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Per un'agenda concreta: contributi a partire dal pensiero e pratiche della differenza di genere

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Care Amiche,
sul nostro magazine sono usciti in ordine sparso contributi legati a vicende politiche troppo spesso deprimenti del Paese e a riflessioni e riposizionamenti, che ci pare di cogliere nelle posizioni individuali o di gruppo di donne che vogliamo innanzitutto interrogare e capire.

Convinte che sia in atto una crisi irreversibile delle forme partito tradizionali e dei vigenti sistemi rappresentativi, alcune di noi, come Raffaella Lamberti e Nadia Urbinati, hanno immaginato tempo fa momenti allargati di incontro e confronto sia con singole donne, gruppi e reti di donne che si vogliono protagoniste di una riforma della democrazia, sia con riviste, gruppi e singole che ai processi in corso guardano a partire dal pensiero e dalle pratiche centrate sulla differenza di genere. Siamo all’avvio di questi incontri.

“Orlando” ha una storia di costruzione di spazi autonomi, come di pratiche di cittadinanza attiva; e vede al proprio interno una non meno lunga vicenda di convivenza di posizioni diverse. In rapporto con tante singole e aggregazioni in città, ha percorso molta strada nella ricerca di un fare comune con donne delle istituzioni grazie all’idea che si possano esercitare libertà e invenzione femminile ovunque se si è fedeli alla propria esperienza e desiderio. Il famoso dentro/fuori così arduo da attuare oggi. Tutto questo, e molto altro, è però ora da ripensare tra donne e con uomini, fuori dagli steccati e dalle formule facili. Vogliamo arrivare ad un inventario di temi/problemi su cui ragionare/agire. L’avvio di un’agenda concreta in comune?

Perciò, proponiamo altri contributi e invitiamo a prendere parte al lavoro di interrogazione volto non a schierarsi, ma a identificare i modi e i nodi che ci bloccano e i nuovi elementi di libertà e senso possibili per donne e uomini nel presente. Perciò ci diamo disponibili come sempre a fare in futuro con altre il lavoro di rete tra donne diverse dei diversi luoghi.



Rassegna stampa:

Per fortuna che ci sono le donne in lista. Così non sarà un Pd solo di intruppati, di Franca Bimbi

Un'elettrice senza impegno, di Letizia Paolozzi


So bene che non è tutto perfetto
Per fortuna che ci sono le donne in lista
Così non sarà un Pd solo di intruppati, di Franca Bimbi

Le polemiche sulla formazione delle liste per le primarie del Pd forse sono finite. Ma non sono stati sottolineati gli aspetti della difficile governabilità dei risultati da parte dei vertici dei partiti. Una prima occhiata alle liste nazionali e regionali fa emergere due aspetti veramente interessanti: l'alternanza donna-uomo o viceversa è stata rispettata (non sempre i partiti rispettano le regole di buon governo che si danno) e questo (non) piccolo terremoto ha prodotto anche l'abbassamento complessivo dell'età dei candidati, visibile anche tra i maschi. Crediamo che l'effetto (positivo) non sia stato previsto, almeno nella sua ampiezza.
Tutte le liste che fanno riferimento agli esponenti politici (Veltroni, Bindi, Letta) hanno candidato in testa di lista, almeno nei collegi dove ognuno di loro ha una certa consistenza tradizionale, gli esponenti più forti di Ds e Dl, nazionali o regionali.
Questa scelta dipende in parte (dalle regole: è vero che Letta e Bindi le hanno in parte contestate, tuttavia si tratta di un pacchetto che anche i loro sostenitori nel consesso dei 45 hanno prodotto e difeso. Dunque, possiamo verificare che lo stato maggiore Ds-Dl è presente nelle liste dei tre principali candidati. Si può discutere quanto in questa scelta pesi il senso di responsabilità dei due partiti che promuovono il Pd e quanto invece si tratti di una "fusione fredda" da parte degli apparati, che in qualche caso hanno esautorato anche le leadership territoriali. Resta il fatto che almeno in parte le candidature hanno prodotto qualche grossa novità. La decisione di Bindi e Letta di candidarsi, assieme a quella di Veltroni di sollecitare la promozione di più liste a lui collegate, ha suscitato una reale competizione all'interno dei due partiti fondatori.

Perciò la corsa a piazzare i big è andata in parallelo con quella per trovare donne e giovani. La ricerca delle donne è stata per tutti affannosa perché se ce ne sono pochissime nei partiti, non è stato facile trovarne nemmeno dalla società civile e nemmeno da parte delle liste promosse dai candidati non provenienti dalla politica. Infatti non solo i partiti, ma anche le associazioni e i mondi professionali usano pratiche molto "maschiocentrice": di conseguenza, tutti vanno a pescare più facilmente nelle strette reti sociali maschili di chi conta e si frequenta. Non è vero, come sento ripetere sino alla noia, che non si trovino donne da candidare. Un paradosso che gli uomini (non solo i politici) capiscono benissimo, ma non ammetterebbero mai: quando si evitano le donne competitive, si fa fatica anche a trovare chi si sacrifica per competere senza alcuna prospettiva. Infatti oramai anche le donne meno forti hanno abbastanza stima di se: perciò cominciano a evitare le gare a priori inutili, che non sono quelle a cui si partecipa sapendo di non pater vincere, ma quelle in cui la selezione vien fatta per riprodurre gerarchie feudali e non per far emergere competenze. Pur essendo candidata in una delle liste sono stata consultata da esponenti di quasi tutte le liste in cerca di donne "di qualità" da candidare. Non mi sono sottratta. Lo dico con soddisfazione perché ho potuto verificare che nella costruzione del Pd la ricerca di donne autorevoli ha contraddetto quello che è spesso il più diffuso atteggiamento dei partiti, propensi ai riempimenti al femminile delle liste all'ultimo momento. II nuovo comportamento è uno dei risultati della competizione tra più liste, prodotto inizialmente dalla cogenza della regola del 50% delle candidature e dalla presenza di una candidata nazionale molto autorevole. Ma esso è stato moltiplicato dalla scelta di Walter Veltroni di accettare il sostegno di più liste, nonostante che la rigidità delle regole glielo sconsigliasse.

L'alternanza uomo-donna e il vincolo della proporzione di genere (metà e metà) ha influenzato anche le candidature maschili. Infatti anche gli uomini sono stati più spesso scelti con un'attenzione all'età, favorendone un abbassamento, e anche per loro si è fatta una maggiore attenzione alla qualità, dovendo essi competere con qualche donna grintosa. Si dirà che tutta questa innovazione e inutile o, peggio, apparente, a causa del meccanismo delle liste bloccate che impediscono una reale competizione. L'osservazione delle liste ci mostra che questo è vero solo in parte. Infatti la loro moltiplicazione. l'ampiezza delle assemblee, la doppia votazione nazionale e regionale, la non prevedibilità del numero degli eletti nelle differenti liste non solo ha favorito una qualche maggior selezione di merito, ma potrebbe produrre assemblee inattesamente miste, non solo per genere ed età, ma anche per modelli di affiliazione.

Una parte non piccolissima (forse un quarto) degli eletti non sarà facilmente governabile dagli apparati e neppure da chi li ha candidati, perché si è fatta eleggere per partecipare a una palingenesi della politica, piuttosto che per intrupparsi nelle vecchie correnti. Dunque, all'interno del Pd, potrebbe crearsi lo spazio per un confronto vero tra i leader su1le prospettive e i programmi, che incontrerebbe sensibilità e attese di innovazione politica. Qui si giocherà la sfida anche sul piano delle questioni morali,dell'etica della politica: un tema su cui servono regole di condotta chiare e praticare, non proclami e manifesti.
La mia osservazione su1la costituzione delle liste pub sembrare eccessivamente ottimista,ma non e così. So bene che ci sono state lotte al coltello e prevaricazioni. Ma ci sono elementi per rifondare una democrazia con i partiti (oggi la vita interna dei partiti ha ben poco di democratico) e per dare, con il Pd, un contributo essenziale alla realizzazione di un sistema politico bipolare, che curi i1 male storico del trasformismo italiano. A me piace ricordare, a me stessa, ai candidati nelle liste delle primarie e ai cittadini che voteranno il 14 ottobre, che contribuiremo alla nascita del Pd senza doverci iscrivere. Che lo Statuto del Pd produca una Costituzione o un Cencelli dipende anche dalla volontà e dalla determinazione delle new entry. Non è poco.

(Fonte: Il Riformista, 05/10/2007)



Un'elettrice senza impegno, di Letizia Paolozzi
Dietro la bandiera delle donne troppi calcoli fatti dagli uomini

Primarie e donne. Provate a immaginare una eventuale elettrice, senza tessera di partito giacché diffida assai dei partiti, ma convinta che i tentativi di semplificare il sistema politico italiano vadano comunque sostenuti. La scommessa del futuro Pd consiste, tra l' altro, in questa semplificazione: l'eventuale elettrice gliene riconosce il merito. Per la Casa della sinistra, forse per la Costituente socialista, potrebbe valere lo stesso ragionamento. Anche se aleggia su tutti lo spettro e la minaccia di ceti politici ossificati. Naturalmente, conta pure la collocazione politica, il progetto. Questo, pensa l' elettrice possibilista, dipenderà dall'esito del rimescolamento di idee e culture diverse. Sempre che le forze politiche sappiano abbandonare le care abitudini organizzative, i tic ideologici, le mostrine identitarie. L' elettrice ha, però, una pretesa molto speciale: capire in che modo un partito nuovo guarda al suo sesso, al sesso femminile. Certo, a leggere i due inserti usciti sull'Unità sui riferimenti valoriali del Pd, e i padri, le madri di questi riferimenti, il gioco sarebbe già chiuso. Solo padri, mai una madre che sia una. Inoltre, l' affaire Veronica Lario in Berlusconi avendola leggermente scombussolata, prova a capire ispirandosi alle sue sorelle di sesso. Secondo Ivana Bartoletti, presidente dell'associazione Anna Lindh, rete delle giovani vicina ai Ds «Le regole e un nuovo patto tra generazioni e con gli uomini più illuminati sono l'unica strada affinché: in Ita1ia le donne escano dal buio». Ha detto «buio», Bartoletti? Veramente, in Italia le donne sono più brave, più preparate, più scolarizzate, più colte. «Se non ci fossero loro a leggere i miei romanzi, dovrei tornarmene a casa» ha spiegato lo scrittore Ian McEwan. Ovunque si entra per concorso, non da oggi, stanno diventando la maggioranza. Nell'avvocatura, nel sistema sanitario, nelle carriere statali. Nelle facoltà scientifiche, a Medicina ecc. In politica no, le cose vanno diversamente. Ma in politica c'è di mezzo 1a cooptazione. Per evitarla, immagina l' elettrice, si corre ai ripari: i1 50% di donne e il 50% di uomini nella Assemblea costituente del Pd. Stesso fifty-fifty per comporre le liste dell' election day ulivista. n tutto ottenuto attraverso una norma cogente, capace di piegare i riottosi, i maschilisti, gli arroganti, gli opportunisti: gli aggrappati alla poltrona. Norma rassicurante, per evitare l'affidamento ai maschi dirigenti. Non costringe a conflitti sfinenti con i1 "sesso forte"; non propone il modello Eva contro Eva (essendo, d'altronde, le liste bloccate, senza preferenze e con alta soglia di sbarramento). E poi esclude la fatica di tessere relazioni forti (sostegno,solidarietà, lobby) tra donne. Una norma cogente che punta sul numero per riempire le liste: la partita tra uomini e donne si chiude, nel Pd, con un pari e patta.

Per la coordinatrice delle Ds, Vittoria Franco "stiamo crescendo e dobbiamo continuare a farlo, anche se è un lavoro lungo e duro. La democrazia paritaria è la nuova frontiera della politica. L'elettrice ha un sussulto: non c'è, da più di dieci anni in questo Paese, una crisi di legittimità della democrazia e della rappresentanza democratica? Non sta deflagrando il populismo, ora con Grillo, prima con Tangentopoli, e prima ancora con Giannini e l'Uomo qualunque? Le nostre sorelle di sesso cosa inventeranno per non essere, anche loro, stritolate dai tentacoli o assestate nei privilegi della casta? Comunque, Walter Veltroni assicura che questo 50% di donne è un fatto straordinario a promette che saranno il 50% nei futuri organismi dirigenti. Ma sì, potrebbe trattarsi di una forzatura positiva sempre che quel 50% femminile non sia soltanto frutto di conta anatomica. In effetti, quando di conta si tratta, succede che solo tre donne gareggino per i vertici regionali del Pd, laddove si precostituisce il corpo vero del futuro del partito. Come sapevano anche le nostre nonne, se il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Tuttavia, il problema è ancora un altro. La sensazione che con questo discorso del 50% non si configuri tanto uno spazio dove le donne conteranno quanto un aggiustamento, un riequilibrio meccanico di una situazione ormai indecente di assenza delle donne dai luoghi istituzionali. «Se continua così finisce che anche Del mondo militare le donne finiranno per essere presenti più che in politica» (il ministro Arturo Parisi su IO Donna). Sempre obbedendo all'articolo 7 del regolamento, si sono costruite liste (sarà un esercito di 35 mila persone) con uomini e donne capilista alternati. In Campania, dove vige un controllo politico incredibile del voto, comincia un violento conteggio per chiedere il rispetto del principio dell'alternanza. Questo agitare la bandiera delle donne non sarà da interpretare come una delle solite pratiche "maschiocentriche" (definizione di Franca Bimbi su questo giornale) in cui ci si para dietro i corpi femminili? In fondo, l'unica a essersi battuta contro «UD uso ornamentale delle donne» e stata Rosy Bindi, che ha deciso di prendersi uno spazio autonomo nella competizione per il Pd. Certo, l'ha fatto con qualche tono eccessivo, con una inevitabile personalizzazione ma doveva pur romperete il clima di condiscendenza (quello delle quote, dei dispositivi antidiscriminatori) verso le donne in politica. Soprattutto, Bindi se ne e sbattuta delle mode e cosi ha tenuto il punto della dignità femminile. L'elettrice l'apprezza. Perciò l'ha scelta e la voterà. Senza impegno nei confronti del Partito democratico che, d'altronde, ancora non esiste. Ma come riconoscimento per il gesto di libertà compiuto da una donna. (Fonte: Il Riformista, 09/10/2007)

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