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Dédé Davanture. Lezione alle/gli studenti

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In occasione del Premio “Sigillo della Pace” 2006 - Palazzo Vecchio - Firenze

“Ho incontrato l’Africa all’inizio degli anni Settanta. Lavoravo già, come montatrice, da parecchi anni; vale a dire avevo una carriera già molto ben avviata. I miei ambiti erano il cinema classico, con una passione speciale per i giovani registi che cercavano strade nuove nella loro professione. Ho anche lavorato molto per la televisione francese, insieme con i migliori giornalisti e registi, in un momento in cui si producevano grandi documentari sui problemi del mondo: erano grandi reportage con l’interesse molto vivo per quello che accadeva fuori dalla Francia.

Erano anni in cui convivevano l’ interesse, da parte dello Stato Francese, di mantenere un ruolo nella politica internazionale, ed un genuino interesse, si potrebbe dire terzomondista, a capire i mutamenti in atto nel pianeta . Per caso - come in fondo per caso avevo scelto di fare questo mestiere - qualcuno mi ha proposto l’Africa. Ho incontrato il responsabile della Sezione tecnica del Ministero della Cooperazione che si occupava del cinema africano; mi ha chiesto se volevo entrare nell’organico dato che gli occorreva un esperto di montaggio, e ho risposto di sì.

Credo che di dovervi raccontare, a questo punto, qualcosa di molto personale: l’Africa per me era stata un sogno dell’infanzia. Al tempo della guerra ero una ragazzina e avevo un fratello antifascista che aveva seguito la parte delle forze armate francesi riorganizzate dal Generale De Gaulle, nei territori coloniali. Questo mio fratello era stato a Ouagadougou e mi aveva scritto da lì molte lettere. Ouagadougou, per me, era dunque un posto magico. Inoltre avevo uno zio, il fratello di mia madre, che era direttore della Banca dell’Africa Occidentale. Lui per me era il personaggio che abitava l’altrove: ci spediva oggetti favolosi e cibi esotici che non somigliavano alle cose che utilizzavamo tutti i giorni o ai cibi che normalmente erano in tavola. Poi, quando c’è stata la liberazione, in Corsica sono arrivati i fucilieri senegalesi che, appunto facevano parte dell’esercito di De Gaulle. Di loro parla un ottimo film che è uscito in Francia quest’anno Indigenes che riconosce per la prima volta i loro meriti a questi ragazzi, che hanno combattuto contro i nazisti e i loro amici e che provenivano dalle colonie della Francia: dunque questi soldati giovanissimi sono sbarcati in Corsica e con loro è finito l’incubo della guerra.

Noi abitavamo in un paese sperduto sulle montagne e tutto quello che veniva da fuori mi attirava moltissimo. Dovete capire che vivere su una montagna e per di più in un’isola è proprio crescere in capo al mondo.

Succede che un giorno ci sono dei giovani ufficiali francesi che abitano in casa dei miei: era necessario ospitarli, dare loro delle camere, per noi era un po’ come se fosse tornato mio fratello. I soldati senegalesi, invece, erano nelle tende, accampati lungo le pendici della montagna. La Resistenza aveva assegnato ufficiali e sottoufficiali alle famiglie mentre per i soldati senegalesi avevano scelto il bosco dei castagni. A noi bambini avevano proibito di andare a vedere i soldati senegalesi, non dovevamo neanche avvicinarci. Naturalemente, come tutti i bambini del mondo, abbiamo disubbidito agli ordini e passavamo tutto il tempo con i ragazzi senegalesi: andavamo nelle loro tende, li seguivamo per strada, li accompagnavamo nel bosco, sotto gli alberi. Credo che allora sia accaduta per me una cosa importante. Ho sperimentato la fascinazione della differenza. I senegalesi erano molto pazienti e non si arrabbiavano neanche quando combinavamo qualche disastro, erano straordinariamente protettivi verso i bambini. Ad esempio, alla fine della guerra non c’erano proprio soldi e neanche scarpe, o meglio le scarpe che potevamo avere non ci piacevano e quindi andavamo a piedi nudi. I boschi erano di castagni e quindi a terra c’erano i ricci delle castagne. I soldati, che avevano gli scarponi, ci prendevano i n braccio perché non ci facessimo male con le spine. Ci proteggevano e raccontavano storie bellissime. Insomma si era sviluppato un rapporto meraviglioso.

Un giorno, all’improvviso sono partiti. Ci hanno salutato la sera perché andavano via alle quattro del mattino.Noi bambini ci siamo svegliati prestissimo per accompagnarli: Per me è stato terribile. Avevo un amico e lo sentivo chiamare nella notte: “Dédé, Dèdé” ma non sono riuscita a trovarlo. E’ stata un’esperienza che ha segnato profondamente la mia infanzia. Mi ha portato a formulare delle riflessioni sulla guerra che potrei riassumere così: la guerra era qualcosa che si subiva, che faceva perdere le persone; la mia amicizia senegalese era il desiderio dell’altrove che aveva fatto nascere in me la voglia di andare lontano e vedere i luoghi da dove queste persone, così speciali, erano venute.
Quando ho avuto l’occasione di lavorare in Africa non sapevo nemmeno che il cinema africano esistesse…

Non ci crederete ma mi hanno mandato a Ouagadougou a selezionare estratti di film per un festival. Mi sembrava un miracolo già questo: un sogno dell’infanzia che si realizzava. Così ho scoperto un cinema che non conoscevo e che in Europa nessuno vedeva. Si trattava di un cinema essenziale, sia perché molti dei registi erano alla loro prima esperienza, a volte era il primo film che si girava in un determinato paese africano, poi perché trattavano problemi profondi, essenziali per loro. Così mi sono trovata a piangere, per fortuna da sola e al buio, davanti a un film di Sembène Ousmane!

Sono stata subito attratta dal fatto che si mettevano in scena immagini relative ad una tradizione prevalentemente orale.
Ho iniziato così a lavorare con i registi africani. Naturalmente mi occupavo prevalentemente del montaggio ma facevo anche da tramite con le istituzioni, i produttori e gli intellettuali francesi disposti ad aiutare il cinema africano Ho collaborato, a tutto campo, con Souleymane Cissé, Safi Faye, Gaston Kaboré, Fanta Regina Nacro e molti altri.

Sono stati anni splendidi e difficili. Girare un film nei paesi africani era un’avventura in tutti i sensi. Difficile trovare pellicola, difficili i trasporti, pochi i tecnici formati, impossibile montare in loco. Difficile anche la situazione politica. Benché i paesi di giovane indipendenza fossero pieni di energia, era molto facile offendere qualche potente locale e trovarsi di fronte ad ostacoli insormontabili. In tutti i casi ne valeva sempre la pena.

C’era una necessità assoluta d’espressione, un nuovo cinema che nasceva, erede diretto dei griot, i cantastorie africani che, da sempre, trasmettevano la cultura e criticavano i potenti. Qualcosa di simile stava succedendo con la musica. La musica africana nel mondo era conosciutissima, anzi dominante ma era musica passata attraverso l’America del Nord e del Sud, la musica degli schiavi che aveva conquistato i nipoti dei padroni. Incredibile!

Mentre, naturalmente, l’Africa era piena di musica africana che nessuno conosceva. Ora finalmente si cominciava a conoscere la musica africana contemporanea. Finalmente il mondo avrebbe conosciuto anche il cinema africano!
Ma per il cinema le cose erano più complicate, per la tecnologia ancora tutta occidentale e difficilmente disponibile e anche per la necessità degli autori africani di darsi un linguaggio e dei soggetti propri. Molte culture africane sono prevalentemente orali e molti autori africani hanno scritto le loro opere in francese o in inglese: a quali esperienze occorreva ricollegarsi?

Molti registi scelsero di puntare la loro attenzione sulle donne, quelle reali e quelle dei racconti fantastici perché in tutti i casi costituivano un fortissimo elemento di sovversione; mettevano in contatto mondi diversi, uomini/animali, spiriti/esseri umani, con il canto, con la danza, con i muri delle case dipinti di vivaci colori.
Si poteva, attraverso di loro utilizzare la tradizione orale e le suggestioni dell’arte classica e contemporaneamente essere realisti e parlare del desiderio e della libertà”.

(libera trascrizione, e parziale, della lezione rivolta da Andrè Davanture alle/gli studenti, in occasione del Premio Sigillo della Pace 2006 - Palazzo Vecchio, Firenze. Dall'archivio L.I.D.)

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