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Laura Pennacchi su Donne, Economia e Politica: articolo ed intervista

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Giovedì 6 dicembre, alle ore 18, presso il Centro delle Donne in via del Piombo 5, sarà a Bologna Laura Pennacchi invitata dall’Associazione “Orlando” all’interno degli incontri “Parole di donne” cui già hanno preso parte finora: Palma Costi, Rosy Bindi, Sandro Bellassai, Lia Cigarini, Letizia Paolozzi, Bia Sarasini. Vale a dire donne, come noi stesse, dalle posizioni molto diverse in un momento di ridefinizione del quadro politico del paese e di ripresa di iniziativa autonoma di donne.

Inutile richiamare l’importanza della manifestazione di Roma e l’acceso dibattito che ha suscitato su autonomia, modalità, separatismo, ecc.. Ma, per dire la diversità delle posizioni in campo e la necessità di conoscerle e rispettare, va ricordato che in questi giorni l’UDI Nazionale ha presentato in Senato le oltre 120.000 firme raccolte per la legge sul 50E50 Ovunque si Decide. Bologna è città con una lunga storia positiva di confronto. La nostra iniziativa ne costituisce un tassello, che vuole contribuire ad andare oltre le difficoltà e la frammentazione.

L’argomento su cui parlerà Pennacchi è: Donne, Economia e Politica. Con lei interverranno Milena Schiavina, Marzia Vaccari, Gioia Virgilio. L’occasione è opportuna perché Laura, la cui capacità e sapere sono note a molte di noi, è parte del gruppo dirigente del PD per i temi dell’economia e dello sviluppo. Al momento del costituirsi del nuovo partito, ha posto interrogativi sulla presenza dell’occupazione e produttività delle come risorsa cruciale per il futuro dell’economia italiana. Riproponiamo, perciò, il suo articolo del 29 Ottobre 2006 sull’Unità e segnaliamo la possibilità di sentire la sua intervista del 4 dicembre 2007, a Radio Radicale sulla crisi economica internazionale, i mutui ecc.


Il Partito Democratico e lo sguardo delle donne
(Laura Pennacchi, l’Unità del 29 ottobre 2006)

Gruppi di donne avanzano la richiesta che, a partire dalla composizione sessualmente paritaria del Comitato di saggi per la stesura del manifesto iniziale, i comportamenti per dare vita al futuro Partito Democratico segnino un’inversione dell’incredibile tendenza che si sta affermando in Italia. A trent’anni dall’esplosione di massa anche da noi della questione femminile, infatti, assistiamo a una strana “scomparsa” del soggetto donna e a una correlata impressionante “rimascolinizzazione” dei luoghi del potere che contano (dai cosiddetti tavoli della politica ai consigli di amministrazione di aziende e banche), mentre sempre più esigenti si fanno domande che investono il cuore della democrazia e maggiormente ricca, qualificata e articolata è la presenza delle donne nella società civile.

D’altro canto, la mortificazione della risorsa donna non sembra essere senza relazione con un altro singolare fenomeno che caratterizza oggi la situazione italiana: le difficoltà a innovare le culture politiche, a mettere in campo grandi idee e visioni, a dare vita a progetti mobilitanti che raccolgano le domande di democrazia, di giustizia e di trasformazione. Difficoltà che nel caso della formazione del Partito democratico si sono tradotte e si traducono in una singolare riluttanza/reticenza a tenere insieme discorso sul “contenitore” e discorso sui “contenuti” e quindi a far emergere in primo piano le ragioni fondative costitutive, le motivazioni strategico-culturali fondamentali, gli assi progettuali distintivi. Dopo tante pretese di recinzione, magari con il filo spinato, del campo dei “riformisti” (presunti innovatori) da quello dei “massimalisti” (presunti conservatori), l’inevasa domanda “quale riformismo?” ritrova così la sua bruciante attualità. Rispetto a tale domanda, le donne non pongono solo una questione di ripulsa – di per sè estremamente significativa – di un’illegittima discriminazione a loro danno. Pongono una questione più profonda denunziando che, respingendo ai margini le donne, non ci si priva soltanto di “uno” sguardo fra i tanti, ma viene a mancare “lo” sguardo cruciale – vale a dire un insieme complesso di punti di vista, chiavi di interpretazione, strutture simboliche – per vedere, e di conseguenza leggere, capire ed affrontare, i problemi delle difficili società odierne.

Le implicazioni sono enormi e mostrano che vi è una strettissima correlazione tra “cielo” dei valori e “terra” delle politiche concrete. Faccio due esempi, l’uno in materia di equità, l’altro in materia di crescita economica, entrambi, peraltro, parametri rilevanti per valutare – e sviluppare in avanti – l’impianto della Finanziaria attualmente in discussione. Mirare all’equità fra i sessi e le generazioni non significa soltanto adottare un principio equitativo che si aggiunge agli altri, ma significa far retroagire un diverso assetto normativo sull’intero paradigma dell’equità, disvelandone così – al di la delle aspettative rassicuranti con cui ad esso ci rivolgiamo quando le situazioni si fanno troppo ardue – la natura non pacifica ed anzi estremamente problematica: il paradigma della giustizia è riducibile a quello dell’equità? Equità ed eguaglianza sono equivalenti? L’equità nella redistribuzione è sufficiente?

Se l’equità nella redistribuzione non è sufficiente e redistribuzione e allocazione sono collegate, anche la crescita, guardata con l’ottica dell’equità di genere, acquista nuovi contenuti. Attivare il potenziale “donne” non è più solo una questione di “riparazione” per effettive discriminazioni (peraltro sempre molto presenti, come ci segnalano le difficoltà di accesso al mercato del lavoro e, quando nel mercato si riesce ad entrare, i persistenti differenziali retributivi e di carriera), attivare il potenziale è la conditio sine qua non perché l’economia nazionale esca dal declino e dall’immobilismo, un immobilismo letterale, visto che dobbiamo fare i conti anche con un crollo della mobilità sociale e con un mancato ricambio e ringiovanimento di tutte le classi dirigenti. Quale tesoro di potenzialità sia racchiuso in giacimenti di risorse oggi inutilizzate e per ciò stesso dissipate – “donne” e “giovani” –, si capisce meglio se consideriamo che il simbolo complessivo del blocco dell’economia italiana è la stagnazione della crescita economica. Infatti, ci si dimentica spesso di un aspetto elementare, e cioè che la crescita del PIL è dovuta alla somma di due fattori: tasso di incremento dell’occupazione, tasso di incremento della produttività. Per quanto riguarda il tasso di incremento dell’occupazione, a frenarne la dinamica è oggi in Italia soprattutto la componente femminile: il tasso di occupazione maschile, pur più basso di quello di altri paesi, non è così lontano dalla media europea, ed è quindi la componente femminile che trascina verso il basso il tasso di occupazione complessiva. Dunque, per l’Italia è vitale far crescere la componente occupazionale femminile. Per quanto riguarda la declinante dinamica della produttività, ciò che conta è la TFP (produttività totale dei fattori), quella che dipende da quantità e qualità degli investimenti, capacità di introdurre innovazione, presenza di capitale umano qualificato. È proprio qui che può venire in soccorso lo straordinario patrimonio di abilità e di sapere detenuto oggi dalle donne specie dalle più giovani, che negli ultimi tempi hanno investito moltissimo in istruzione e formazione e il cui livello di scolarità è molto elevato. Quindi, per entrambi i due profili – occupazione e produttività – la risorsa donne è cruciale per il futuro dell’economia italiana. Evidentemente, perché tale crucialità possa dispiegarsi c’è un terzo profilo da mettere in gioco, quello della “qualità”, il che implica cambiare la stessa nozione di sviluppo (e di produttività) e investire meno in merci e più in beni collettivi – a partire da quelli ambientali – e in servizi.

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