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Recensione di Morandi, testi di Luigi Gozzi e regia di Marinella Manicardi

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Ho deciso di vedere “Morandi”, testi di Luigi Gozzi e regia di Marinella Manicardi, appena ho imparato che sarebbe andato in scena. L’ammiro dal liceo, quando un formidabile docente di storia dell’arte ci spediva a vedere Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, Piero della Francesca per capire i contemporanei. Al Centro Donne, ex convento di Santa Cristina, si accede anche da Piazzetta Morandi, uno slargo della Fondazza, la via dove abitavano Giorgio e le tre sorelle. Quella via popolare è sita nel vertice colto del trapezio immaginario che racchiude il centro storico di Bologna, o così si diceva mentre crescevo e l’istituto classico della zona ne menava vanto sull’altro che frequentavo in altra zona. Ho prenotato i biglietti all’Arena del Sole per me e una cognata petroniana: ridicolmente, mi pareva opportuno conoscere le colline ritratte nei suoi paesaggi per appartenere ambedue a famiglie che ci hanno passato lo sfollamento durante la guerra e le vacanze per generazioni. Nessuna meraviglia, poi, se la più recente delle librerie di Piazza Aldrovandi espone la "stesura originaria" del Morandi di Francesco Arcangeli, che mi riprometto d’acquistare. La mattina presto passeggi in Aldrovandi con il cane e guardi i libri in vetrina senza che l’assembramento dei ragazzi con birra in mano lo spaventi, ma a quell’ora solo giornalai e negozi di alimentari sono aperti.

Il Teatro delle Moline è spazio per 50 spettatori; la sera che ci andiamo è pieno. Le pareti che racchiudono la scena valgono da schermi giganti. Sul palco, a sinistra, c’è un tavolo rotondo di noce cui sono accostate bottiglie, scatole, barattoli pitturati o incartati, che Morandi dipingeva. Al centro tre sedie di foggia vecchiotta fanno da pendant al tavolo in contrasto con la modernità dell’insieme. Lo schermo centrale prende a inviare parole che si ripetono, nemmeno tazza silenzio Futurismo fumo spazio paesaggio Corot serie calanchi ecc.. Al contrario delle TAG di Internet che si rimpiccioliscono, lentamente quelle parole s’ingigantiscono fino a farsi illeggibili e ad incombere. Una prima sorella, entrando in scena, prende in silenzio un tempo lungo per sedersi, fare piccoli gesti, muoversi, osservare; lo stesso avviene con i tempi della seconda che, ignorandola, si siede sul lato opposto, si toglie le scarpe, si alza, guarda. In fretta arriva la terza, ma ha il tempo per mostrarsi e individuarsi. Hanno abiti di taglio elegante, lineare da tardi anni cinquanta o primi anni sessanta; colori pastello luminosi alla Hopper. Nell’azione teatrale mai si chiamano per nome; il nome che torna sulle loro bocche è quello del pittore assente. Formano un coro che agisce, commenta, ricorda, racconta. Solo per differenza individui dapprima chi sia Dina, perché, sottolinea il dialogo, è quella ammessa a riassettare la stanza invalicabile occupata da Giorgio. Ma è nello svolgimento della rappresentazione che le tre, anche Anna e Maria Teresa, talvolta per contrasto talvolta in autonomia, assumono caratteri diversi e agiscono come “persone” entro il ruolo scenico e nella relazione affettuosa, e implicitamente gerarchica, che le lega tra loro e al fratello. Di rado avviene, come nella paura davanti al rombo dei bombardamenti, che il viluppo dei loro corpi le svincoli dalla narrazione che ha al centro il famoso fratello. Alla fine, tuttavia, puoi essere certa di avere incontrato le sorelle Morandi: Anna (Marina Pitta), Dina (Alessandra Frabetti), Maria Teresa (Marinella Manicardi), e non solo l’onnipresente assente Giorgio.

Il pittore e la sua pittura sono il soggetto e l’oggetto di cui “Morandi”, come il titolo annuncia e la spettatrice/spettatore s’attendono, va in cerca. Che fosse facile restituire, se non rappresentare, Giorgio Morandi e la sua opera non si può dire. Perché si abbiano emozioni e ragioni per lasciare il teatro profondamente convinte va, quindi, argomentato. Biografia e illustrazione dell’opera, compiti contestuali assunti dalla pièce, s’intrecciano misurate e adeguate nel crescendo del ritmo o dell’intensità che porta alla fine della vita e del dipingere. La scrittura dei testi essenziale, in molti passaggi si fa impersonale, illuminante e lirica. All’avvio del racconto, la prima sorella (Maria Teresa) traccia sul terreno col piede l’area che contiene le poche vie e luoghi abitati da Morandi, a darci insieme il perimetro del suo esistere e del racconto che si svolgerà. A farsi memoria teatrante e tessuto teatrale sono i ricordi che le sorelle inscenano fitti al presente o al passato: la quotidianità in una casa senza comodità, le incombenze totalizzanti assunte per il fratello, i molti visitatori a lui più o meno accetti, la posta illustre e ordinaria a lui destinata, le committenze da lui accolte o respinte, i suoi spostamenti, brevi e meno brevi, sempre in treno accelerato, le letture a Giorgio care.

Nei loro discorsi e sguardi ci è restituito il modo di guardare e di scegliere le cose da guardare dello stesso Morandi, così come il suo ascolto e la scelta di chi ascoltare. Di lì passa il conflitto irrisolto con Arcangeli, la determinazione a far pittura tutto il tempo disponibile o quasi. Perché, in realtà, la casa è frequentata, talvolta lui resta fuori fino a tardi o non disdegna l’invito di un amico pittore ad una festa romana. Il racconto è spesso obliquo, come quando le sorelle, sollecite e borbottanti, nominano, più che maneggiare, gli oggetti da portare con sé a Grizzana, dove forse si passerà l’inverno con un fratello che si fa anziano. Oggetti, viene detto, che hanno ragione di far presa più della figura umana, se ci sopravvivono come possiamo constatare. Tutti necessari, i “suoi” oggetti, dal cannocchiale che non si trova ma infine salta fuori da una scatola ad uno straccio, “lo straccio di Giorgio”, che, chissà perché, si tira sempre dietro e arriverà, lo racconta soddisfatta chi meno lo censura, nella stanza ricostruita a Palazzo dove lei lo ha portato. In registro casalingo è il discorso sulla vera stanza del pittore, che non si può pulire come si deve perché, secondo lui, la polvere lascia sugli oggetti un segno di cui hanno bisogno. Alta la lettura di poesie di Leopardi, Cardarelli, Montale offerta dalle voci di ogni sorella, con il controcanto stizzito di Dina, che il Leopardi di “quel Frammento” non lo conosce e sciorina il consueto sapere scolastico, o di quello pudico di Maria Teresa che accenna al rapporto del fratello a Montale. Come non aspettarsi di trovare il primo e il terzo poeta negli scaffali di Morandi?

I dipinti riprodotti sono pochi, ma la parola sulla pittura è un basso continuo perspicuo, dai colpi veloci di pennello, al rifiuto del “troppo” colore, all’uso dell’assenza e presenza dell’ombra, a quel “’noi’ non siamo prospettici” in paragone con la grande tradizione della prospettiva, mescolato dalle sorelle al racconto di una giusta proporzione riconosciuta dal pittore agli Appennini contro lo scarto improprio dello sguardo imposto dall’altezza delle Alpi.

Dapprima lo schermo offre a intervalli piccole macchie, tracce leggere come cirri, poi mostra segmenti e dettagli di quadri di Morandi comparati a particolari e porzioni di affreschi e tele di maestri della pittura italiana: il manico di un bricco scuro come l’arco del braccio vestito di blu appoggiato sul ventre della Madonna del Parto; la zampa di un cavallo, presa dal ciclo della Leggenda della vera Croce, come il corpo cilindrico e rastremato di una bottiglia, ambedue bianche di più di un bianco; aggiunge qualche dipinto intero, rinnovata occasione di pensieri sul lavoro morandiano mai separati del racconto teatrale; un’unica collazione di quadri sottolinea la serialità, le forme e le composizioni ricorrenti, di un pittore conscio di essere coevo a fotografia e cinema. L’indugio più forte è sul dipinto finale, composizione di un oggetto a doppio corpo - forse un imbuto poggiante su un contenitore cilindrico paragonati nel testo alla tenda del Sogno di Costantino -, e di una più bassa scatola quadrata. A quel punto, lo sfondo e le figure accostate paiono confondersi, scambiarsi una medesima materia, mentre la linea di separazione, l’ombra che, netta e continua, divide, taglia, è interna alla composizione in maniera, ci viene suggerito, irrimediabile, forse inquietante e minacciosa.

Si è tentate di nominare tutto, lodare musiche e immagini, non solo scene e costumi. E’ bene che ciascuna/o veda da sé. Le rappresentazioni continuano fino al 20 marzo 2008 al Teatro delle Moline. Le scene e i costumi sono di Davide Amadei; le musiche di Antonia Gozzi; le immagini di muschi&licheni.

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