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Via Dogana :: Il ritorno del rimosso - Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri

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I giovani e le donne, soggetti “imprevisti” della rivoluzione culturale e politica del ’68, tornano ad occupare la scena pubblica. Antiautoritari – nella stagione breve e intensa del “desiderio dissidente”-, cresciuti nelle assemblee di scuole e fabbriche occupate, nei piccoli gruppi e nei collettivi femministi di autocoscienza, impegnati in pratiche “distruttrici e liberatrici” rispetto alle istituzioni e alle regole del potere, li ritroviamo oggi, sull’onda del Movimento 5 Stelle, come presenza rilevante nelle aule del Parlamento italiano. Coazione a ripetere dei corsi e ricorsi storici, o ripresa di quelle “esigenze reali” proprie di ogni epoca, che, soffocate o respinte nel futuro, sono destinate a ripresentarsi con sempre nuova urgenza?

Di fronte al successo elettorale di Beppe Grillo, figura anomala in un contesto democratico vacillante, ma pur sempre fondato sulla rappresentanza e sulla mediazione dei partiti, verrebbe voglia di dire che la sinistra ha quello che si merita, per aver osteggiato come “antipolitica” e “populismo” ogni prospettiva di cambiamento e ridefinizione dell’ordine esistente. La grande occasione perduta e poi rimossa è stata senza dubbio il terremoto che per un decennio, tra la fine anni ’60 e ’70, ha scosso la politica dalle sue fondamenta: la separazione tra privato e pubblico, la divisione sessuale del lavoro, la “naturalizzazione” del rapporto tra uomini e donne, la cancellazione dell’individuo nella sua interezza e del singolo rispetto alle identità di genere e di classe.

Come potevano restare immutate le categorie di libertà, democrazia, uguaglianza, rivoluzione, partito, una volta riconosciuto il legame che c’è sempre stato tra il corpo e la polis, tra biologia e storia, tra le istituzioni e i poteri dello Stato e le esperienza essenziali dell’umano inspiegabilmente consegnate per secoli alle leggi immutabili della natura, alla “non politica”? Da allora, con una ricorrenza che ha dell’incredibile agli occhi di altri paesi, le piazze hanno continuato a riempirsi di movimenti, di iniziative civiche: masse di cittadini desiderosi di prendere parola, di essere ascoltati e contare. Ma tutto questo fervore di cambiamento è rimasto – per riprendere l’immagine di Barbara Spinelli (Repubblica, 27.02.13)- un “pentolone” che ha continuato a bollire nel sottofondo, coperto dall’ “abissale ignoranza” di una sinistra incapace di lasciarsi contaminare, di mettersi in un rapporto che non fosse solo quello strumentale della cooptazione di un leader e del riconoscimento verbale della bontà di una causa.

Ora che il pentolone è rovesciato, non resta che interrogare la massa di bisogni, desideri, prospettive di cambiamento, che, una volta fuoriusciti, costringono anche i poteri più ossificati ad abbassare le difese. Chi volesse accomunare Berlusconi e Grillo sotto l’etichetta di trascinatori di folle in cerca di riparo dall’incertezza che provoca il peso della libertà del singolo (Massimo Recalcati), è fuori strada. Le due leadership, che oggi appaiono a molti così consonanti, in realtà sembrano aver dato corpo a due linee di tendenza che già Benjamin Constant aveva lucidamente intravisto nel suo Discorso pronunciato all’Athénée royal di Parigi nel 1819, e Alexis de Tocqueville, non molti anni dopo, portato a straordinaria evidenza nel saggio sulla Democrazia in America del 1835:
“Il pericolo della libertà antica era che, attenti esclusivamente ad assicurarsi la suddivisione del potere sociale, gli uomini non tenessero nel debito conto i diritti e i godimenti individuali. Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico” (B.Constant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni, Einaudi 2001)

“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri (…) Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte (…) Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.” ( A. de Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli 1999)

Svegliare lo “spirito pubblico”, criticare la separatezza della politica, la sua autoreferenzialità, favorendo la presa di parola di tutti, mettere in discussione le regole di una democrazia oggi visibilmente in crisi di credibilità, porsi come forza “costituente”, non è lo stesso che esautorare, in nome di un Io strabordante nell’autocelebrazione, la responsabilità collettiva, il diritto di ogni individuo a esercitare il potere politico. Detto questo, non è che la leadership di Grillo, figura ibrida di attore comico e politico, capo carismatico e insieme garante di un movimento che aspira a una democrazia diretta, non sia priva di ambivalenze. In un articolo, pubblicato sulla rivista “L’erba voglio” (n. 1, luglio 1971), Elvio Fachinelli scriveva: “L’attivizzazione delle masse trova un limite nello stesso potere che lo promuove, se esso non si estingue; lo stato di dipendenza e di soggezione che si intendeva eliminare ricompare, sia pure sotto altra forma, come dipendenza di fronte al nuovo potere.” Fachinelli parlava delle “contraddizioni in seno a Mao”, ma, fatte le debite proporzioni, le stesse domande, le stesse perplessità, si pongono ogni volta che un singolo individuo si fa corpo e pensiero di umori, sentimenti, desideri e sogni di una moltitudine, di un movimento e , come in questo caso, di una generazione. Come evitare un confronto col femminismo, che con maggiore radicalità ha criticato la leadership, messo in discussione il confine tra quotidianità e politica, tra la figura astratta del cittadino e la persona nella sua interezza, l’organizzazione del lavoro e della politica in quanto luoghi “svincolati” dalla riproduzione dell’umanità e, più in generale, dal tempo di vita, inteso non solo come cura, ma anche relazioni, creatività, nuovi modelli di sviluppo e di civiltà? Difficile dire ora quali saranno i cambiamenti che il Movimento 5 Stelle riuscirà a portare dall’interno di una istituzione già esautorata da altri poteri meno visibili. Difficile, nella prospettiva di un femminismo che ha visto via via la sua radicalità stemprarsi nell’assorbimento che ne hanno fatto altri movimenti non tenere aperto un confronto, sia pure conflittuale, con donne e giovani che parlano oggi una lingua per certi aspetti famigliari.

“La libertà delle donne ( e degli uomini) non è riducibile alla democrazia che conosciamo, al sistema elettorale, alla dittatura della maggioranza e neppure ai diritti, alla politica dei partiti –che fin dagli anni ’70 hanno perso la capacità di intercettare le nuove soggettività- e degli stati esautorati (…) Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente: soggetti che si relazionano, che cooperano, che si autogovernano, come la politica dei beni comuni. Il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi.”

(Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri, “Via Dogana”, n.104, marzo 2013).

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