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Recensione di Due partite, spettacolo teatrale di Cristina Comencini

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E' il titolo dello spettacolo teatrale, in scena dall'8 al 13 gennaio al Teatro Duse di Bologna, nonché vincitore del Premio Gassman quale miglior spettacolo e miglior testo italiano della stagione 2006/2007. L'abilissima Cristina Comencini, autrice e regista della commedia, regala agli spettatori due ore di dialoghi sapientemente costruiti, che scivolano via con inimitabile freschezza, nonosante la pièce riveli in ogni battuta la profondità disarmante della riflessione sui rapporti intra-familiari.

Non è un caso che, per la stesura di Due partite, l'autrice abbia cercato ispirazione, come racconta lei stessa, nel suo “nume tutelare” Natalia Ginzburg, con la speranza che anche il suo debutto teatrale riuscisse a portare in scena quello “spirito anticonformista e ribelle che [...] animava” Ti ho sposato per allegria, scritto da Ginzburg negli anni '60. Così anche noi, una volta alzato il sipario, ci caliamo in un salotto borghese degli anni '60 italiani, in cui quattro donne si ritrovano ogni giovedì sera per scoprire le proprie carte. Due atti, due partite e due partite anche nel primo atto. Una è quella palese, evidente, una canasta intrecciata di parole, che dovrebbe servire a distogliere le protagoniste dall'altra partita, ben più impegnativa, che queste vivono quotidianamente tra le mura domestiche: la loro vita di mogli, la loro vita di madri, la loro vita di amanti, in altre parole la partita dell'essere donne.
Gabriella, Beatrice, Claudia e Sofia si conoscono da molto tempo, si confidano, si provocano, si consolano, riflettono sulle loro vite con acume, desolazione, fastidio e molta ironia. Nella stanza accanto alla loro le figlie giocano insieme a fare le adulte, tutte tranne una, Giulia, con la cui nascita si conclude il primo atto.

Nel secondo atto il sipario si riapre su uno scenario che, quasi a rafforzare la trama del racconto, nonostante i cambiamenti apparenti, dati dal tempo e dalle circostanze, in realtà è sempre lo stesso di prima. E' qui che conosciamo Sara, Giulia, Cecilia e Rossella, le rispettive figlie dei quattro personaggi finemente tratteggiati nel primo atto. Si ritrovano in quello stesso salotto in cui le madri giocavano a carte, in occasione della morte di una di queste e noi osserviamo i cambiamenti generazionali, insieme al riproporsi di situazioni già viste. Tutto sembra potersi sintetizzare nella battuta pronunciata più volte durante la rappresentazione, prima da Gabriella, poi da Sara: “non se ne esce”.
La performance della femminilità è una trappola dalla quale non si può uscire vincenti. Le figlie che riescono a realizzare i sogni mancati delle madri, si sentono comunque frustrate e insoddisfatte per le stesse motivazioni uguali e contrarie che portavano le madri alle lacrime.

Si sente chiaramente per tutta la durata dello spettacolo un forte senso di incomunicabilità tra l'universo maschile (che pur non essendo fisicamente sul palco, è ben presente con tutte le sue implicazioni) e quello femminile, tra i desideri degli uni e delle altre, tra la facciata rispettabile e illusoria che le famiglie si sforzano di mantenere e la loro desolante realtà quotidiana.
C'è una sovrastruttura, tacitamente accettata, che perpetra le sue istituzioni e ci rende costantemente inadeguate. Talvolta ci porta ad una solitudine disarmante, ci obbliga a rispettare convenzioni che ci stanno strette e poi ci logorano, a volte irrimediabilmente.
Magistrale l'interpretazione delle quattro attrici, tra le quali spiccano Susanna Marcomeni e Stefania Felicioli.

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