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Lettera aperta ad Ayaan Hirsi Ali, autrice di Non sottomessa

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Alcune riflessioni di Paola Zappaterra sul libro "Non Sottomessa. Contro la segregazione nella società islamica" di Ayaan Hirsi Ali sotto forma di lettera aperta all'autrice.

Cara Ayaan,

sono una donna della tua generazione, nata e cresciuta in un paese occidentale, come l’Italia, che di è trovato a passare, nel volgere di pochi anni e con una rapidità sorprendente, dalla povertà contadina al benessere tecnologico e che in questo rapido passaggio rischia di perdere memoria di molte cose, comprese quelle che riguardano la sorte e le vite delle donne.

Non sottomessa. Contro la segregazione nella società islamicaE' stato con profonda emozione che ho letto il piccolo libro, da pochissimo tempo pubblicato in italiano, che raccoglie alcuni tuoi scritti Non sottomessa. Contro la segregazione nella società islamica. Molti di essi sono in forma di conversazione, con un interlocutore o una interlocutrice reale o immaginaria. Dal momento però che il tuo pensiero ha mi pare almeno due interlocutori ideali e generali – i musulmani che vivono in Occidente e gli uomini e le donne della sinistra in quei paesi occidentali - mi sono decisa a scrivere alcune riflessioni sotto forma di lettera aperta. Pensando a questa lettera, non ti nascondo che ho anche fantasticato che tu, un giorno, magari di nuovo libera di muoverti e vivere senza nasconderti, possa davvero leggerla come una missiva indirizzata a te.

Sono cresciuta nella consapevolezza dei molti ostacoli, occulti e manifesti, che la mia appartenenza di genere avrebbe posto sul mio cammino verso una vita attiva, libera e responsabile. A volte li ho sentiti mordere direttamente nell’anima, e ne sono uscita umiliata e furente. Ho dovuto combattere piccole e grandi battaglie. Ho pagato alcuni prezzi.

Ma sono stata davvero anche molto fortunata. Ho potuto imparare quale straordinaria energia rinnovatrice e creatrice donasse guardare al mondo dalla prospettiva di essere due, uomini e donne, e che su misura di questo essere due il mondo potesse essere abitato e rifatto. Ho potuto poggiare i piedi sul terreno solido dell’esperienza di altre donne, sul lavoro che esse avevano compiuto e sulle battaglie che esse avevano combattuto ancora prima che io nascessi. Un lavoro che aveva potuto e che esse avevano saputo far diventare riconoscimento pubblico, e non soltanto ribellione e testimonianza privata, e che aveva preso quindi la forma di diritti, riconosciuti ed esigibili.

Tutto questo è avvenuto in Occidente, e per la maggior parte (ma non solo) in quel secolo tormentato per l’Europa che è stato il Novecento, che non a caso alcuni hanno chiamato “Il secolo delle donne”. Credo che, per quanto la ricostruzione storica ce lo consenta, e consapevole delle molte eccezioni e discussioni da fare in materia, dobbiamo riconoscere che, in particolare nella seconda metà del secolo scorso e nei paesi dell’Occidente liberale e affluente, le donne hanno vissuto in condizioni di libertà e migliori possibilità materiali, culturali e psicologiche di quelle di altre epoche e altri continenti.

Personalmente devo aggiungere che non ho mai temuto, fino ad ora, che queste condizioni potessero essere messe seriamente in discussione da chicchessia. E questo ha lasciato a me, come a molte altre donne prima e con me, l’agio di andare a fondo anche nella critica di quello stesso mondo in cui quelle condizioni si erano storicamente determinate. Di vedere e denunciare i limiti di quella stessa democrazia che mi consente - come tu bene dici in più punti - libertà d’espressione; di più, di smascherarne l’intimo meccanismo di riduzione a un maschile universale dove le donne, se non inchiodate al loro sesso come destino biologico, lo cancellano, lo definiscono esse stesse per prime ininfluente e irrilevante.

Sono sicura che tu sai perfettamente riconoscere la trappola che c’è in questo meccanismo. Ma sento la tua voce che grida: dateci un Voltaire! E sento la sconvolgente urgenza delle tue parole che ci inchiodano alle nostre responsabilità, noi, che possiamo permetterci il lusso di disprezzare intellettualmente quel “mondo libero” nel quale viviamo, noi che, tu dici, in una fedeltà ideologicamente un po’ cieca al nostro disprezzo, condanniamo milioni di donne, e bambini, che di quella cultura non sono figli, alla sottomissione e alla violenza, paludandoci dietro al “rispetto” della loro cultura.

Ayaan Hirsi AliIntendiamoci, voglio dirlo subito, forte e chiaro, perché davvero non ci siano equivoci: credo che tu abbia ragione. Credo che la comprensione delle terribili responsabilità che l’Occidente ha nei confronti di tutto il cosiddetto “terzo mondo” (con tutto ciò che questo comporta) non possa fare da schermo a una battaglia, “globale” e senza compromessi, per attribuire a ogni donna di questo pianeta, e indipendentemente dalla cultura cui appartiene e dal luogo in cui è nata e in cui vive, quelle possibilità, quelle libertà, quel rispetto di sé, della propria integrità e inviolabità, della propria dignità individuale che riconosciamo a noi stesse, donne di questo Occidente dalle gravi responsabilità.

Però io penso che ci sia un passo avanti che dobbiamo fare. Dobbiamo io credo farlo insieme, le donne che hanno potuto approfittare della ricchezza dell’Europa dei diritti civili, le donne che qui sono venute a cercare migliori condizioni di vita o che hanno seguito le loro famiglie, le donne che vivono in quei paesi un tempo dall’Europa colonizzati e dall’Occidente stretti in una morsa di sfruttamento materiale e sudditanza morale e psicologica. Ed è continuare a indagare, a portare avanti senza timore la critica severa di quel ‘modello occidentale’ che tanti guasti ha prodotto in giro per il pianeta. Su questo donne (e uomini) di tanti luoghi diversi hanno già riflettuto tantissimo, ma non abbastanza. Sui danni dello sfruttamento incondizionato della natura che germina da una ideologia predatoria e riduzionista della scienza, sulla mercificazione di ogni aspetto della vita e sull’assurda illusione di un “progresso” e di un crescente benessere illimitati. Sugli uomini che hanno pensato i fondamenti di questa cultura e sulla relazione tra uomini e donne che l’hanno vissuta e animata.

Da tutto questo dobbiamo trarre gli argomenti e le ragioni di una nuova convivenza, di una nuova comunità solidale di donne e uomini, di nuove forme di povertà volontaria e conviviale per rendere sostenibile la presenza umana tutta su questo pianeta. Perché diversamente, ciò che rimarrà, in questo mondo che va esaurendo le sue risorse e nel quale la convivenza tra diversi si fa ogni giorno più difficile è che l’Occidente è fallito, che con l’individualismo proprietario se ne debbono andare anche i diritti individuali; che con l’ossessione consumista se ne debba andare anche la libertà di seguire le proprie inclinazioni sessuali, professionali, culturali, di fede; che con l’egocentrismo edonista si debba cancellare anche un’idea di comunità di uomini e donne che liberamente rintracciano nel proprio appartenere ad un’umanità declinata con parole nuove le ragioni della solidarietà, della responsabilità, dell’amore verso i viventi.

Legato a questo, c’è un’altro ambito su cui è necessario continuare a riflettere, per uscire dalla terribile, angosciosa strettoia di questo inizio di nuovo millennio. Continuare a porci domande sulle ragioni di una così pervasiva oppressione delle donne nella storia umana. Sappiamo ed è giusto rimarcare che essa ha avuto gradi, caratteristiche, intensità diverse, ma non possiamo riconoscere che rappresenta una trama comune e “trasversale” a molte culture di luoghi ed età disparate. Non basta più affermare che, poiché è sempre stato così, il progresso – quand’anche sotto forma della capacità delle donne di diventare un forte soggetto politico - s’incaricherà di spazzare via questo retaggio di arretratezza. Bisogna produrre pensiero sulle sue ragioni e far sì che questo pensiero diventi un’alternativa praticabile per le donne e gli uomini. Perché sappiamo già che il nostro non è il migliore dei mondi possibili. Perché il rischio davvero molto grave è che, nel momento in cui appare chiaro che il Progresso è un altro Dio che è fallito, sia gioco facile richiamare le donne a quel “sempre così è stato” e dipingere le società – la società Occidentale e i suoi “eccessi” - in cui si sono tentate strade diverse come pericolose deviazioni da un sapere consolidato che garantiva più sicurezza e stabilità per tutti; anzi sostenere, e c’è chi lo fa efficacemente non nella forma del rimpianto di una perduta età dell’oro ma come proposta per un futuro migliore, che proprio nell’autonomia e libertà femminili stiano le forme più perniciose di deviazione, che lì è la matrice della confusione, del pericolo, dell’angoscia del presente.

Mentre scrivo e arrivano le notizie degli ultimi attentati terroristici, ciascuno di noi, uomo o donna, sperimenta quanto sia profondo il nostro smarrimento di fronte all’arbitrarietà della violenza, che rende plausibile, anzi, desiderabile il sacrificio della libertà nell’illusione che quanto siamo disposti a cedere in libertà ci venga matematicamente restituito in sicurezza. Siamo cresciuti in un mondo in cui ci hanno insegnato a fare i conti con un tutto uno e dato una volta per tutte: se tolgo alle donne, do agli uomini e viceversa, purché la somma sia zero. Dobbiamo imparare a costruire strumenti intellettuali che moltiplichino le possibilità, matematiche dell’emozione e del pensiero senza una somma algebrica zero.

Lo sappiamo, Ayaam, chi più di noi donne! che la libertà ha sempre un prezzo. Vorrei che insieme facessimo in modo che questo prezzo fosse, per uomini e donne, quello di crescere, come adulti responsabili e amorevoli prendendo la vita nelle proprie mani, con rispetto verso il prossimo nostro e altrui. Molti si ribelleranno a questa prospettiva, timorosi di perdere i propri privilegi. Forse inconsciamente, alcuni di coloro che tu critichi con forza e che, dall’interno delle nostre ricche società, rischiano di interpretare la convivenza tra etnie e culture diverse come una sorta di “apartheid” in cui ciascuno, a casa propria, fa ciò che vuole, purché non disturbi il vicino – e non importa se poi quel che avviene a casa propria sono, per esempio, violenze sulle donne, queste non hanno titolarità e soggettività in sé, sono parte del “gruppo etnico” o religioso, o nazionale – pensano che questo atteggiamento storni da loro il pericolo di dover rimettere in discussione i loro stili di vita, il loro benessere, le loro scelte. Sappiamo già che il calcolo non tornerà, che il risultato sarà sballato se non inseriremo anche i valori della giustizia. Che forse non è quella, o solo quella, di Voltaire, ma esiste. A noi il compito di ridisegnarne i fondamenti e con essi fare i conti.

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