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La Repubblica - Inchiesta: come cambia il femminismo di Simonetta Fiori

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In tante trovano nella Chiesa cattolica un alleato contro il medico-stregone. Perché la ricerca è andata avanti, mentre il pensiero femminile s'è fermato. Nasce una nuova specie di 'femminista devota', applaudita da Cl o dal Movimento per la vita. Voci minoritarie, che però segnalano un mutamento. Roccella e Scaraffia firmano un libro in difesa delle posizioni del cardinal Ruini. Contrasti spesso dolorosi. Le esperienze di Anna Bravo, Franca Fossati e Paola Tavella. Le interviste a Lea Melandri e Luisa Muraro.

Inchiesta:
  1. Tra lacerazioni, silenzi e derive clericali
  2. Parla Lea Melandri, memoria storica del movimento
  3. Luisa Muraro, filosofa della differenza

Tra lacerazioni, silenzi e derive clericali

FemminismoSi incontrano sempre più spesso ai meeting di Comunione e Liberazione o nei blog organizzati dal Movimento per la vita. Non importa se portano il piercing e hanno appena detto addio ai capelli verdi, oppure nei Settanta gridavano slogan scomposti insieme alle radicali. Sono le femministe - giovani e meno giovani, di destra e di sinistra - convertite al verbo del cardinal Ruini, non tutte credenti ma comunque schierate con le gerarchie, o anche militanti estranee al neoclericalismo e però in sintonia con i vescovi negli argomenti versus l'onnipotenza scientifica. «Che c' è di strano? Nella mia vita mi sono trovata in compagnie anche peggiori», dice Paola Tavella, 46 anni, una lunga esperienza al Manifesto e a Noi donne, poi al ministero Pari Opportunità: da femminista di «sinistra e libertaria» - così si definisce - a proposito del recente referendum ha firmato sul Foglio una lettera pro astensione che le ha fruttato simpatie nell'ortodossia cattolica. Al suo fianco Alessandra Di Pietro, sensibile trentenne con pratica politica nei Centri Sociali, niente di più lontano dalle insegne clericali, eppure anche lei invocata dall'ala più tradizionalista in chiusura di campagna referendaria («Ma abbiamo detto no, dopo aver immaginato terribili scherzi da prete destinati ai preti», confessa la Tavella, rimasta una ragazza degli anni Settanta che trova conforto solo nella meditazione yoga).

In un mondo che cambia, occorre trovare nuove alleanze. «Noi l' abbiamo trovata nella Chiesa cattolica», dice l' ex radicale Eugenia Roccella, 51 anni, traslocata nell'arco d'un trentennio dalle file del Movimento di Liberazione della Donna alla direzione di Ideazione, rivista della destra. Compagna di scuola di Nanni Moretti, è cresciuta in una famiglia laicissima in cui lo spauracchio per grandi e piccini non era l'uomo nero ma le «terribili bande del cardinal Ruffo», evocate dal pannelliano padre Franco («Per anni mi sono chiesta: ma chi sarà questo Ruffo?»). Insieme a Lucetta Scaraffia, storica e influente giornalista con cui aveva firmato la contestata opera sulle Italiane, la Roccella ha appena licenziato un libro che è un po' la summa del neo femminismo devoto, lo stesso amplificato sulle pagine del Foglio. S' intitola Contro il Cristianesimo, lo pubblica la cattolica Piemme, ed è una difesa ad oltranza dei "diritti naturali" patrocinati dalla Chiesa nell'ambito della sessualità, della riproduzione e della famiglia. Una sorta di rovesciamento - tipico del nouveau réactionnaire - di tutti i principi fondamentali sostenuti dalle donne occidentali, specie sul versante della contraccezione e dell'aborto, in nome dei quali oggi verrebbero perpetrate violente campagne di sterilizzazione forzata nel Terzo Mondo. Argomentazioni sostenute in nome d'un nuovo femminismo «non provinciale né istituzionale», distante da quello bianco occidentale accecato dal proprio privilegio. Al diavolo il principio di autodeterminazione. Bisogna guardare altrove, in Bagladesh o in India. E allearsi con Ruini. Al recente meeting di Comunione e Liberazione le autrici sono state accolte da ovazioni.

Ma cos'è, è scoppiato il femminismo italiano? Schiantato dall' esito referendario, lacerato dalle contrapposizioni, c'è davvero il rischio di derive clericali o comunque di approdi lontani dalla propria storia? Non è facile muoversi in un arcipelago frastagliato e diviso, articolato in celle chiuse e poco comunicanti, un po' diffidente verso il mondo esterno, tradizionalmente "plurale" - come piace dire alle protagoniste - ma dai contorni quanto mai slabbrati. «Io non generalizzerei una tendenza che coinvolge solo frange minoritarie», mette in guardia Maria Luisa Boccia, figura di spicco del femminismo, storica della filosofia politica e membro del comitato direttivo al Centro di Riforma dello Stato. «Mi sembrerebbe poco appropriato parlare di uno spostamento Oltretevere del femminismo italiano. Quel che è accaduto in questi anni - ma in modo sotterraneo, poco visibile - è la forte influenza del pensiero delle donne in area cattolica e cristiana, che ha condotto a una rilettura della dottrina e a un ripensamento sul ruolo femminile nella Chiesa». Cristianesimo e femminismo, in sostanza, come universi sempre più comunicanti. Dal Dio delle donne, interrogato da Luisa Muraro in un recente saggio sulla "teologia in lingua materna", ai dibattiti sul sentimento religioso avviati dalla Libreria delle donne a Milano: non mancano i segnali di questo risveglio verso il sacro, supportato dal crescente interesse delle storiche - da Gabriella Zarri a Sofia Boesch a Sara Cabibbo - sulla cultura monastica e la santità declinata al femminile. Un' attenzione peraltro ricambiata da papa Wojtyla e dall'ancora cardinale Ratzinger, che alla diversità femminile hanno dedicato importanti riflessioni.

Ma questo, se può spiegare una prossimità del femminismo al mondo cristiano, è altra cosa dall'ossequio alle gerarchie da parte delle "femministe devote" (vedi l'intervista a Luisa Muraro più sotto). Se non indicative d' un fenomeno consistente, queste voci rappresentano tuttavia la spia d' un mutamento. Sono molte le donne che, pur estranee alla svolta neoclericale, mosse piuttosto da istanze ambientaliste, trovano nella Chiesa un naturale alleato contro un comune nemico: l'invasività delle nuove tecnologie, il progresso scientifico raffigurato nella sua minacciosa onnipotenza. Un'inquietante figura s'aggira negli scritti femministi che difendono la legge sulla fecondazione artificiale: il medico stregone impazzito, che traffica con embrioni congelati, svilisce il feto a oggetto di consumo, impianta nei topi orecchie umane. Riaffiora così una diffidenza antica: il sapere medico vissuto come controllo, espropriazione, disciplinamento del corpo femminile. Con conseguenze non irrilevanti. «Alle conquiste scientifiche nell' ambito della fecondazione assistita», spiega Boccia, «non è corrisposta adeguata riflessione femminista. Il progresso è andato avanti, al contrario l' elaborazione delle donne è rimasta ferma». Incagliata anche in alcuni tabù, come quello sul desiderio di maternità. «Se su contraccezione e aborto fummo prodighe di discussioni, la maternità è rimasta avvolta in un velo di silenzi, reticenze, pudori privati». Alla Boccia non si può certo imputare un difetto di riflessione: da anni, insieme a Grazia Buffa, va ragionando su tecniche e fantasie implicite nella fecondazione artificiale (L'eclissi della madre, uno dei suoi saggi edito da Pratiche). Cita anche il recentissimo Un'appropriazione indebita, scritto insieme a giuriste, biologhe, genetiste (Baldini Castoldi Dalai). «Ma è ormai difficile comunicare tra noi e anche con i media. Per organizzare il manifesto contro questa brutta legge ho fatto una gran fatica nel mettere insieme pezzi ormai dispersi del movimento. E alla fine pochi quotidiani l'hanno accolto».

Il referendum, in sostanza, ha trovato le donne impreparate, disperse in mille rivoli, anche un po' timorose. Concorda Franca Fossati, dall'87 al '93 direttrice di Noi donne, oggi giornalista di Otto e mezzo: «è da decenni ormai che il femminismo tace su questioni come la tecnoscienza. Dicemmo qualcosa tanto tempo fa, ma poi abbiamo smesso di riflettere su noi stesse. Il fatto è che non esiste più un'opinione femminista influente, in grado di incidere nel dibattito pubblico. S'è esaurita la capacità di proposta. Questo anche per colpa nostra, incapaci di parlare tra noi e con il mondo esterno». E' appena diventata nonna, andava con il pancione alle manifestazioni a favore dell' aborto. «Ebbi mio figlio nel 1978, feci una sola ecografia. Allora non sapevamo niente di feto ed embrione. L'ignoranza più totale. Anche nelle discussioni sulla legge che regolava l'aborto ci affidavamo alle testimonianze di chi i figli li aveva già avuti. Oggi la gravidanza è documentata minuto per minuto. Ma noi non abbiamo lavorato abbastanza sulla procreazione, sul mistero del nascere e del morire». Qualcuna, tra le militanti storiche, ha provato a parlare della "sofferenza del feto" oltre un certo stadio della gestazione, dando voce a un diffuso "non detto" (l'intervista su Repubblica nasceva da un suo saggio pubblicato sulla rivista Genesis). Ma l'accoglienza, in alcune stanze della grande casa femminista, non è stata tra le più festevoli. «Tramortita: non trovo altre parole», dice Anna Bravo, storica che da anni lavora intorno al tema della non violenza. «Mi aspettavo critiche, anche dure. Non le bordate di attacchi, la loro fulmineità, le accuse di aver dimenticato travisato calunniato mentito. C'è chi ha smesso di parlarmi. So che ci sono state riunioni e giri di telefonate furibonde. Mi è successo in miniatura quel che spesso succede quando ci si ammala in modo grave: quasi tutte le relazioni si ridefiniscono, certe amiche si dileguano, persone meno intime corrono per starti vicino».

Amicizie che si spezzano, rapporti raggelati da imbarazzo e incomprensione. Non è anche questo sintomo d' un disagio che attraversa l'universo femminista? «Forse non è mai morta la tentazione di tutelare l'ortodossia», risponde Bravo. «è come sopravvissuta quella forma mentale per cui il dissenso politico comporta la fine di amicizie, talvolta rotture famigliari». «Ho perso le amiche del cuore», dice la Tavella. «Il Manifesto mi ha come schiaffeggiato, il cellulare è rimasto silente per diversi giorni. Ricordo come un incubo la telefonata con la donna a cui devo di più nella vita, sia sul piano professionale che su quello privato. Mi accusava di esibizionismo e superficialità. Una sofferenza vera». Forse inevitabile la fibrillazione emotiva quando si toccano i vissuti delle persone: non sono in pochi a essersi imbattuti nel problema di aborto non aborto, figli desiderati che non arrivano, amniocentesi dall'esito infelice, tutti temi trattati con qualche sciatteria nell'agone referendario. «Mi sono sentita tradita dalle persone a me più vicine», racconta Franca Fossati. «Sono stati messi in discussione principi che ritenevo condivisi. Non pensavo che il mio aborto di tanti anni fa fosse considerato un omicidio, anche se "piccolo", come qualcuno ha avuto la bontà di scrivere. Un equivoco che non riesco a chiamare in altro modo che tradimento, mettendoci dentro rancore, delusione, inganno. Ho realizzato che non ci capiamo più. O forse non ci siamo mai capite».

Tra derive clericali, diffuso spaesamento e protratte afasie, rigide chiusure e lacerazioni personali, esiste un futuro per il femminismo? «Non dobbiamo certo fermarci qui», suggerisce Fossati. «Andiamo avanti, riprendiamo a parlare al di là delle incomprensioni». Maria Luisa Boccia punta sul confronto con il mondo scientifico, «perché, senza scomodare Foucault, è un sapere vincente e la nostra battaglia contro sarebbe sbagliata e perdente». Sono ormai pochi i luoghi di elaborazione, spesso non dialoganti tra loro e invisibili sui media. C' è anche un tessuto sotterraneo di storiche e letterate, ma per lo più mancano i fondi ed anche le riviste. Oggi il femminismo si ritrova in rete, tra il sito della Libreria delle donne, quello della Libera Università delle Donne a Milano e il sito Dea, guidato da due firme storiche, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini, insieme ad Alberto Leiss. «Negli ultimi tempi», dice Bravo, «è nato come un flusso di discorsi, esile certo, ma che può diventare un luogo politicamente rilevante. Ho conosciuto persone nuove e per me importanti. Mi piacerebbe ricominciare a discutere, ma a condizione di affrontare i conflitti con un atteggiamento non violento». E il ciclone referendum, che peggio di Katrina scompagina geografie e mescola tonache e piercing? «Con alcune amiche abbiamo deciso di non nominarlo più», risponde Tavella. «Si parla d'altro, confrontandoci sui contenuti». In attesa di tempi migliori.

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Parla Lea Melandri, memoria storica del movimento
Oggi abbiamo paura di parlare

Lea Melandri«Il femminismo è scoppiato? Mettiamola così: il referendum ha reso visibile un universo ormai disgregato, che ha esaurito la capacità di elaborazione collettiva. Ma sono molte le donne che studiano, riflettono, scrivono libri importanti. Però nessuno se ne accorge». Lea Melandri, 64 anni vissuti con passione ed energia, incarna la memoria del femminismo italiano. «Ormai di professione faccio la femminista storica», scherza, appena rientrata da un seminario a Mondello dove s'è mescolata alle più giovani. Dirige per la Franco Angeli una collana della Fondazione Badaracco dove recupera materiali d'archivio degli aurei anni Settanta. Ed è sempre attivissima per l'associazione della Libera Università delle donne a Milano. «Ma del referendum ora a Mondello non abbiamo parlato». Perché? «Perché è un tema inquietante, che spaventa». Non è un buon segno. «Il fatto è che mette in gioco questioni immense come le biotecnologie da un lato, dall'altro la maternità. Terreni che richiedono competenza e riflessione approfondita». C'è chi sostiene che, all'interno del femminismo, siano mancate entrambe. «Questo è vero in parte. E' stato fatto un gran lavoro, ma rimasto per lo più sommerso.

Non esiste più il femminismo come movimento, quella tensione collettiva al cambiamento. Dunque sono venute meno la spinta aggregativa e la circolazione delle idee che caratterizzavano l' esperienza passata. Oggi abbiamo difficoltà a incontrarci, non ci sono più le riviste. Il referendum ha reso evidente tutto questo». Non c'è più confronto. «Un'altra spia del cambiamento. Negli anni Settanta le divergenze erano vita. Eravamo capaci di sopportare la conflittualità anche alta. Oggi si ha quasi paura di dire la propria opinione, per non dividersi». Quando qualcuna ha osato venire allo scoperto - mi riferisco ad Anna Bravo e alla sua riflessione sul femminismo negli anni Settanta - non sono mancati i temporali. «E' stata una vicenda dolorosa per tutti. Ho visto mettere in discussione tutta la nostra storia, poi ho capito che così non era. Ma questo dipende anche dal rapporto con i giornali, da sempre disastroso. O prevale il folclore o s' enfatizza la contrapposizione. Ogni volta bisogna ricominciare da capo». Sempre colpa nostra? Non c'è anche una difficoltà delle femministe nel comunicare all'esterno? Non è semplice decifrare i vostri scritti. «La nostra è un'elaborazione complessa, ma è vero: il linguaggio è sempre meno comunicativo. Sono cresciuti codici gergali o stereotipati, che certo non aiutano».

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Luisa Muraro, filosofa della differenza
Più religiose ma senza ortodossia

Luisa Muraro«Se è lecito parlare di un avvicinamento del femminismo al cattolicesimo? In un certo senso sì, ma bisogna intendersi». Luisa Muraro, filosofa della differenza sessuale, nata nel 1940 con la guerra, osserva la scena dopo la tempesta. Da anni studia la mistica femminile, incuriosita dal rapporto di "confidenza e suprema libertà" intessuto dalle donne con Dio. Il Dio delle donne (Mondadori) è anche il titolo del suo ultimo libro: pagine che trasmettono emozione dinanzi al dialogo con il divino. Ma se le chiedi di definire la sua identità religiosa, Muraro si limita a risponderti: «Mia madre era cattolica». Alcune donne sono approdate su una sponda di ortodossia clericale. «Non ne condivido le scelte, ma sono una femminista e questo vuol dire anche ascoltare al meglio quello che altre donne hanno da dire. L'ascolto e lo scambio pacifico cessano nel momento in cui si vuole usare la legge per dare forza a posizioni che richiedono, non la forza della legge, ma quella di un convincimento personale. Allora bisogna lottare, perché ne va della libertà femminile».

Al di là delle posizioni più estreme, è lecito parlare di un progressivo accostarsi delle femministe alla Chiesa cattolica? «Bisogna intendersi su cosa intendiamo per cattolicesimo. Se ci riferiamo alle posizioni ufficiali della gerarchia cattolica in materia di fede e morale, direi proprio di no. Se invece intendiamo la società di quelli e quelle che credono in Dio, lo pregano, non disprezzano i preti e le chiese, si sforzano di amare il prossimo, leggono testi di natura religiosa, in tal caso mi pare di osservare che oggi tra le donne c'è più cattolicesimo di ieri. A dire il vero, sono esitante nel dire questo». Perché? «Non noto i segni di una sana polemica femminile nei confronti del clericalismo. Le donne animate da un forte spirito religioso mi risulta storicamente che abbiano sempre combattuto questa tipica malattia religiosa maschile».

Per quest'ultimo referendum lei ha scritto che - seppure usato strumentalmente - ha vinto lo slogan "sulla vita non si vota". Questo ha a che vedere con un crescente sentimento religioso delle donne? «Ha molto a che vedere con il sentimento politico delle donne. Ma non è sbagliato includervi una pulsione religiosa, perché in noi donne i sentimenti abitano insieme e si parlano molto. Per sentimento politico intendo un atteggiamento che ci porta non a separare la vita dalla politica, ma viceversa a tenere una certa politica - quella del potere, del contarsi, della maggioranza-minoranza - lontana dalle cose della vita». I suoi studi sulla mistica femminile sono anch'essi spia di una crescente attenzione del femminismo verso la religione cattolica? «Per me al principio c'è stata la scoperta di Margherita Porete, autrice di un libro meraviglioso e difficile che le è costata la morte sul rogo. Più che sullo spostamento del femminismo verso la Chiesa, richiamerei l'attenzione sullo spostamento della Chiesa cattolica verso l'ascolto del pensiero delle donne. Me l'ha confermato la lettera scritta l'estate scorsa dall'allora cardinal Ratzinger sulla possibilità di collaborazione tra donne e uomini». Lei allora gli rispose con una lettera che suscitò sorpresa. «Se il cardinal Ratzinger fosse un mio studente», lei scriveva, «di molte cose mi piacerebbe ragionare con lui, complimentarmi o distanziarmi». La Rossanda sul Manifesto lamentò un eccesso di benevolenza. «Forse Rossana è ancora legata a una vecchia cultura anticlericale, non troppo sensibile ai pur minimi slittamenti delle gerarchie cattoliche. La Chiesa è quello che è: non ho prospettive irrrealistiche e m'accontento dei piccoli passi». Lei si limita a dire che sua madre era cattolica. Ma lei? «Non la giudicherei una risposta evasiva. Valorizzare il rapporto con la madre per noi femministe vuol dire molto».

La Repubblica, 15 settembre 2005

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