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Aspettando Arendt: I diari di Hannah Arendt secondo Olivia Guaraldo

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In attesa del convegno Etica e politica: il lascito di Hannah Arendt, che si terrà a Bologna il 30 novembre ed il 1 dicembre a Bologna (Centro Donne - Santa Cristina, Via del Piombo 5), pubblichiamo l'articolo di una delle relatrici, Olivia Guaraldo: Varcare la soglia del ‘non luogo’ del pensiero: i diari di Hannah Arendt (Il Manifesto, 2 ottobre 2007).

Forse non ci è dato commentare il fatto che Hannah Arendt, così gelosa del proprio privato, non avrebbe apprezzato la pubblicazione, lo svelamento allo sguardo indagatore - e un po’ voyeristico - del pubblico, delle sue private ruminazioni filosofico-politiche. Arendt fu sempre, infatti, strenua sostenitrice della necessità di separare politicamente la sfera pubblica da quella privata, non per tutelare quest’ultima, ma per preservare la pluralità dello spazio pubblico, evitando che venisse ridotto ad una ‘biologia’ dei sentimenti e a un’economia dei bisogni.

Del resto, Arendt, come ogni altro intellettuale novecentesco che non sia vissuto oltre gli anni ’70, difficilmente avrebbe potuto prevedere – e approvare – gli sviluppi di un mercato editoriale tanto spettacolarizzato quanto incoraggiato dal rumoroso caravanserraglio di feste, festival, fiere e quant’altro. Parte di questa spettacolarizzazione, è noto, si nutre instancabilmente dell’inedito – sia esso il diario, il taccuino, il carteggio, il corso registrato o gli appunti lasciati incompleti – che è oggi la merce editorialmente più appetibile.

Sebbene i Diari appena tradotti in italiano e pubblicati da Neri Pozza (a cura di Chantal Marazìa, traduzione italiana del Denktagebuch, il nome tedesco che le curatrici Ursula Ludz e Ingeborg Nordmann hanno dato ai 28 quaderni di appunti della pensatrice tedesca) non abbiano nulla a che fare con documenti di carattere privato nel senso pieno del termine, e nemmeno stuzzichino appetiti pettegoli di sorta, scorrendo le pagine qua e là, la sensazione di stare invadendo uno spazio privato, un pensiero che è sul punto di farsi ma ancora acerbo, abbozzato, libero di ruminare sulle proprie incertezze, indecisioni e letture, è forte. Il disagio, tuttavia, si mescola ben presto al piacere (un piacere un po’ perverso, voyeristico appunto) di assistere, live, alla costruzione teorica delle grandi opere arendtiane, da The Human Condition a On Revolution, da Between Past and Future a The Life of the Mind. L’impropria traduzione di Denktagebuch con Diari potrà forse far pensare alla lettrice che si tratti, come in ogni diario, di riflessioni personali, private, intime. Nulla di tutto ciò: si tratta di taccuini di lavoro, quaderni di appunti in cui la pensatrice annotava – in maniera abbastanza sistematica – citazioni di autori, poesie, parole-chiave, brevi ragionamenti e altrettanto fugaci riflessioni teoriche su alcune questioni centrali nel dibattito filosofico novecentesco.

Se di inedito si deve parlare, tuttavia, non è nel senso tradizionale del termine. I diari, infatti, non rivelano nulla di sensazionalmente nuovo sull’opera di Arendt. Se di ‘nuovo’ si tratta, è invece nel senso di una nuova emozione: ciò che l’illuminante pensiero di Arendt ci aveva già trasmesso lo ritroviamo qui allo stato nascente, in una sorta di rozza, caotica ma affascinante officina teorica in cui ci pare di sentire il respiro e la fatica del lavoro intellettuale. Arendt insomma ci viene incontro, o meglio, siamo noi che, attraverso la scansione cronologica dei documenti pazientemente messa a punto dalle curatrici dell’edizione tedesca, prendiamo confidenza con una nuova emozione, che è quella di sentire il pensiero arendtiano pulsare, sbocciare, prendere lentamente la forma che avrà poi nei testi maturi.

Gran parte dei taccuini è relativa agli anni 1950-’58, non a caso l’epoca in cui Arendt lavora alla sua opera di maggiore rilevanza teorica: The Human Condition (trad. it. Vita activa). I diari ci offrono l’opportunità di cogliere e di avere riconfermata la centralità e la radicalità di alcune questioni che quel testo mette in luce, prima fra tutte la distinzione tra fabbricare ed agire. La tradizione del pensiero politico ha scambiato l’azione politica per ‘fabbricazione’, costruzione di un prodotto finale, che, come tale, è attività solitaria, mentre l’azione è per natura plurale. “Da Platone in poi (e fino a Heidegger) questa pluralità è d’ostacolo all’uomo – nel senso che essa non vuole lasciargli la sua sovranità. L’uomo è però sovrano soltanto in quanto fabbricante, cioè in quanto lavoratore. Se le categorie del lavoro produttivo vengono applicate alla politica, allora 1. la pluralità viene concepita come somma degli individui isolati, e precisamente di coloro che isolatamente fabbricano nella scissione soggetto-oggetto. Oppure 2. la pluralità è pervertita a un individuo – mostro chiamato umanità” (p. 74). Sono già presenti, in queste annotazioni del 1950, le note posizioni arendtiane relative alla politica come sfera di esibizione dell’unicità e ambito di piena realizzazione della pluralità umana: “la politica nasce nell’infra-tra-gli-uomini, dunque del tutto al di fuori dell’uomo. Non esiste perciò una sostanza propriamente politica. La politica nasce nell’infra e si stabilisce quale relazione. Hobbes lo aveva capito” (p.21). La politica come relazione, come in-between che permette agli uomini di ‘nascere di nuovo’, non secondo il ritmo biologico, animale, del corpo, bensì secondo quello davvero umano della relazione con altri. Tutto questo è patrimonio arendtiano acquisito: i diari ci offrono però il noto sotto forma nuova, primitiva, rozza, e per questo potente nella sua brevità.

Difficile riassumere in poco spazio la ricchezza di materiale che i Diari ci presentano. Tuttavia una cosa si percepisce immediatamente: ciò che rimane costante, e ciò che Arendt si sforza di sviscerare dalle citazioni e nei pensieri abbozzati che, ossessivamente, ricompaiono dopo anni, è un modo efficace di formulare e rafforzare argomentativamente la critica agli ‘assoluti’ filosofico-politici della tradizione. Storia, Umanità, Progresso, Verità sono alcuni dei termini che ossessivamente ricorrono, nel tentativo di venir scalzati dal piedestallo epocale su cui la filosofia li ha collocati. E proprio alla filosofia sono rivolte, nei Diari, alcune delle parole più dure, non mediate dalla revisione o dall’attenuazione, come invece avvenne nei testi pubblicati. Quella filosofia che Arendt aveva amato alla follia – ci piace pensare che abbia amato più la filosofia di quanto abbia amato Heidegger – ma che, proprio in forza di quell’amore, l’aveva irrimediabilmente delusa dopo il 1933 (e Heidegger con essa). “L’affinità tra il filosofo e il tiranno da Platone in poi […]. La logica occidentale, che passa per pensiero e ragione, è tiranna by definition. Di fronte alle leggi immodificabili della logica non vi è nessuna libertà; se la politica è una faccenda che riguarda l’uomo, e la costituzione ragionevole, allora soltanto la tirannide può generare una buona politica. – La questione è: esiste un pensiero che non sia tirannico?” (pp. 46-47).

Chi conosce e ama il pensiero arendtiano troverà in questi Diari parole nuove per cose già note, provando però in questa scorpacciata di ‘Arendt in aforismi’ un’inaspettata sensazione di vicinanza, quasi di intimità con una pensatrice che poco amava gli attaccamenti morbosi. Consapevoli di questa ambiguità, non possiamo tuttavia resistere alla tentazione di varcare la soglia dell’intimo ‘luogo’ del pensiero arendtiano, ricordando però che proprio Arendt ribadiva sempre che il pensiero non ha luogo.

Umanità
Con la concezione della storia universale la pluralità degli uomini viene compressa in un individuo umano, cui poi si dà il nome di umanità. Da qui quel che vi è di mostruoso e inumano nella storia e che solo con la fine di questa si impone pienamente e brutalmente nella politica stessa.

Amore
La strada sbagliata: amare in una persona l’universale, farne un ‘contenitore’, è talmente a portata di mano, perché noi, intendendo il sensibile come ‘soprasensibile’ lo fraintendiamo – ed è quasi un potenziale assassinio: come un sacrificio umano.

Storia
La sciagura che si è introdotta nella storia attraverso il dominio del pensiero scientifico non sta nei concetti, ma nel pensare in termini di processo. L?evoluzione, ovvero lo sviluppo di qualcosa di originariamente dato, è una concessione delle scienze naturali alla realtà storica: con essa sono stati storicizzati i processi naturali (Darwin) e naturalizzata la storia.

Violenza
L’accusativo della violenza, come quello dell’amore, distrugge l’infra, lo annienta o lo brucia, rende l’altro vulnerabile, priva se stesso della protezione. A ciò si contrappone il dativo del dire e del parlare, che conferma l’infra, si muove nell’infra. Poi esiste l’accusativo del canto lirico che, senza confermare alcunché, scioglie e redime dall’infra e dalle sue relazioni ciò di cui si canta. Se è la poesia, e non la filosofia, ad assolutizzare, allora c’è salvezza.

Platone
Idea: le idee platoniche, originariamente concepite come oggetti della contemplazione esperite nella fabbricazione, diventano standard, regole e ‘misure’ solo nel momento in cui sono riferite all’agire!! Esse giungono dunque nella politica e nella morale già pervertite e denaturate. Oppure, detto altrimenti, originariamente l’idea non doveva mai essere ‘l’idea del bene’, ma l’idea del letto; poiché in politica c’era bisogno di misure, fu ‘inventata’ l’idea del bene.

di Olivia Guaraldo
(Il Manifesto, 2 ottobre 2007)

Info e programma del convegno Etica e politica: il lascito di Hannah Arendt (Bologna, Centro Donne - Santa Cristina, Via del Piombo 5, 30 novembre / 1 dicembre)

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