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Maria de Corral e Rosa Martinez : la differenza al lavoro nell’arte, in relazione e prossimità

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Per la prima volta nel corso dei suoi 110 di attività, l’edizione 2005 della Biennale d’arte contemporanea di Venezia, ci permette di guardare quello che l’arte può dirci attraverso le scelte di due donne, Maria de Corral e Rosa Martinez, che ne hanno avuto la direzione.

Maria de Corral e Rosa MartinezSi staziona nelle sale, ci si siede o ci si allunga sui materassini a guardare, si indugia lungo i percorsi, in alcune stanze salgono odori ad indiziare metafore e significati: ricordo tra tutti Tania Bruguera e la sua bella installazione “Poetic Justice” fatta di bustine di tè usate, tra le prime sale de L’Esperienza dell’arte ai Giardini.

“L’esperienza dell’arte” e “Sempre un po’ più lontano” si intitolano i due progetti espositivi, che le curatrici hanno proposto in mostra, selezionando il lavoro di circa 100 tra artiste e artisti della nostra contemporaneità. Maria de Corral, già direttrice del settore Arti Visive della Fondazione La Caixa di Barcellona e del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, attualmente direttrice del progetto per il nuovo Museo di arte moderna e contemporanea della città di Santander in Spagna, ha curato la raccolta “L’esperienza dell’arte” allestita nelle 34 sale del Padiglione Italia ai Giardini. Dipinti, video e installazioni, realizzati tra gli anni ’70 e l’oggi: “...mi piacerebbe che il percorso interno al Padiglione Italia fosse vissuto non come una storia compiuta ma come un processo fatto di relazioni tra soggetti, forme, idee, spazi diversi”.

Relazioni anche tra generi e generazioni diverse che lavorano a idee sull’arte e la vita dell’oggi. “...mi attirano artisti che sanno offrire una visione, più che un semplice punto di vista, che sanno rinnovare la nostra capacità di immaginare modi diversi di abitare il mondo e rendere possibili le emozioni, nel nostro presente di apparente uniformità globalizzante”. Il titolo scelto vuole sottolineare i temi ed gli atteggiamenti che le premono sottolinea Maria de Corral nelle sue dichiarazioni: la nostalgia come sentimento di perdita di un passato irrecuperabile, il mondo degli affetti e le sue sollecitazioni che configurano le nostre identità, il corpo e le sue ridefinizioni, il potere, la dominazione e la violenza nella quotidianità di ciascun individuo, la critica sociopolitica del presente attraverso l’umorismo e l'ironia, l’utilizzo delle immagini, dei film e delle narrazioni precedenti come un immenso archivio su cui realizzare multiple operazioni di ridefinizione e di appropriazione … la considerazione dell’arte come atto di resistenza e libertà che rifiuta ogni pensiero dogmatico» (Esperienza dell’arte. La biennale di Venezia. Marsilio ed. 05)

“L’arte è una lotta nell’ordine simbolico capace di aprire nuove prostettive per la trasformazione linguistica, sociale e ideologica… Oggi, portare l’estetica nella vita quotidiana è parte di una ininterrotta dilatazione di confini… che può condurre oltre i modelli dati. Questo esercizio è arduo in un mondo dove le idee, le persone e i prodotti circolano con grande velocità, dove gli artisti si mimetizzano senza fermarsi e dove le istituzioni lavorano la cultura come un’industria di franchising e dove il marketing è la principale metodologia d’azione. Perciò nel traffico incessante di messaggi, una delle funzioni fondamentali di chi cura una mostra è diminuire il frastuono, assegnare valore e organizzare sintassi e discorsi che ne delineino il significato” sottolinea Rosa Martinez (Sempre un po’ più lontano. La biennale di Venezia. Marsilio ed. ’05).

Rosa Martinez è attualmente Chief Curator all’Istanbul Museum of Modern Art. Laureata all'Università di Barcellona in Storia dell'Arte nel 1979 inizia subito a lavorare nel coordinamento delle attività culturali per la Fondazione La Caixa. Dal 1988 al 1992 ha avuto la direzione artistica della Biennale di Barcellona. Nel 1996 è stata co-curatrice di Manifesta1 a Rotterdam e poi direttrice della 5a Biennale Internazionale di Istanbul e della 3a SITE di Santa Fe (USA). Curatrice del Padiglione spagnolo alla 50a Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia nel 2003 vi richiamava l'idea di frontiera per mettere in discussione i limiti della nazionalità e portare a riflettere sui temi della colpa, della follia e del castigo. Una donna con un vestito giallo è inseguita per strade e piazze di Madrid da una Banda che intona a suon di ottoni un motivo tradizionale che si ripete. Il video Viva España- l’assedio degli stereotipi mette in scena il tormentone dell'Ispanidad. L’ha realizzato e interpretato Pilar Albarracin e chiude significativamente il percorso della mostra Sempre un po' più lontano curata da Rosa Martinez all'Arsenale di Venezia.

“Sempre un po’ più lontano” è il titolo che Rosa Martinez ha scelto per la sua proposta di percorso espositivo, ispirato al viaggiatore visionario Corto Maltese di Ugo Prat. “Considerare un personaggio di finzione come fonte d’ispirazione è un modo per ribadire che l’arte come costruzione dell’immaginario e le fantasie ci aiutano a capire meglio la realtà. Nella condizione odierna di drammi e paradossi… passione e dolore, fiducia, amore e colpa procedono mano nella mano nell’avvicinamento critico al reale delle posizioni post-coloniali di razza, genere e soggettività”.

E così ad apertura del percorso espositivo alle Corderie dell’Arsenale, ci accolgono nella prima sala le facce di scimmia, distopiche e sovversive, delle Guerrilla Girl; ci chiama a continuare il percorso il gioco di luci della giovane Joana Vasconcelos con il gran lampadario fatto di o/b, e poi via via fin oltre l’astronave uovo-pesce madreperlaceo della giapponese Mariko Mori verso l’aperto del grande giardino di bambù intrecciato di sapienza feng-shui cinese. E incontri puramente sonori sul percorso di ritorno nel lato esterno delle Corderie: cicalecci d’uccelli e latrati di cani!

Singolare ed eccentrica, tra le poche finestre aperte sulla pittura, Semiha Berksoy con i suoi dipinti; nata ad Istanbul nel 1904 e morta nel 2004, cantante d’opera, attrice, scrittrice e pittrice, artista totale e autocoscenziale.

Semiha Berksoy Semiha Berksoy

Molte le partecipazioni nazionali, con 73 paesi presenti che hanno allestito mostre sia nei padiglioni dei Giardini (31) che in palazzi, chiese, fondazioni e spazi vari della città (42). Mi piace segnalare, al padiglione dell’Uraguay ai Giardini, Lacy Duarte con le sue “traperas” e “vencenduras” e le sue iconologie di india nata ai bordi della selva “no es arte pobra es desde lo pobre”. Al padiglione giapponese le fotografie di Ishiuchi Miyako Mother’s 2000-2005 – Traces of the future mostrano in incisioni di luce b/n oggetti quotidiani, gesti e porosità appartenuti a sua madre, alle sue bellezze e i suoi dolori, tra aura di memoria e tracce di futuro.

Pipilotti Rist – homo sapiens, sapiensNella chiesa di San Stae sul Canal Grande la videoinstallazione della svizzera “Pipilotti Rist “Homo sapiens, sapiens” novella genesi di amorosa natura proiettata sulle volte della chiesa da guardare sdraiate/i sul pavimento una volta liberatesi delle scarpe da lasciare alla porta. Il video girato per la maggior parte nella selva in Brasile è accompagnato da musiche composte da amici. Paradisiaca terra di silmbolica altra matrice: abitato da Pepperminta e sua sorella Amber, che si muovono sorridenti negli occhi e nel corpo, intrecciate alla natura, filmata in caldo e in dettaglio. Bel respiro d’anima. Femminista la giovane Pipilotti. Ed anche lo mostra.

I Premi: su proposta delle due curatrici il Leone d’oro alla carriera nella 51° Esposizione veneziana è stato assegnato a Barbara Kruger alle sue “iconografie di guerra domestica” nei suoi grandi collages radicali attraverso cui sviscera la vita nella società del consumo totale “appunti mentali nel reparto domestico di Wal-Mart” . Gli altri premi sono andati: a Thomas Schütte (over 35) (Oldeburg, Olanda) per il suo lavoro scultoreo e grafico nella rassegna L'esperienza dell'arte attraversa la figura umana che ci interroga interroga sulla modernità e sul ruolo dell'individuo. A Regina Josè Galindo (under 35) (Ciudad de Guatemala, Guatemala 1974) nella mostra Sempre un po' più lontano all'Arsenale-Corderie "per aver saputo dar vita nel suo trittico performativo e documentativo, di forte impatto visivo, a un'azione coraggiosa contro il potere”. Ad Annette Messager (Berk, 1943), per la migliore partecipazione nazionale (la Francia, ai Giardini) con la rivisitazione della favola di Pinocchio che trasforma spazio e tempo, materia e luce in un'odissea dell'anima che si rivolge a persone di tutte le età e di culture diverse. Il Premio per la giovane arte italiana 2004-2005, promosso dalla Darc, è stato assegnato a Lara Favaretto (Treviso 1973) "per aver creato attraverso il suo video al padiglione Venezia Giardini, un'esperienza reale di vita che si sviluppa attraverso la magia della festa e trasforma la vita in un'esperienza fantastica". E per la prima volta il Premio d'oro alla memoria a Harald Szeemann, direttore del settore arti visive della Biennale dal 1998 al 2001.

Si è parlato di biennale femminista, tutta di donne; non è così. E’ stata invece una Biennale non esclusivamente maschile come d’uso secondo i dettami dell’indifferenziato canonico. Una importante mostra d’arte internazionale in cui alcune donne, artiste e critiche, hanno avuto spazio per proporre la loro soggettività, e noi del pubblico la possibilità di un riconoscimento, possibile, condiviso o no. Alcune, non poche, artiste e molti artisti. E due direttore, in una significativa e importante istituzione dell’arte internazionale, che hanno fatto la differenza! Per una puntuale e dettagliata rassegna segnalo il bel lavoro di Zina Borgini sul sito della Libreria delle donne di Milano.

Postilla. Nel febbraio del 2001 l’allora governo di centro-sinistra, a qualche giorno dal termine del suo mandato politico, promosse una Conferenza nazionale “Donne nelle arti. La cultura come risorsa” i cui atti si possono leggere in un opuscolo a stampa dal titolo omonimo, pubblicato dal Centro Stampa De Vittoria, Roma, 2001. Non sarebbe forse una buona cosa riprendere i fili di quel discorso per farne qualcosa, magari di prospettico, all’inizio di una nuova legislatura, invece che qualcosa di lamentatorio alla fine?

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