di proiezione. Piovigginava e la folla in attesa stupiva, rallegrava. Ma non si entrava, tante erano sedute a terra, molti tornarono a casa per provarci l’indomani. Il posto di “Orlando” c’era. Guardai d’un fiato; lo stesso coinvolgimento mostrò chi intervenne dopo la proiezione. Persuasa che il mutato ordine degli addendi, al punto in cui era intervenuto, non cambiasse senso e qualità della narrazione, pensai che avrei messo giù le note prese al buio. Tacitai, quindi, l’impressione d’avere visto prima il finale logico, atteso e per tale percepito in sala - la rosa color rosa carminio, come la bocca che chiede “anche le rose” sul manifesto del film, seguita, a contrappunto ‘oggettivo’, dallo scorrere silenzioso delle leggi che in pochi decenni hanno mutato il diritto di famiglia, introdotto il divorzio, regolato l’interruzione volontaria di gravidanza, normato la violenza sessuale -, poi l’inatteso riaprirsi del racconto ‘in soggettiva’ che regge il documentario. In seguito decisi di vedere l’ordine voluto da Marazzi per i diari che ha prescelto, l’enorme materiale visionato, le animazioni e il girato originali che rendono il film una creazione poetica e politica. Tornai due volte in un cinema normale, sola l’una, con un’amica l’altra. Riparto da lì dopo un mese.

La visione s’avvia con un’immagine glamour di donna tra anni cinquanta e sessanta, impersonata da Patricia Neal, che, cappello importante e luminoso abito giallo, scruta il futuro nella sfera di cristallo. Subito un gioco di montaggio: ironicamente ciò che appare nella sfera è il corpo nudo di una giovane che balla assorta al raduno di Parco Lambro 1976. La donna, inorridita, si copre gli occhi con mani guantate di raso bianco fino al gomito. Il film prosegue veloce cumulando tratti di prima del rivoluzionamento e suoi antefatti. Dalla copertina di Grand Hotel, colonna sonora Le signorine da marito di Milly, a documenti privati e pubblici di quella che più tardi fu detta la ‘rivoluzione silenziosa’ degli anni sessanta, intrecciati a sequenze di animazione raffiguranti scene grottesche di matrimonio e lavoro casalingo. Vediamo così il commento sull’arretratezza del diritto di famiglia in Italia di una figura autorevole che mette la competenza giuridica al servizio dell’emancipazione, o la tavola rotonda presso Annabella sul caso d’infelicità coniugale sottoposto da una giovane madre all’anticonformista, seguitissima posta del cuore di Brunella Gasperini. Già di per sé la prima serie di materiali frammisti ad esterni costituisce un tessuto espositivo, fornisce all’insieme la struttura di racconto corale che si manterrà, tornando su temi ricorrenti: educazione, sessualità, coppia, maternità, ruoli maschili e femminili nella famiglia, nel lavoro, nella società. Alla cura nella scelta delle fonti - spesso rare, ove perle d’ovvietà convivono con acute riflessioni unite a puntuali spaccati di contesto - va parallelo il saldarsi senza salti e fratture dei generi narrativi, dal fotoromanzo alla pubblicità, dal film di finzione al filmino familiare e amatoriale, dalla fotografia al documentario, dai filmati underground all’animazione d’epoca o prodotta ex novo; a volte a sottolinearsi, a volte a contrastarsi, sempre a offrire significato. Così dicendo, si dice che è perfetto il montaggio di Ilaria Fraioli, com’è azzeccata l’animazione di Cristina Sarasini, perché il talento di Marazzi costruisce un unicum compiuto e problematico con un linguaggio audiovisuale nuovo rispetto ad altre innovative video-storie dedicate alle donne italiane.

Presto irrompe, tuttavia, una diversa dimensione, il discorrere di tre voci in successione che, facendo ciascuna la coscienza della propria vita, più hanno a che fare con l’esperienza umana femminile del momento, con le sue attese e inquietudini, con la ricerca coraggiosa e il mutamento epocale apportato in meno di vent’anni alle relazioni interpersonali e ai costumi sessuali di una società maschilista, patriarcale e maritale. Tre diari, individuati nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, restituiscono attraverso tre percorsi dell’identità femminile, come si diceva, il lato personale della trasformazione collettiva e donano un filo conduttore autocosciente al film. Le tre, chiamate Anita, Teresa e Valentina, hanno differenti estrazioni sociali e culturali, vivono il '68 e i ‘70 in età e città diverse, scrivono in momenti diversi: ‘67, '75, '79. I diari le mostrano alle prese con problemi che ciascuna in quelle generazioni, o quasi, affrontò in prima persona perché il personale si sapesse politico e la trasformazione fosse possibile. Le attrici Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti le leggono; tre donne di oggi riprese in super8 di allora prestano loro un volto. Scelta chiara quella di Marazzi: ascoltare, insieme a Silvia Ballestra con cui cura i testi, protagoniste comuni, senza videointerviste a figure note del femminismo. Semmai, molte sono riconoscibili tra quante appaiono nei materiali scelti, nomi di singole e di spazi pubblici di donne ricorrono nei ringraziamenti dei titoli di coda, segnalando chi e quali luoghi siano stati consultati.

Anita, giovane di famiglia borghese di Milano, fa i conti con il proprio corpo e con i coetanei maschi. L’idea di vivere amore e sessualità la spaventa – “Ci ha invitati la famiglia di sotto: questa sera devo andare per la prima volta a ballare! Ho una fifa maledetta, mal di stomaco eccetera. Quanti anni ho?? Quasi diciassette!!… e invece sono stata coraggiosissima”. Lo psicologo cui si rivolgerà, giunto alla diagnosi sommaria “allora è frigida”, l’include in un gruppo terapeutico. Commenta lei nel diario: “tacciamo tutte… una parola all’ora…”. Mentre a filosofia e in altre facoltà scoppia il ’68 con assemblee e manifestazioni che il film mostra, come mostra lotte operaie coeve, Anita analizza in solitudine l’educazione cattolica che la blocca, le convenzioni sociali cui vuole sfuggire: «Paura di compiere 19 anni, di frequentare l'università. Mi ribello all'idea del vestito bianco, dei parenti, del matrimonio, del contratto legale, della cerimonia in chiesa. Come si fa a vivere fuori dalle convenzioni sociali?». Accompagna parte delle sue parole un documento surreale su una fabbrica di bambole, sfondo la musica dei Ronin.

Al diario s’alternano scene che sottolineano il dinamismo impresso alla storia: un’esplosione in technicolor di lipstick e palloncini in marcia, una figura femminile in bianco e nero che, davanti allo specchio, cambia abiti e posture a velocità degne del più gran trasformista. Poi, immagini, discorsi, azioni: dalla ragazzina con famiglia sul sagrato della chiesa a interni di case dove mogli e madri commentano lucide i loro ruoli, punteggiate dal cartone animato dei Pagot che elegge Ragazza ideale chi meglio lava fazzoletti con Lauril; da padri e figlie in conflitto sulla libertà di vivere affetti e relazioni, al reparto Fiat dove inizia a lavorare una giovane che non cerca “lavori da donna”, né l’azienda per antonomasia gliene offrirebbe; dai dibattiti di ragazze e ragazzi sull’uguaglianza, alla discussione sul lavoro femminile nella scuola serale mista; dalla manifestazione di Valle Giulia a quella di Campo dei Fiori dell’8 marzo 1972, dove la polizia invita le manifestanti a salire sul marciapiede ottenendo la risposta: “noi non abbiamo paura di voi, voi avete paura di noi”, tra il biasimo di uomini che le guardano e il ricorso alla forza degli agenti. E moltissimo altro ancora. Attenzione speciale è data a uomini che, pochi, sostengono la ricerca delle compagne; come il marito al secchiaio che, a casa con la bimba, si dichiara contento che la moglie vada a scuola, perché “se la moglie è più allegra, è allegro anche il marito”. Sguardo affettuoso che si mantiene in seguito quando, a femminismo conclamato, scorrono più larghi stralci dell’inchiesta L’amore in Italia, che Comencini realizzò tra ‘76 e ’78 per la RAI. Circa gli anni in cui scrive Teresa.

Teresa vive in provincia di Bari. Amore e sesso li conosce grazie alla positiva relazione con un giovane. A vent’anni, però, a casa di lui quando i suoi non ci sono, rimane incinta e percorre la trafila dell’aborto clandestino a Roma con l'aiuto dell'AIED, nel momento degli arresti al CISA di Firenze. Sul diario annota: «Sono due mesi che non scrivo. Ho provato tante volte ad aprire questa agenda. Mi mancava il coraggio di confidare quello che temevo mi stesse accadendo. Adesso sembra solo una storia da raccontare. La storia di un aborto. La storia del mio aborto …”. Il documentario segue il diario ricostruendo i passaggi dall’astratta adesione alla possibilità d’abortire, alla paura del ritrovarsi incinta: “per me la tragedia, per me la fine, penso solo a mio padre, a mia madre”; all’impressione di non avere alternative: “in verità, io non sono sicura di avere scelto. Temo di non aver avuto scelta”; alla sofferenza dell’interruzione di gravidanza in un ambiente estraneo, gelido: “spaventatissima”, ridotta a “un blocco di dolore ghiacciato”; alla consapevolezza razionale di aver “diritto alla libertà”, cui segue l’inquietante sogno ricorrente che si chiude sul parto di un mostro. “Perché questo sogno ora che tutto è finito?”. E’ una delle sequenze migliori del girato di Marazzi. Segno lacerante delle ambivalenze, dei costi personali pagati per una liberazione esposta periodicamente al rischio di essere rimessa in discussione.

Se sono spinta a rammentare ciò che mostra ogni parte di Vogliamo anche le rose non è solo perché la pellicola funziona come un’archeologia degli anni sessanta e settanta, idea espressa da altre, mentre di “una storia d’Italia” ha parlato il direttore della Cineteca di Bologna, Gian Luca Farinelli. E’ innanzitutto per il mescolarsi, nel guardarlo, del piacere dell’agnizione al piacere della scoperta. Infatti, per chi ha preso parte attiva in quegli sconvolgimenti, tutto ciò che si mostra di quegli anni era pensabile, possibile. L’operaia cattolica che dà contro al parroco quando chiama peccato la contraccezione, perché le sue figlie meritano di crescere degnamente e in famiglie numerose “le figlie degli operai soffrono”, il prelato che, nel dibattito con note femministe, afferma che “la donna ammazza il figlio” nell’aborto. Le cose mai viste, l’educazione sessuale mediante fotoromanzi di Luigi de Marchi e AIED, dove una protagonista (Paola Pitagora) spiega al partner che “il segreto della nuova felicità” è la pillola anticoncezionale, la riproposizione del Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro di Alberto Grifi, l’esilarante Casalinga Pasticciona (?), non risultano meno familiari dei volti amici e belli di alcune intervistate insieme ai loro compagni da Comencini; una che afferma che si sentirebbe “una deficiente” a praticare il coito orale semplicemente perché non le piace, l’altra che ragiona sull’amore come “parola equivoca”, trappola. Coppie che tentano nuovi stili di vita, coppie che si disfano all’irruzione di desiderio e libertà femminili - alla domanda sul disagio più forte provato nel mutamento, un intervistato risponde: “il femminismo...mi sono sentito aggredito e sbattuto a terra, calpestato. O ci stai o sei un maschio fascista”. Parole aperte, sincere anche quelle della donna in Sicilia che dà ragione alle “femministe”, ma il marito comanda.

Sono soprattutto l’ultima parte del film, l’ultimo diario ad essere intrecciati a cortometraggi underground, a materiale sperimentale. L’omaggio a Roni Daopuolo e Annabella Miscuglio, Adriana Monti, Loredana Rotondo, a Paola Agosti o ad altre autrici di foto, documenti e memorie visive, sembra fare parte della più complessiva risalita genealogica compiuta dall’opera di Marazzi.

Valentina è la sola ad esser parte di un collettivo politico, un collettivo romano di Via del Governo Vecchio. Scrive: “Bisogna trovare un modello da seguire. Ci guardiamo intorno e vediamo che non ce ne sono”. Suo intento è “scrivere delle relazioni tra donne, ma con senso di rispetto”, eppure non riesce a farlo come vorrebbe. Né s’accetta: non ama la propria immagine, non è a proprio agio nella relazione con il partner, si sente diversa, “una clitoridea” in “una schiera di vaginali” (l’animazione presenta sagome seriali di attrici e attori con bocche accostate e pronte ai baci). Le sue istanze, la sua indagine sono difficili; avverte di dover dare forma a qualcosa che ancora non c’è e non ha forma. L’incontro con un’altra donna porta a galla “una parte nascosta della mia vita”, favorisce la metamorfosi che passa, come per tante ‘antenate’ se non donne di oggi, attraverso il taglio dei capelli, una nuova immagine, la rottura del rapporto con l’uomo. Valentina riconosce “il coraggio delle donne” nell’indagare i rapporti donna/donna, un coraggio che manca agli uomini; comprende la “forza del separatismo”. Teme il danno che “ci” verrà nel tempo lungo dopo la sconfitta del ’77.

Una figura sfumata che danza sulla spiaggia, le ombre accostate di due donne che camminano all’aperto sono segni leggeri del profondo rivolgimento intimo, immateriale intervenuto. Aggettivo Donna titola la sequenza tratta dall’omonimo film del 1971, che si volle primo esempio di cinema collettivo femminista e metteva in ridicolo, riportandone frasi celebri, la misoginia di grandi autori. Oggi che un sapiente lavoro d’analisi di testi sacri della poesia e della filosofia è stato fatto da numerose pensatrici, l’approccio può parere antiquato. Ma non lo è; e ne è prova il brano Grandi pensatori dei già richiamati Ronin. Manifestazioni, collettivi, sedi, copertine di riviste, ‘piccoli gruppi’, l’autopresentazione burlesca di una sequela di ‘avanguardie’ romane al suono di Meckie Messer rivisitata con parole di movimento, non meno dell’autoironico “noi saremmo il gruppo politico”, riferito al gruppetto organizzativo di Governo Vecchio, danno misure diverse di un moto imprevisto e differente da ogni altro, nonché della sua diffusiva contagiosità. Il ”Siamo realiste, vogliamo l’impossibile” impresso al tempo sul muro di una sede d’incontro è, quindi, una buona rappresentazione di coorti di donne che ritennero non solo necessario, ma possibile rivoluzionare l’immaginario e il sapere, non meno che le condizioni di vita e la famiglia. E si diedero a farlo.

Non so se tecnicamente le voci di Caprioli, Saponangelo e Carnelutti diano vita ad una voce fuori campo. In realtà sono voci in campo, indistricabili da ciò che vediamo, come lo sono il corpo e l’io. Sono testo, non metatesto o note a piè pagina. Non a caso, Valentina, a coronamento della ricerca del modo per dire ciò che non ha codice, richiama il diario di chi i modi li ha trovati, il Taci, anzi parla di Carla Lonzi (1978). Solo libro topico nominato con la Lettera a una professoressa di Don Milani (1966), che appare, lettura sconvolgente, nel diario iniziale di Anita. Marazzi mostra qui di aver colto l’essenziale di quella grande trasformazione. Come lei stessa ha detto in chiusura della serata bolognese, avrebbe potuto costruire un documentario facendo scorrere sotto i nostri occhi manifestazioni di donne per i tre quarti del filmato, dato che costituiscono il materiale di repertorio più abbondante e più facile a reperirsi. Ma avrebbe mancato, appunto, l’essenziale.

Un riconoscimento a parte meritano le musiche dei Ronin. Si può dire che, costeggiando le sonorità del tempo, vi si integrino perfettamente. Le canzoni La fabbrica delle bambole, come i temi dedicati alle tre protagoniste e ai Sogni di Teresa, o La casalinga pasticciona e Governo vecchio rievocano in modo struggente o spassoso atmosfere degli anni sessanta e settanta. D’altro lato, esse offrono un contrappunto lento o pensoso anche ai momenti di maggiore accelerazione, come la corsa sulla neve in fila indiana del “piccolo gruppo” fotografato da una sua componente (Valentina). Qualcuno che se n’intende, recensendo l’album Vogliamo anche le rose dell’etichetta Warner Chappel, ha scritto che i Ronin riescono ad inserire una sensibilità post, “quel pizzico di morte, quel tratto anemico che trasmette un freddo distacco e, insieme, una calda emotività”. A lui che afferma di ritenerli da sempre “ottimi interpreti di colonne sonore per pellicole mai girate” e, pertanto, non ha voluto vedere il film girato con quelle musiche, vorrei chiedere di andare a vederlo.

Con una freschezza di sguardo, una leggerezza di passo che, rompendo stereotipi ossidati sul femminismo ed evitandone secche scolastiche, restituiscono l’autenticità, la consapevolezza delle protagoniste, anche Marazzi propone una visione post e ottiene attenzione, stimola riflessione. Vogliamo anche le rose, dov’è stato proiettato, un primo effetto politico lo ha avuto: favorire passaggi, comprensione tra donne che hanno agito negli anni '70 e giovani d’oggi. Le prime si sono riconosciute, meravigliate d’essere state captate a fondo da una venuta ‘dopo’; le seconde, specie le adolescenti e le studenti dei primi anni di università hanno scoperto, suo tramite, matrici sofferte e gioiose di scelte e diritti dati spesso per acquisiti e oggi duramente attaccati. Marazzi spiega l’esito del suo cinema con lo sguardo ironico e compassionevole con cui ha considerato gli accadimenti; con il bilanciamento cercato tra statuto drammatico degli eventi e andamento lieve del racconto. Un’attitudine, la sua, che si riconosce attitudine di donna. Che la sua intenzionalità si sia tradotta in un’opera consistente, credibile, smagliante, opera che circola, riempie di sollievo e orgoglio.

Il bellissimo lavoro di Marazzi è uscito nelle sale in piena offensiva di Giuliano Ferrara per la ‘moratoria dell’aborto’; in concomitanza con il sempre più insistito dettato della Chiesa a difesa della vita fino dalla fecondazione dell’ovulo. In questi ultimi giorni, poi, da media internazionali e nazionali più uomini che donne sottolineano il salto all’indietro delle donne italiane.
L’autrice lo ha concepito assai prima, in continuità con il bellissimo Un’ora sola ti vorrei, dedicato a ritessere il rapporto con la madre Liseli, morta nel 1972 di depressione e ricoveri psichiatrici, quando lei aveva 8 anni. Marazzi ha parlato in più interviste, ed anche rispondendo il 7 marzo alla domanda circa il legame tra i due film di Annamaria Tagliavini, direttora della Biblioteca Italiana delle Donne, di ricerca di 'madri simboliche’, di ripresa del “filo della storia…ma a più voci”.

E’, tuttavia, davvero opportuno che questo lavoro sia arrivato nel bel mezzo di un conflitto astioso e spudorato; perché in quel conflitto possiamo riprenderlo e usarlo, e non solo goderne, a sollevare una volta di più i temi che, apparentemente messi in mora in quanto ‘eticamente sensibili’ e lasciati alla libertà di coscienza di ciascuno da forze politiche che si vogliono prudenti e rispettose, sono oggi più ancora di ieri al centro della scena pubblica e di scontri di civiltà.

Ed è un invito a rilanciare anche da questo magazine, senza steccati, la discussione e riflessione sulla politica, e il nostro ruolo in essa, già lanciata da riviste in mano più a donne che a uomini.

Guarda il trailer del film:

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