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La Repubblica - Pillola per l'aborto e cicogne tecnologiche. Le donne senza parole. Di Anna Bravo

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I nuovi tabù sulla sessualità e il timore maschile di perdere i diritti di controllo. L'omosessualità fa ancora paura e i comportamenti femminili destano sospetti. Dietro la vicenda della RU486 c'è molta diffidenza e poco rispetto. La divisione tra sapere scientifico e femminile ha pesato come mai prima.

Prendiamo due fatti recenti. La decisione da parte del Policlinico di Milano di escludere stabilmente gli omosessuali uomini dalla possibilità di donare sangue, annunciata pochi giorni dopo la protesta di un candidato respinto come soggetto a rischio; l'ispezione disposta dal ministro della sanità presso l'ospedale sant'Anna di Torino, dove era appena iniziata la sperimentazione della pillola RU486, con pubblicazione fulminea del decreto di sospensione sulla Gazzetta ufficiale.

Motivazioni specifiche: l'omosessualità implica comportamenti altamente pericolosi (ma a quale preistoria gay si riferisce il responsabile del Centro trasfusionale milanese?); sulla pillola mancherebbero verifiche adeguate (ma in vari paesi è in uso da più di un decennio). Motivazione di principio: la salute dei cittadini e delle cittadine viene al primo posto - il che stride talmente con lo stato della sanità pubblica e privata (non tutta, per fortuna) che ci si chiede subito da dove vengano tanta sollecitudine e tempestività. Sicuramente da lontano.

Per quanto diversi fra loro, tutti e due i casi hanno a che fare con la sessualità e il potere sui corpi. La paura dell'omosessualità resta sullo sfondo finché i gay stanno al loro posto, fuori dalle emoteche, fuori dal ruolo di genitore. L'aborto chirurgico è più pericoloso e costoso, ma la pillola è troppo rapida, troppo dissimulabile, troppo «dolce» sul piano della sofferenza fisica - su quella psichica, Nicoletta Tiliacos ha ricordato che non chiede permesso al calendario della gravidanza per farsi sentire.

Dietro la vicenda della RU486 probabilmente non c'è tanto un accesso di crudeltà, quanto l'abitudine, mai morta nonostante il femminismo e gli imperativi della correttezza politica, di guardare alle donne con molto sospetto e poco rispetto (su un giornale abitualmente moderato, nell'estate 2004 un articolo contro la Ru486 è comparso sotto il titolo: "Con l'aborto fai-da-te c'est plus facile"). E c'è il timore maschile di non avere più voce in capitolo e diritti di controllo, forse anche l'ansia per una possibile riedizione dello storico asse donna/medico ai danni di compagni e mariti. Figli non voluti o troppo desiderati, omosessuali aspiranti padri e madri, tornano i nodi della legge 40, su cui dopo il referendum gli interventi si sono troppo rarefatti. Eppure la sconfitta ha parecchio da dire, a cominciare dalle scelte di comunicazione.

Dell'alleanza donna/medico, per esempio, l'area del sì non ha quasi parlato, mentre è non solo il risvolto più interessante delle politiche otto-novecentesche sulla fecondità, ma un argomento serio con cui affrontare la sacrosanta diffidenza femminile verso la medicina e la scienza. Perché in quella fase non tutto è andato come avrebbe dovuto. E' vero che a inizio Ottocento, la gravidanza è vista ancora con gli occhi della tradizione, che dava grande peso alla percezione femminile di dolori, gonfiori, movimenti del feto, mentre a fine secolo è diventata un insieme di riscontri «oggettivi», attestati da professionisti e rilevanti sul piano giuridico: un affare di Stato e di scienza. E' vero che l' aborto diventa, oltre che peccato, reato, che le normative proibizioniste e per una maternità salutista e rispettabile rischiano di ridurre la donna a ambiente di sviluppo del feto e a sua potenziale nemica.

Sono le tappe del processo che ha visto il potere statale, religioso, medico/scientifico, impadronirsi del corpo fecondo, definendone lo statuto e fissando prescrizioni e divieti in relazione al feto. Ma, appunto, c'è stato un imprevisto. Dai nuovi standard di assistenza nasceva un legame più stretto fra donne della borghesia e medici, che poteva evolvere in un patto a due per la gestione della salute e dei rapporti familiari. Dal primo Novecento, gli operatori sanitari impegnati a promuovere l'igiene e la morigeratezza delle classi popolari (e a denunciare le carenze), spesso finivano col sostenere la lotta delle madri per affrancare se stesse e i figli dalla miseria, dalla promiscuità, dalle violenze del capofamiglia. Ovviamente, l'assistenza si intrecciava all'ingerenza e alla repressione; ma l'idea che le donne fossero incapaci di rendersene conto e di agire di conseguenza è davvero poco fondata.

Certo, oggi tutto è più complicato, basta pensare alle diverse immagini sociali del medico, demiurgo, mestierante, epigono di Frankenstein. Ma mostrare che (alcune) donne hanno saputo volgere a proprio favore una condizione avversa, e che non tutti i medici sono nemici, avrebbe dato coraggio, magari più chiarezza su quel che ci si può aspettare da chi si dice amico. Sono cose da capitalizzare - e credo che a molte avrebbe fatto piacere conoscere questo pezzo di storia. Alle donne si è rimproverato di essersi fatte sentire troppo poco nella campagna sul referendum. Vero (ma non è facile accedere ai media). In ogni caso non è stato solo per difetto di sensibilità politica, è stato perché l'area del sì non ha potuto appoggiarsi a una robusta narrazione popolare come nei referendum sul divorzio e sull'aborto. Perché il senso comune ha ancora così paura degli eccessi femminili che volere ardentemente un figlio desta più sospetti che non volerlo. Perché Tv e stampa hanno dato enorme spazio a dibattiti scientifico-filosofici monosessuali. Perché idee, sentimenti, emozioni, conoscenze, erano tutto un groviglio; e noi, temo, non abbiamo fatto abbastanza per sciogliere i nodi. Non che fosse facile.

La separazione fra sapere scientifico e sapere femminile, sociale, ha pesato come mai prima. Gli sforzi di alcune scienziate e ginecologhe per costruire una buona divulgazione non sono arrivati al grande pubblico, e neppure fra le donne mi sembra abbiano inciso a fondo, peccato. Cercare informazioni era diventato una corvée: su che criteri regolarsi, come distinguere l'approssimazione più onesta alla verità? Ho votato 4 sì, ma con molte incertezze. Era la tipica situazione in cui sarebbe stata necessaria una discussione libera, aperta a tutti i dubbi. Che erano «trasversali» e sensati: sulla liceità di privare un essere umano di metà della sua genealogia, su come spiegare ai bambini che li ha portati una cicogna tecnologica, sulla sensatezza di parlare di marginalizzazione dei corpi nella fecondazione assistita se le e gli interessati non hanno mai smesso di fare l'amore. E soprattutto: per le donne le biotecnologie significano più libertà e felicità, oppure più rischi e più dipendenza dal medico e dal mercato? Su quest'ultimo punto, il femminismo si divide. Per alcune, gli interventi sono una profanazione del corpo, in cui la donna fa da cavia. Secondo altre, siamo già un impasto di biologia e tecnologia, con i chip sottopelle e le microcamere per restituire un barlume di vista ai ciechi; e bisogna dare credito alle donne, che, come le loro ave, non sarebbero affatto incapaci di negoziare il loro consenso a un trattamento, di valutare pericoli e vantaggi, sia quando la maternità è un sogno, sia quando rientra in una strategia di potere (su società, ideologie e biotecnologie sono utili, oltre a Boccia-Zuffa, L'eclissi della madre, Pratiche Edizioni, Bonsignori, Domijanni, Giorgi (a cura di) Si può, manifestolibri, e Faralli e Cortesi (cura di) Nuove maternità, Diabasis).

Oltre che di un diritto mite ci sarebbe stato bisogno di parole miti, quelle che aiutano a reggere i conflitti. Le cose sono andate diversamente. Si è riaffacciato, vecchio ma vispo, lo stereotipo di un paese diviso fra una parte giusta e sana, una malata e sbagliata, le solite due Italie. Si è riprodotto il cortocircuito fra giudizio su un comportamento e giudizio su chi lo mette in atto: hai fatto la tal cosa (la tal scelta di voto, la tal dichiarazione), dunque sei la tal persona, assegnata a un'area politica in cui magari non ti riconosci proprio. E' anche a questi cortocircuiti che si devono i guasti nei rapporti, le sofferenze - e un dibattito così impoverito che in alcune sedi si capiva subito cosa bisognava dire e cosa non dire per guadagnare un applauso o evitare mormorii ostili.

L'inchiesta di Simonetta Fiori uscita la scorsa settimana ha gettato luce su alcune verità utili da ripensare. Guardo alle sinistre, l'ambito che mi interessa di più. In qualche caso si è tornate alla contrapposizione tra il femminismo originario e il femminismo delle militanti dei gruppi extraparlamentari, meticce e meteci del paese delle donne. Lo scontro più aspro, mi pare, non è avvenuto fra laiche e cattoliche, ma nell'area stessa della sinistra, con attacchi rivolti a donne cui sarebbe difficile imputare simpatie di destra. Deve aver contato il fatto che per lo più erano (eravamo) persone «di nessuna chiesa». A una credente si sarebbe riconosciuto il diritto/valore di rifarsi a una tradizione e a una spiritualità millenarie; una non credente e non devota, di cosa si immischiava, a che titolo? Per di più, la scelta di esporre pubblicamente dubbi e ripensamenti ci ha catapultato nella storica sottospecie umana dei traditori, di cui si può dire (e cui si può far dire) letteralmente qualunque cosa. Vecchia storia, anche questa.

A me, hanno attribuito nientemeno che l'affermazione che «le donne in lotta per depenalizzare l'aborto erano violente e omicide, come tutto degli anni Settanta». Sì, e i comunisti mangiano i bambini. Ma sono cose che passeranno, mentre i nodi restano. C'è bisogno di riassestare discorsi e rapporti, magari grazie a molti incontri ristretti: fra poche, è più difficile che i conflitti sfocino nella distruttività, bloccando pensieri e iniziative. Sarà casuale, ma sul divieto alla RU486 per ora non c'è stata una gran reazione. E non basterà un cambio di governo a risolvere ogni problema. Ma questo vale per tutti.

di Anna Bravo

La Repubblica, 28 settembre 2005

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